Giobbe 29

Giobbe bramoso di tornare all'antica felicità, la descrive con molte parole insieme colle sue buone opere, per rigettare le calunnie contrarie degli amici.

Chi mi darà.Ch'io ritorni ec. Giobbe veggendo. che i suoi amici nulla aveano da opporre al suo ragionamento, ripiglia il discorso, e descrivendo la felicità del precedente suo stato, e la maniera, ond' egli si era diportato verso Dio e verso i prossimi, viene a rispondere a'rimproveri fattigli da' medesimi amici e particolarmente da Eliphaz, cap. XXII. 5-7, ec., e insieme a risvegliare in essi la compassione di sua miseria. Come ne'giorni, in cui Dio ec. Osservo un antico Interprete, che Giobbe fa consistere il sommo della precedente felicità non nella numerosa figliuolanza, non nelle grandi ricchezze, ma nella specialissima protezione del suo Dio.Soggiunse indi Giobbe, ripigliando la sua parabola, e disse: Chi mi darà, ch'io ritorni qual era nei mesi trascorsi, come ne' giorni, in cui Dio avea la custodia di me? Allorché il mio lume ec.Questo lume egli è il favore. La benevolenza, o anche la presenza di Dio. Vedi Ps. XXX. 16., ec. Questa luce (soggiunge Giobbe) mi guidava con sicurezza tralle difficoltà e le oscurità, e i dubbi, che s' incontrano in questo nostro pellegrinaggio.Allorché il suo lume risplendeva sulla mia testa, e tralle tenebre io camminava guidato dalla sua luce. Allorché Dio segretamente si stava ec.Argomento grandissimo della santità di Giobbe l'aver avuto tanta familiarità con Dio in una età tanto lubrica e soggetta alla seduzione delle passioni.Qual era ne' giorni di mia giovinezza allorché Dio segretamente si stava nella mia tenda. Quando meco si stava l'Onnipotente, e attorno a me tutti i miei figli Col burro ungeva i miei piedi.L'uso di ungersi col burro fu comune presso molti popoli: e i Romani stessi se ne servivano per ungere i fanciulli. Plin. lib. IX. 41. E dai massi sgorgavano ec. Da'masseti, da' colli pieni di sassi mi veniva abbondanza d'olio.Quand'io col burro ungeva i miei piedi, e da' massi sgorgavano rividi olio per me. Me n'andava alla porta ec.Alle porte delle città si trattavano in antico i pubblici affari, e si giudicavano le cause. Da tutto quello che dicesi in questo luogo apparisce, che Giobbe teneva la prima dignità nella sua patria, come altrove si è detto, ed era capo di quel popolo. L'Idumea negli antichi tempi fu divisa tra molti principi, o governatori. Vedi. Gen. XXXVI 5., 1. Paral. 1.35.Quand'io me n'andava alla porta della città, e nella piazza mi preparavano la residenza. I giovani si ritiravano.Per riverenza e timore.In reggendomi i giovani si ritirivano, e i vecchi si alzavano, e stavano in piedi. E mettevano il dito ec.Vedi sopra cap. XXI 5.I principi più non fiatavano, e mettevano il dito sulle lor labbra. E la loro lingua ec.Vaie a dire restavan mutoli, e quasi senza lingua. La stessa frase si trova nello stesso significato, Ps. CXXXVI. 6.I grandi rattenevan la loro voce, e la loro lingua era attaccata al palato. Beato, diceami, chi ascoltava le mie parole, e chi mi vedea, dicea bene di me; Liberava il povero, ec.Lo salvava dalle prepotenze de' suoi avversari. Notisi, che se Giobbe rammenta quello che avea fatto di virtuoso e di lodevole, ciò egli fa per necessità di giusta difesa, come fece l'Apostolo nella seconda a' Corinti. Vedi Gregorio lib. XVI. 9. 10.Perch'io liberava il povero che strideva, e il pupillo privo di difensore. Benedizioni mandava a me colui, che stava in pericolo di perire, e al cuor della vedova io porgeva conforto. Mi rivestii di giustizia, e della mia equità mi adornai come di manto, e di diadema. Fui occhio al cieco, e piede alla zoppo.Illuminni co' miei consigli quelli, che per la loro semplicità e ignoranza non eran capaci di provvedere alle cose loro: sostenni colla mia autorità i deboli, perché potessero far vive le loro ragioni: ovvero: lui il maestro degl'ignoranti, e ricondussi nella retta strada quelli che per loro sciagura se ne erano allontanati.Io fui occhio al cieco, e piede allo zoppo. Io ero il padre dei poveriOsservò s. Gregorio, che Giobbe non dice di essere stato l'avvocato, l'amico, il difensore de' poveri, ma si il padre, perché l'affetto della misericordia si era cangiato in lui in affetto di natura. E delle cause a me ignote ec. Queste parole possono significare non solo la diligenza, con cui egli disaminava le cause, che gli eran portate davanti, ma anche in sollecitudine, colla quale indagava (come notò il Grisostomo) le frodi, le ingiurie, le ingiustizie, che fossero fatto a' più deboli. Il secondo senso piacque più al Grisostomo, e sembra veramente, che meglio leghi con quel che segue.Io era il padre de' poveri, e delle cause a me ignote faceva diligentissima inquisizione. Io spezzava le mascelle a' malvagj, e strappava lor di tra i denti la preda. E diceva: io morrò ec.La pace e il buon ordine stabilito da me nella mia repubblica, prometteva a me una felice vecchiezza, e una vita lunga come quella della palma. Vedasi PLin. l. XVI. 44.E diceva: Io morrò nel mio nido, e come la palma moltiplicherò i miei giorni. La mia radice diffondesi lungo le acque.La palma non si contenta delle sole piogge, ma amo d'avere grand'abbondunza di acque presso le sue radici. Paragona adunque Giobbe se stesso alla palma, e l'affluenza de' beni, ond'egli era ricco, alla copia delle acque: per la qual cosa si prometteva come la palma una vita lunga e felice. E la rugiada si peserà ec. Per la rugiada, che umetta i rami della palma intende il favore e le benedizioni del cielo.La mia radice diffondesi lungo le acque, e la rugiada si poserà su' miei rami. E il mio arco sarà sempre più forte ec.L'arco significa la possanza, la fortezza; perocchè col Parco principalmente combattevano gli antichi. Vedi Gen. XLIX. 24.,Ps. VII. 36.Sempre nuova sarà la mia gloria, e il mio arco sarà sempre più forte nella mia mano. Quelli che mi ascoltavano aspettavano il mio parere, e in silenzio stavano attenti al mio consiglio. Cadevano a stille ec.È significata una dolce e soave eloquenza, che s'insinua negli animi degli uditori, come una minuta pioggia penetra e inzuppa i terreni assai meglio, che i dirotti temporali. Sopra di che non posso far a meno di riferire le parole di s. Gregorio, il quale osserva, che in questo luogo e indicata l'attenzione da usarsi dal Predicatore della parola, il quale dee adattarsi alla capacita de' suoi uditori; perocchè se questi sono di spirito augusto e ristretto, non potrebbon ricevere l'infusione di una gran copia di umore: fa d'uopo pertanto che il predicatore se stesso ristringa secondo la picciolezza di quelli, che ascoltano, affinchè non succeda, che inutilmente parlando ad essi di cose sublimi venga egli a far piuttosto pompa di se medesimo, che a recar giovamento a quelli, che l'ascoltano.Non ardivano di aggiunger cosa alle mie parole, e i miei discorsi cadevano a stille sopra di loro. Come alla piova ec.Come la terra sitibonda, apre la bocca e il seno alla pioggia, che vien nell'autunno dopo i calori e l'aridità della estate. Quando adunque disse, me aspettavano come la pioggia, intese la pioggia di primavera, la quale chiamavasi pioggia matutina come l'altro dicevasi serotina; perocchè solo in quei due tempi piove ordinariamente nella Palestina e nell'Idumea.Ma essi aspettavano come la pioggia, e aprivano la loro bocca, come alla piova della tarda stagione. Non sel credevano.Osserva s. Gregorio, dovere, chi all'altrui governo e preposto, diportarsi in tal guisa, che e non lasci di esser temuto se scherza, e non lasci di esser amato quando si adira.Se qualche volta io scherzava con essi, non sei credevano, e la ilarità del mio volto non era senza il suo frutto. Se io voleva andare tra loro, stava assiso nel primo posto, e sedendo qual re circondato di armati, era con tutto ciò il consolator degli afflitti.

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