2. La Professione della Fede Cristiana

I Simboli della Fede

Chi dice: « Io credo », dice: « Io aderisco a ciò che noi crediamo ». La comunione nella fede richiede un linguaggio comune della fede, normativo per tutti e che unisca nella medesima confessione di fede.

Fin dalle origini, la Chiesa apostolica ha espresso e trasmesso la propria fede in formule brevi e normative per tutti. Cf Rm 10,9; 1 Cor 15,3-5; ecc. Ma molto presto la Chiesa ha anche voluto riunire l'essenziale della sua fede in compendi organici e articolati, destinati in particolare ai candidati al Battesimo.

« Il simbolo della fede non fu composto secondo opinioni umane, ma consiste nella raccolta dei punti salienti, scelti da tutta la Scrittura, così da dare una dottrina completa della fede. E come il seme della senape racchiude in un granellino molti rami, così questo compendio della fede racchiude tutta la conoscenza della vera pietà contenuta nell'Antico e nel Nuovo Testamento ». San Cirillo di Gerusalemme, Catecheses illuminandorum, 5, 12: Opera, v. 1, ed. G.C. Reischl (Monaco 1848) p. 150 (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)).

Tali sintesi della fede vengono chiamate « professioni di fede », perché riassumono la fede professata dai cristiani. Vengono chiamate « Credo » a motivo di quella che normalmente ne è la prima parola: « Io credo ». Sono anche dette « Simboli della fede ».

La parola greca symbolon indicava la metà di un oggetto spezzato (per esempio un sigillo) che veniva presentato come un segno di riconoscimento. Le parti rotte venivano ricomposte per verificare l'identità di chi le portava. Il « Simbolo della fede » è quindi un segno di riconoscimento e di comunione tra i credenti. Symbolon passò poi a significare raccolta, collezione o sommario. Il « Simbolo della fede » è la raccolta delle principali verità della fede. Da qui deriva il fatto che esso costituisce il primo e fondamentale punto di riferimento della catechesi.

La prima « professione di fede » si fa al momento del Battesimo. Il « Simbolo della fede » è innanzi tutto il Simbolo battesimale. Poiché il Battesimo viene dato « nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo » (Mt 28,19), le verità di fede professate al momento del Battesimo sono articolate in base al loro riferimento alle tre Persone della Santa Trinità.

Il Simbolo è quindi diviso in tre parti: « La prima è consacrata allo studio di Dio Padre e dell'opera mirabile della creazione; la seconda allo studio di Gesù Cristo e del mistero della redenzione; la terza allo studio dello Spirito Santo, principio e sorgente della nostra santificazione ». Catechismo Romano, 1, 1, 4: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 20. Sono questi « i tre capitoli del nostro sigillo [battesimale] ». Sant'Ireneo di Lione, Demonstratio apostolicae praedicationis, 100: SC — Sources chrétiennes.

« Queste tre parti sono distinte, sebbene legate tra loro. In base a un paragone spesso usato dai Padri, noi li chiamiamo articoli. Infatti, come nelle nostre membra ci sono certe articolazioni che le distinguono e le separano, così, in questa professione di fede, giustamente e a buon diritto si è data la denominazione di articoli alle verità che dobbiamo credere in particolare e in maniera distinta». Catechismo Romano, 1, 1, 4: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 20. Secondo un'antica tradizione, attestata già da sant'Ambrogio, si è anche soliti contare dodici articoli del Credo, simboleggiando con il numero degli Apostoli l'insieme della fede apostolica. Cf Sant'Ambrogio, Explanatio Symboli, 8: CSEL — Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)).

Nel corso dei secoli si sono avute numerose professioni o simboli della fede, in risposta ai bisogni delle diverse epoche: i Simboli delle varie Chiese apostoliche e antiche, Cf Symbola fidei ab Ecclesia antiqua recepta: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. il Simbolo « Quicumque », detto di sant'Atanasio, Cf DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. le professioni di fede di certi Concili (di Toledo; Concilio di Toledo XI: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. Lateranense; Concilio Lateranense IV: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. di Lione; Concilio di Lione II: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. di Trento Professione di fede tridentina: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.), o di alcuni Sommi Pontefici, come: la « fides Damasi » Cf DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. o « Il Credo del popolo di Dio » di Paolo VI (1968). Credo del popolo di Dio: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 60 (1968) su vatican.va — PDF scansionato (1968) 433-445.

Nessuno dei Simboli delle diverse tappe della vita della Chiesa può essere considerato sorpassato ed inutile. Essi ci aiutano a vivere e ad approfondire oggi la fede di sempre attraverso i vari compendi che ne sono stati fatti. Fra tutti i Simboli della fede, due occupano un posto specialissimo nella vita della Chiesa:

Il Simbolo degli Apostoli, così chiamato perché a buon diritto è ritenuto il riassunto fedele della fede degli Apostoli. È l'antico Simbolo battesimale della Chiesa di Roma. La sua grande autorità gli deriva da questo fatto: « È il Simbolo accolto dalla Chiesa di Roma, dove ebbe la sua sede Pietro, il primo tra gli Apostoli, e dove egli portò l'espressione della fede comune ». Sant'Ambrogio, Explanatio Symboli, 7: CSEL — Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)).

Il Simbolo detto niceno-costantinopolitano, il quale trae la sua grande autorità dal fatto di essere frutto dei primi due Concili Ecumenici (325 e 381). È tuttora comune a tutte le grandi Chiese dell'Oriente e dell'Occidente.

La nostra esposizione della fede seguirà il Simbolo degli Apostoli, che rappresenta, per così dire, « il più antico catechismo romano ». L'esposizione però sarà completata con costanti riferimenti al Simbolo niceno-costantinopolitano, in molti punti più esplicito e più dettagliato.

Come al giorno del nostro Battesimo, quando tutta la nostra vita è stata affidata « a quella forma di insegnamento » (Rm 6,17), accogliamo il Simbolo della nostra fede, la quale dà la vita. Recitare con fede il Credo significa entrare in comunione con Dio, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, ed anche con tutta la Chiesa che ci trasmette la fede e nel seno della quale noi crediamo:

« Questo Simbolo è un sigillo spirituale, è la meditazione del nostro cuore e ne è come una difesa sempre presente: senza dubbio è il tesoro che custodiamo nel nostro animo». Sant'Ambrogio, Explanatio Symboli, 1: CSEL — Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)).

La nostra professione di fede incomincia con Dio, perché Dio è « il primo e l'ultimo » (Is 44,6), il principio e la fine di tutto. Il Credo incomincia con Dio Padre, perché il Padre è la prima Persona divina della Santissima Trinità. Il nostro Simbolo incomincia con la creazione del cielo e della terra, perché la creazione è l'inizio e il fondamento di tutte le opere di Dio.

1.«Io Credo in Dio, Padre Onnipotente, Creatore del Cielo e della Terra»

Paragrafo 1 IO CREDO IN DIO

« Io credo in Dio »: questa prima affermazione della professione di fede è anche la più importante, quella fondamentale. Tutto il Simbolo parla di Dio, e, se parla anche dell'uomo e del mondo, lo fa in rapporto a Dio. Gli articoli del Credo dipendono tutti dal primo, così come i comandamenti sono l'esplicitazione del primo. Gli altri articoli ci fanno meglio conoscere Dio, quale si è rivelato progressivamente agli uomini. « Giustamente quindi i cristiani affermano per prima cosa di credere in Dio ». Catechismo Romano, 1, 2, 6: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 23.

I.«Credo in un solo Dio»

Con queste parole incomincia il Simbolo niceno-costantinopolitano. La confessione dell'unicità di Dio, che ha la sua radice nella rivelazione divina dell'Antica Alleanza, è inseparabile da quella dell'esistenza di Dio ed è altrettanto fondamentale. Dio è uno: non c'è che un solo Dio: « La fede cristiana crede e professa un solo Dio, uno per natura, per sostanza e per essenza ». Catechismo Romano, 1, 2, 8: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 26.

A Israele, suo eletto, Dio si è rivelato come l'Unico: « Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze » (Dt 6,4-5). Per mezzo dei profeti, Dio invita Israele e tutte le nazioni a volgersi a lui, l'Unico: « Volgetevi a me e sarete salvi, paesi tutti della terra, perché io sono Dio; non ce n'è altri... davanti a me si piegherà ogni ginocchio, per me giurerà ogni lingua. Si dirà: "Solo nel Signore si trovano vittoria e potenza" » (Is 45,22-24). Cf Fil 2,10-11.

Gesù stesso conferma che Dio è « l'unico Signore » e che lo si deve amare con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente, con tutte le forze. Cf Mc 12,29-30. Nello stesso tempo lascia capire che egli pure è « il Signore ». Cf Mc 12,35-37. Confessare che « Gesù è Signore » è lo specifico della fede cristiana. Ciò non contrasta con la fede nel Dio Uno. Credere nello Spirito Santo « che è Signore e dà la vita » non introduce alcuna divisione nel Dio Uno:

« Crediamo fermamente e confessiamo apertamente che uno solo è il vero Dio, eterno e immenso, onnipotente, immutabile, incomprensibile e ineffabile, Padre, Figlio e Spirito Santo: tre Persone, ma una sola essenza, sostanza, cioè natura assolutamente semplice ». Concilio Lateranense IV, Cap. 1, De fide catholica: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

II.Dio rivela il suo nome

Dio si è rivelato a Israele, suo popolo, facendogli conoscere il suo nome. Il nome esprime l'essenza, l'identità della persona e il senso della sua vita. Dio ha un nome. Non è una forza anonima. Svelare il proprio nome è farsi conoscere agli altri; in qualche modo è consegnare se stesso rendendosi accessibile, capace d'essere conosciuto più intimamente e di essere chiamato personalmente.

Dio si è rivelato al suo popolo progressivamente e sotto diversi nomi; ma la rivelazione del nome divino fatta a Mosè nella teofania del roveto ardente, alle soglie dell'Esodo e dell'Alleanza del Sinai, si è mostrata come la rivelazione fondamentale per l'Antica e la Nuova Alleanza.

Il Dio vivente

Dio chiama Mosè dal mezzo di un roveto che brucia senza consumarsi, e gli dice: « Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe » (Es 3,6). Dio è il Dio dei padri, colui che aveva chiamato e guidato i patriarchi nelle loro peregrinazioni. È il Dio fedele e compassionevole che si ricorda di loro e delle sue promesse; egli viene per liberare i loro discendenti dalla schiavitù. Egli è il Dio che, al di là dello spazio e del tempo, può questo e lo vuole e che, per questo disegno, metterà in atto la sua onnipotenza.

Mosè disse a Dio: « Ecco, io arrivo dagli Israeliti e dico loro: "Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi". Ma mi diranno: "Come si chiama?". E io che cosa risponderò loro? ». Dio disse a Mosè: « Io sono colui che sono! ». Poi disse: « Dirai agli Israeliti: "Io-Sono" mi ha mandato a voi. [...] Questo è il mio nome per sempre: questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione » (Es 3,13-15).

Rivelando il suo nome misterioso di YHWH, « Io sono colui che è » oppure « Io sono colui che sono » o anche « Io sono chi Io sono », Dio dice chi egli è e con quale nome lo si deve chiamare. Questo nome divino è misterioso come Dio è mistero. E ad un tempo un nome rivelato e quasi il rifiuto di un nome; proprio per questo esprime, come meglio non si potrebbe, la realtà di Dio, infinitamente al di sopra di tutto ciò che possiamo comprendere o dire: egli è il « Dio nascosto» (Is 45,15), il suo nome è ineffabile, Cf Gdc 13,18. ed è il Dio che si fa vicino agli uomini.

Rivelando il suo nome, Dio rivela al tempo stesso la sua fedeltà che è da sempre e per sempre, valida per il passato (« Io sono il Dio dei tuoi padri », Es 3,6), come per l'avvenire (« Io sarò con te », Es 3,12). Dio che rivela il suo nome come « Io Sono » si rivela come il Dio che è sempre là, presente accanto al suo popolo per salvarlo.

Di fronte alla presenza affascinante e misteriosa di Dio, l'uomo scopre la propria piccolezza. Davanti al roveto ardente, Mosè si toglie i sandali e si vela il viso Cf Es 3,5-6. al cospetto della santità divina. Davanti alla gloria del Dio tre volte santo, Isaia esclama: « Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono » (Is 6,5). Davanti ai segni divini che Gesù compie, Pietro esclama: « Signore, allontanati da me che sono un peccatore » (Lc 5,8). Ma poiché Dio è santo, può perdonare all'uomo che davanti a lui si riconosce peccatore: « Non darò sfogo all'ardore della mia ira, [...] perché sono Dio e non uomo, sono il Santo in mezzo a te » (Os 11,9). Anche l'apostolo Giovanni dirà: « Davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa » (1 Gv 3,19-20).

Il popolo d'Israele non pronuncia il nome di Dio, per rispetto alla sua santità. Nella lettura della Sacra Scrittura il nome rivelato è sostituito con il titolo divino « Signore » (Adonai, in greco Kyrios). Con questo titolo si proclamerà la divinità di Gesù: « Gesù è il Signore ».

«Dio di misericordia e di pietà»

Dopo il peccato di Israele, che si è allontanato da Dio per adorare il vitello d'oro, Cf Es 32. Dio ascolta l'intercessione di Mosè ed acconsente a camminare in mezzo ad un popolo infedele, manifestando in tal modo il suo amore. Cf Es 33,12-17. A Mosè che chiede di vedere la sua gloria, Dio risponde: « Farò passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio nome: Signore [YHWH], davanti a te » (Es 33,18-19). E il Signore passa davanti a Mosè e proclama: « Il Signore, il Signore [YHWH, YHWH], Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di grazia e di fedeltà » (Es 34,6). Mosè allora confessa che il Signore è un Dio che perdona. Cf Es 34,9.

Il nome divino « Io Sono » o « Egli E » esprime la fedeltà di Dio il quale, malgrado l'infedeltà degli uomini e il castigo che il loro peccato merita, « conserva il suo favore per mille generazioni » (Es 34,7). Dio rivela di essere « ricco di misericordia » (Ef 2,4) arrivando a dare il suo Figlio. Gesù, donando la vita per liberarci dal peccato, rivelerà che anch'egli porta il nome divino: « Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora saprete che "Io Sono" » (Gv 8,28).

Dio solo è

Lungo i secoli, la fede d'Israele ha potuto sviluppare ed approfondire le ricchezze contenute nella rivelazione del nome divino. Dio è unico, fuori di lui non ci sono dei. Cf Is 44,6. Egli trascende il mondo e la storia. È lui che ha fatto il cielo e la terra: « Essi periranno, ma tu rimani, tutti si logorano come veste [...] ma tu resti lo stesso e i tuoi anni non hanno fine » (Sal 102,27-28). In lui « non c'è variazione né ombra di cambiamento » (Gc 1,17). Egli è « colui che è » da sempre e per sempre, e perciò resta sempre fedele a se stesso ed alle sue promesse.

La rivelazione del nome ineffabile: « Io sono colui che sono » contiene dunque la verità che Dio solo È. In questo senso già la traduzione dei Settanta e, sulla sua scia, la Tradizione della Chiesa hanno inteso il nome divino: Dio è la pienezza dell'Essere e di ogni perfezione, senza origine e senza fine. Mentre tutte le creature hanno ricevuto da lui tutto ciò che sono e che hanno, egli solo è il suo stesso essere ed è da se stesso tutto ciò che è.

III.Dio, «colui che è», è verità e amore

Dio, « colui che è », si è rivelato a Israele come colui che è « ricco di grazia e di fedeltà » (Es 34,6). Questi due termini esprimono in modo sintetico le ricchezze del nome divino. In tutte le sue opere Dio mostra la sua benevolenza, la sua bontà, la sua grazia, il suo amore; ma anche la sua affidabilità, la sua costanza, la sua fedeltà, la sua verità. « Rendo grazie al tuo nome per la tua fedeltà e la tua misericordia » (Sal 138,2). Cf Sal 85,11. Egli è la verità, perché « Dio è luce e in lui non ci sono tenebre » (1 Gv 1,5); egli è « amore », come insegna l'apostolo Giovanni (1 Gv 4,8).

Dio è verità

« La verità è principio della tua parola, resta per sempre ogni sentenza della tua giustizia » (Sal 119,160). « Ora, Signore, tu sei Dio, e le tue parole sono verità » (2 Sam 7,28); per questo le promesse di Dio si realizzano sempre. Cf Dt 7,9. Dio è la stessa verità, le sue parole non possono ingannare. Proprio per questo ci si può affidare con piena fiducia alla verità e alla fedeltà della sua parola in ogni cosa. L'origine del peccato e della caduta dell'uomo fu una menzogna del tentatore, che indusse a dubitare della parola di Dio, della sua bontà e della sua fedeltà.

La verità di Dio è la sua sapienza che regge tutto l'ordine della creazione e del governo del mondo. Cf Sap 13,1-9. Dio che, da solo, ha creato il cielo e la terra, Cf Sal 115,15. può donare, egli solo, la vera conoscenza di ogni cosa creata nella sua relazione con lui. Cf Sap 7,17-21.

Dio è veritiero anche quando rivela se stesso: « un insegnamento fedele » è « sulla sua bocca » (Ml 2,6). Quando manderà il suo Figlio « nel mondo », sarà « per rendere testimonianza alla verità» (Gv 18,37): « Sappiamo che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l'intelligenza per conoscere il vero Dio » (1 Gv 5,20). Cf Gv 17,3.

Dio è amore

Israele, nel corso della sua storia, ha potuto scoprire che uno solo era il motivo per cui Dio gli si era rivelato e lo aveva scelto fra tutti i popoli perché gli appartenesse: il suo amore gratuito. Cf Dt 4,37; 7,8; 10,15. Ed Israele, per mezzo dei profeti, ha compreso che, ancora per amore, Dio non ha mai cessato di salvarlo Cf Is 43,1-7. e di perdonargli la sua infedeltà e i suoi peccati. Cf Os 2.

L'amore di Dio per Israele è paragonato all'amore di un padre per il proprio figlio. Cf Os 11,1. È un amore più forte dell'amore di una madre per i suoi bambini. Cf Is 49,14-15. Dio ama il suo popolo più di quanto uno sposo ami la propria sposa; Cf Is 62,4-5. questo amore vincerà anche le più gravi infedeltà; Cf Ez 16; Os 11. arriverà fino al dono più prezioso: « Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito » (Gv 3,16).

L'amore di Dio è « eterno » (Is 54,8): « Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto » (Is 54,10). « Ti ho amato di un amore eterno, per questo ti conservo ancora pietà » (Ger 31,3).

Ma san Giovanni si spingerà oltre affermando: « Dio è amore » (1 Gv 4,8.16): l'Essere stesso di Dio è amore. Mandando, nella pienezza dei tempi, il suo Figlio unigenito e lo Spirito d'amore, Dio rivela il suo segreto più intimo: Cf 1 Cor 2,7-16; Ef 3,9-12. è lui stesso eterno scambio d'amore: Padre, Figlio e Spirito Santo, e ci ha destinati ad esserne partecipi.

IV.Conseguenze della fede in un solo Dio

Credere in Dio, l'Unico, ed amarlo con tutto il proprio essere comporta per tutta la nostra vita enormi conseguenze:

Conoscere la grandezza e la maestà di Dio: « Ecco, Dio è così grande, che non lo comprendiamo » (Gb 36,26). Proprio per questo Dio deve essere « servito per primo ». Santa Giovanna d'Arco, Dictum: Procès de condamnation, ed. P. Tisset-Y. Lanhers, v. 1 (Paris 1960) p. 280 et 288.

Vivere in rendimento di grazie: se Dio è l'Unico, tutto ciò che siamo e tutto ciò che abbiamo viene da lui: « Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? » (1 Cor 4,7). « Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato? » (Sal 116,12).

Conoscere l'unità e la vera dignità di tutti gli uomini: tutti sono fatti « a immagine e somiglianza di Dio » (Gn 1,26).

Usare rettamente le cose create: la fede nell'unico Dio ci conduce ad usare tutto ciò che non è lui nella misura in cui ci avvicina a lui, e a staccarcene nella misura in cui da lui ci allontana. Cf Mt 5,29-30; 16,24; 19,23-24.

« Mio Signore e mio Dio, togli da me quanto mi allontana da te. Mio Signore e mio Dio, dammi tutto ciò che mi conduce a te. Mio Signore e mio Dio, toglimi a me e dammi tutto a te ». San Nicolao di Flüe, Bruder-Klausen-Gebet, in R. Amschwand, Bruder Klaus. Ergänzungsband zum Quellenwerk von R. Durrer (Sarnen 1987) p. 215.

Fidarsi di Dio in ogni circostanza, anche nelle avversità. Una preghiera di santa Teresa di Gesù esprime ciò mirabilmente:

« Niente ti turbi niente ti spaventi. Tutto passa Dio non cambia. La pazienza ottiene tutto. Chi ha Dio non manca di nulla. Dio solo basta ». Santa Teresa di Gesù, Poesía, 9: Biblioteca Mística Carmelitana, v. 6 (Burgos 1919) p. 90.

« Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo... » (Dt 6,4; Mc 12,29). « L'Essere supremo deve necessariamente essere unico, cioè senza eguali. [...] Se Dio non è unico, non è Dio ». Tertulliano, Adversus Marcionem, 1, 3, 5: CCL — Corpus Christianorum (Series Latina) (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)).

La fede in Dio ci conduce a volgerci a lui solo come alla nostra prima origine e al nostro ultimo fine, e a non anteporre o sostituire nulla a lui.

Dio, mentre si rivela, rimane un mistero ineffabile: « Se lo comprendessi, non sarebbe Dio ». Sant'Agostino, Sermo, 52, 6, 16: ed. P. Verbraken: Revue Bénédictine 74 (1964) 27 (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)).

Il Dio della nostra fede si è rivelato come colui che è; si è fatto conoscere come « ricco di grazia e di misericordia » (Es 34,6). Il suo Essere stesso è verità e amore.

Paragrafo 2 IL PADRE

I.«Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo»

I cristiani vengono battezzati « nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo » (Mt 28,19). Prima rispondono: « Credo » alla triplice domanda con cui ad essi si chiede di confessare la loro fede nel Padre, nel Figlio e nello Spirito: « Fides omnium christianorum in Trinitate consistit – La fede di tutti i cristiani si fonda sulla Trinità ». San Cesario d'Arles, Expositio vel traditio Symboli (sermo 9): CCL — Corpus Christianorum (Series Latina).

I cristiani sono battezzati « nel nome » – e non « nei nomi » – del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo; Cf Papa Vigilio, Professione di fede (552): DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. infatti non vi è che un solo Dio, il Padre onnipotente e il Figlio suo unigenito e lo Spirito Santo: la Santissima Trinità.

Il mistero della Santissima Trinità è il mistero centrale della fede e della vita cristiana. È il mistero di Dio in se stesso. È quindi la sorgente di tutti gli altri misteri della fede; è la luce che li illumina. È l'insegnamento fondamentale ed essenziale nella « gerarchia delle verità » di fede. Cf Congregazione per il Clero, Direttorio catechistico generale, 43: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 64 (1972) su vatican.va — PDF scansionato (1972) 123. «Tutta la storia della salvezza è la storia del rivelarsi del Dio vero e unico: Padre, Figlio e Spirito Santo, il quale riconcilia e unisce a sé coloro che sono separati dal peccato ». Congregazione per il Clero, Direttorio catechistico generale, 47: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 64 (1972) su vatican.va — PDF scansionato (1972) 125.

In questo paragrafo, si esporrà in breve in qual modo è stato rivelato il mistero della Beata Trinità (I), come la Chiesa ha formulato la dottrina della fede in questo mistero (II), e infine, come, attraverso le missioni divine del Figlio e dello Spirito Santo, Dio Padre realizza il suo « benevolo disegno » di creazione, redenzione e santificazione (III).

I Padri della Chiesa fanno una distinzione tra la Teologia e l'Economia, designando con il primo termine il mistero della vita intima del Dio-Trinità, e con il secondo tutte le opere di Dio, con le quali egli si rivela e comunica la sua vita. Attraverso l'Economia ci è rivelata la Teologia; ma, inversamente, è la Teologia che illumina tutta l'Economia. Le opere di Dio rivelano chi egli è in se stesso; e, inversamente, il mistero del suo Essere intimo illumina l'intelligenza di tutte le sue opere. Avviene così, analogicamente, tra le persone umane. La persona si mostra attraverso le sue azioni, e, quanto più conosciamo una persona, tanto più comprendiamo le sue azioni.

La Trinità è un mistero della fede in senso stretto, uno dei « misteri nascosti in Dio, che non possono essere conosciuti se non sono divinamente rivelati ». Concilio Vaticano I, Cost. dogm. Dei Filius, c. 4: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. Indubbiamente Dio ha lasciato tracce del suo essere trinitario nell'opera della creazione e nella sua rivelazione lungo il corso dell'Antico Testamento. Ma l'intimità del suo Essere come Trinità Santa costituisce un mistero inaccessibile alla sola ragione, come pure alla fede d'Israele, prima dell'incarnazione del Figlio di Dio e dell'invio dello Spirito Santo.

II.La rivelazione di Dio come Trinità

Il Padre rivelato dal Figlio

In molte religioni Dio viene invocato come « Padre ». Spesso la divinità è considerata come « padre degli dèi e degli uomini ». Presso Israele, Dio è chiamato Padre in quanto Creatore del mondo. Cf Dt 32,6; Ml 2,10. Ancor più Dio è Padre in forza dell'Alleanza e del dono della Legge fatto a Israele, suo « figlio primogenito » (Es 4,22). È anche chiamato Padre del re d'Israele. Cf 2 Sam 7,14. In modo particolarissimo egli è « il Padre dei poveri », dell'orfano, della vedova, che sono sotto la sua protezione amorosa. Cf Sal 68,6.

Chiamando Dio con il nome di « Padre », il linguaggio della fede mette in luce soprattutto due aspetti: che Dio è origine primaria di tutto e autorità trascendente, e che, al tempo stesso, è bontà e sollecitudine d'amore per tutti i suoi figli. Questa tenerezza paterna di Dio può anche essere espressa con l'immagine della maternità, Cf Is 66,13; Sal 131,2. che indica ancor meglio l'immanenza di Dio, l'intimità tra Dio e la sua creatura. Il linguaggio della fede si rifà così all'esperienza umana dei genitori che, in certo qual modo, sono per l'uomo i primi rappresentanti di Dio. Tale esperienza, però, mostra anche che i genitori umani possono sbagliare e sfigurare il volto della paternità e della maternità. Conviene perciò ricordare che Dio trascende la distinzione umana dei sessi. Egli non è né uomo né donna, egli è Dio. Trascende pertanto la paternità e la maternità umane, Cf Sal 27,10. pur essendone l'origine e il modello: Cf Ef 3,14-15; Is 49,15. nessuno è padre quanto Dio.

Gesù ha rivelato che Dio è « Padre » in un senso inaudito: non lo è soltanto in quanto Creatore; egli è eternamente Padre in relazione al Figlio suo unigenito, il quale non è eternamente Figlio se non in relazione al Padre suo: « Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare » (Mt 11,27).

Per questo gli Apostoli confessano Gesù come « il Verbo » che « in principio [...] era presso Dio e il Verbo era Dio » (Gv 1,1), come colui che « è immagine del Dio invisibile » (Col 1,15) e « irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza » (Eb 1,3).

Sulla loro scia, seguendo la Tradizione apostolica, la Chiesa nel 325, nel primo Concilio Ecumenico di Nicea, ha confessato che il Figlio è « consostanziale al Padre », Simbolo di Nicea: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. cioè un solo Dio con lui. Il secondo Concilio Ecumenico, riunito a Costantinopoli nel 381, ha conservato tale espressione nella sua formulazione del Credo di Nicea ed ha confessato « il Figlio unigenito di Dio, generato dal Padre prima di tutti i secoli, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre ». Simbolo niceno-costantinopolitano: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

Il Padre e il Figlio rivelati dallo Spirito

Prima della sua pasqua, Gesù annunzia l'invio di un « altro Paraclito » (Difensore), lo Spirito Santo. Lo Spirito che opera fin dalla creazione, Cf Gn 1,2. che già aveva « parlato per mezzo dei profeti», Simbolo niceno-costantinopolitano: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. dimorerà presso i discepoli e sarà in loro, Cf Gv 14,17. per insegnare loro ogni cosa Cf Gv 14,26. e guidarli « alla verità tutta intera » (Gv 16,13). Lo Spirito Santo è in tal modo rivelato come un'altra Persona divina in rapporto a Gesù e al Padre.

L'origine eterna dello Spirito si rivela nella sua missione nel tempo. Lo Spirito Santo è inviato agli Apostoli e alla Chiesa sia dal Padre nel nome del Figlio, sia dal Figlio in persona, dopo il suo ritorno al Padre. Cf Gv 14,26; 15,26; 16,14. L'invio della Persona dello Spirito dopo la glorificazione di Gesù Cf Gv 7,39. rivela in pienezza il mistero della Santissima Trinità.

La fede apostolica riguardante lo Spirito è stata confessata dal secondo Concilio Ecumenico nel 381 a Costantinopoli: crediamo « nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita, e procede dal Padre ». Simbolo niceno-costantinopolitano: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. Così la Chiesa riconosce il Padre come « la fonte e l'origine di tutta la divinità ». Concilio di Toledo VI (anno 638), De Trinitate et de Filio Dei Redemptore incarnato: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. L'origine eterna dello Spirito Santo non è tuttavia senza legame con quella del Figlio: « Lo Spirito Santo, che è la terza Persona della Trinità, è Dio, uno e uguale al Padre e al Figlio, della stessa sostanza e anche della stessa natura. [...] Tuttavia, non si dice che egli è soltanto lo Spirito del Padre, ma che è, ad un tempo, lo Spirito del Padre e del Figlio ». Concilio di Toledo XI (anno 675), Symbolum: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. Il Credo del Concilio di Costantinopoli della Chiesa confessa: « Con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato ». Simbolo niceno-costantinopolitano: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

La tradizione latina del Credo confessa che lo Spirito « procede dal Padre e dal Figlio [Filioque] ». Il Concilio di Firenze, nel 1439, esplicita: « Lo Spirito Santo ha la sua essenza e il suo essere sussistente ad un tempo dal Padre e dal Figlio e [...] procede eternamente dall'uno e dall'altro come da un solo principio e per una sola spirazione [...]. E poiché tutto quello che è del Padre, lo stesso Padre lo ha donato al suo unico Figlio generandolo, ad eccezione del suo essere Padre, anche questo procedere dello Spirito Santo a partire dal Figlio, lo riceve dall'eternità dal suo Padre che ha generato il Figlio stesso ». Concilio di Firenze, Decretum pro Graecis: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

L'affermazione del Filioque mancava nel Simbolo confessato a Costantinopoli nel 381. Ma, sulla base di un'antica tradizione latina e alessandrina, il Papa san Leone l'aveva già dogmaticamente confessata nel 447, Cf San Leone Magno, Lettera Quam laudabiliter: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. prima che Roma conoscesse e ricevesse, nel 451, durante il Concilio di Calcedonia, il Simbolo del 381. L'uso di questa formula nel Credo è entrato a poco a poco nella liturgia latina (tra i secoli VIII e XI). L'introduzione della parola Filioque nel Simbolo niceno-costantinopolitano da parte della liturgia latina costituisce tuttavia, ancora oggi, un punto di divergenza con le Chiese ortodosse.

La tradizione orientale mette innanzi tutto in rilievo che il Padre, in rapporto allo Spirito, è l'origine prima. Confessando che lo Spirito « procede dal Padre » (Gv 15,26), afferma che lo Spirito procede dal Padre attraverso il Figlio. Cf Concilio Vaticano II, Decr. Ad gentes, 2: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 948. La tradizione occidentale dà maggior risalto alla comunione consostanziale tra il Padre e il Figlio affermando che lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio (Filioque). Lo dice « lecitamente e ragionevolmente »; Concilio di Firenze, Decretum pro Graecis (anno 1439): DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. infatti l'ordine eterno delle Persone divine nella loro comunione consostanziale implica che il Padre sia l'origine prima dello Spirito in quanto « principio senza principio », Concilio di Firenze, Decretum pro Iacobitis (anno 1442): DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. ma pure che, in quanto Padre del Figlio unigenito, egli con lui sia « l'unico principio dal quale procede lo Spirito Santo ». Concilio di Lione II, Constitutio de Summa Trinitate et fide catholica (1274): DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. Questa legittima complementarità, se non viene inasprita, non scalfisce l'identità della fede nella realtà del medesimo mistero confessato.

III.La Santissima Trinità nella dottrina della fede

La formazione del dogma trinitario

La verità rivelata della Santissima Trinità è stata, fin dalle origini, alla radice della fede vivente della Chiesa, principalmente per mezzo del Battesimo. Trova la sua espressione nella regola della fede battesimale, formulata nella predicazione, nella catechesi e nella preghiera della Chiesa. Simili formulazioni compaiono già negli scritti apostolici, come ad esempio questo saluto, ripreso nella liturgia eucaristica: « La grazia del Signore Gesù Cristo, l'amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi » (2 Cor 13,13). Cf 1 Cor 12,4-6; Ef 4,4-6.

Nel corso dei primi secoli, la Chiesa ha cercato di formulare in maniera più esplicita la sua fede trinitaria, sia per approfondire la propria intelligenza della fede, sia per difenderla contro errori che la alteravano. Fu questa l'opera degli antichi Concili, aiutati dalla ricerca teologica dei Padri della Chiesa e sostenuti dal senso della fede del popolo cristiano.

Per la formulazione del dogma della Trinità, la Chiesa ha dovuto sviluppare una terminologia propria ricorrendo a nozioni di origine filosofica: « sostanza », « persona » o « ipostasi », « relazione », ecc. Così facendo, non ha sottoposto la fede ad una sapienza umana, ma ha dato un significato nuovo, insolito a questi termini assunti ora a significare anche un mistero inesprimibile, « infinitamente al di là di tutto ciò che possiamo concepire a misura d'uomo ». Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 9: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 60 (1968) su vatican.va — PDF scansionato (1968) 437.

La Chiesa adopera il termine « sostanza » (reso talvolta anche con « essenza » o « natura ») per designare l'Essere divino nella sua unità, il termine « persona » o « ipostasi » per designare il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo nella loro reale distinzione reciproca, il termine « relazione » per designare il fatto che la distinzione tra le Persone divine sta nel riferimento delle une alle altre.

Il dogma della Santissima Trinità

La Trinità è Una. Noi non confessiamo tre dèi, ma un Dio solo in tre Persone: « la Trinità consostanziale ». Concilio di Costantinopoli II (anno 553), Anathematismi de tribus Capitulis, 1: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. Le Persone divine non si dividono l'unica divinità, ma ciascuna di esse è Dio tutto intero: « Il Padre è tutto ciò che è il Figlio, il Figlio tutto ciò che è il Padre, lo Spirito Santo tutto ciò che è il Padre e il Figlio, cioè un unico Dio quanto alla natura ». Concilio di Toledo XI (anno 675), Symbolum: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. « Ognuna delle tre Persone è quella realtà, cioè la sostanza, l'essenza o la natura divina ». Concilio Lateranense IV (anno 1215), Cap. 2, De errore abbatis Ioachim: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

Le Persone divine sono realmente distinte tra loro. « Dio è unico ma non solitario ». Fides Damasi: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. «Padre», «Figlio» e «Spirito Santo» non sono semplicemente nomi che indicano modalità dell'Essere divino; essi infatti sono realmente distinti tra loro: « Il Figlio non è il Padre, il Padre non è il Figlio, e lo Spirito Santo non è il Padre o il Figlio ». Concilio di Toledo XI (anno 675), Symbolum: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. Sono distinti tra loro per le loro relazioni di origine: « È il Padre che genera, il Figlio che è generato, lo Spirito Santo che procede ». Concilio Lateranense IV (anno 1215), Cap. 2, De errore abbatis Ioachim: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. L'Unità divina è Trina.

Le Persone divine sono relative le une alle altre. La distinzione reale delle Persone divine tra loro, poiché non divide l'unità divina, risiede esclusivamente nelle relazioni che le mettono in riferimento le une alle altre: « Nei nomi relativi delle Persone, il Padre è riferito al Figlio, il Figlio al Padre, lo Spirito Santo all'uno e all'altro; quando si parla di queste tre Persone considerandone le relazioni, si crede tuttavia in una sola natura o sostanza ». Concilio di Toledo XI (anno 675), Symbolum: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. Infatti « tutto è una cosa sola in loro, dove non si opponga la relazione ». Concilio di Firenze, Decretum pro Iacobitis (anno 1442): DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. « Per questa unità il Padre è tutto nel Figlio, tutto nello Spirito Santo; il Figlio tutto nel Padre, tutto nello Spirito Santo; lo Spirito Santo è tutto nel Padre, tutto nel Figlio ». Concilio di Firenze, Decretum pro Iacobitis (1442): DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

Ai catecumeni di Costantinopoli san Gregorio Nazianzeno, detto anche « il Teologo », consegna questa sintesi della fede trinitaria:

« Innanzi tutto, conservatemi questo prezioso deposito, per il quale io vivo e combatto, con il quale voglio morire, che mi rende capace di sopportare ogni male e di disprezzare tutti i piaceri: intendo dire la professione di fede nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo. Io oggi ve la affido. Con essa fra poco vi immergerò nell'acqua e da essa vi trarrò. Ve la dono, questa professione, come compagna e patrona di tutta la vostra vita. Vi do una sola divinità e potenza, che è Uno in Tre, e contiene i Tre in modo distinto. Divinità senza differenza di sostanza o di natura, senza grado superiore che eleva, o inferiore che abbassa [...]. Di tre infiniti è l'infinita connaturalità. Ciascuno considerato in sé è Dio tutto intiero [...]. Dio le tre Persone considerate insieme [...]. Ho appena incominciato a pensare all'Unità ed eccomi immerso nello splendore della Trinità. Ho appena incominciato a pensare alla Trinità ed ecco che l'Unità mi sazia... ». San Gregorio Nazianzeno, Oratio, 40, 41: SC — Sources chrétiennes (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)).

IV.Le operazioni divine e le missioni trinitarie

« O lux, beata Trinitas et principalis Unitas – O luce, Trinità beata e originaria Unità! ». Inno ai Secondi Vespri della Domenica, Settimane 2 e 4: Liturgia Horarum, editio typica altera, v. 3 (Libreria Editrice Vaticana 1986) p. 736 e 997; v. 4 (Libreria Editrice Vaticana 1987) p. 686 e 947. Dio è eterna beatitudine, vita immortale, luce senza tramonto. Dio è amore: Padre, Figlio e Spirito Santo. Dio liberamente vuole comunicare la gloria della sua vita beata. Tale è il disegno della « sua benevolenza » (Ef 1,9), disegno che ha concepito prima della creazione del mondo nel suo Figlio diletto, « predestinandoci ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo » (Ef 1,5), cioè « ad essere conformi all'immagine del Figlio suo » (Rm 8,29), in forza dello « Spirito da figli adottivi » (Rm 8,15). Questo progetto è una « grazia che ci è stata data... fin dall'eternità » (2 Tm 1,9) e che ha come sorgente l'amore trinitario. Si dispiega nell'opera della creazione, in tutta la storia della salvezza dopo la caduta, nella missione del Figlio e in quella dello Spirito, che si prolunga nella missione della Chiesa. Cf Concilio Vaticano II, Decr. Ad gentes, 2-9: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 948-958.

Tutta l'Economia divina è l'opera comune delle tre Persone divine. Infatti, la Trinità, come ha una sola e medesima natura, così ha una sola e medesima operazione. Cf Concilio di Costantinopoli II (anno 553), Anathematismi de tribus Capitulis, 1: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. « Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo non sono tre principi della creazione, ma un solo principio ». Concilio di Firenze, Decretum pro Iacobitis (1442): DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. Tuttavia, ogni Persona divina compie l'operazione comune secondo la sua personale proprietà. Così la Chiesa rifacendosi al Nuovo Testamento Cf 1 Cor 8,6. professa: « Uno infatti è Dio Padre, dal quale sono tutte le cose; uno il Signore Gesù Cristo, mediante il quale sono tutte le cose; uno è lo Spirito Santo, nel quale sono tutte le cose ». Concilio di Costantinopoli II (anno 553), Anathematismi de tribus Capitulis, 1: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. Le missioni divine dell'incarnazione del Figlio e del dono dello Spirito Santo sono quelle che particolarmente manifestano le proprietà delle Persone divine.

Tutta l'economia divina, opera comune e insieme personale, fa conoscere tanto la proprietà delle Persone divine, quanto la loro unica natura. Parimenti, tutta la vita cristiana è comunione con ognuna delle Persone divine, senza in alcun modo separarle. Chi rende gloria al Padre lo fa per il Figlio nello Spirito Santo; chi segue Cristo, lo fa perché il Padre lo attira Cf Gv 6,44. e perché lo Spirito lo guida. Cf Rm 8,14.

Il fine ultimo dell'intera economia divina è che tutte le creature entrino nell'unità perfetta della Beatissima Trinità. Cf Gv 17,21-23. Ma fin d'ora siamo chiamati ad essere abitati dalla Santissima Trinità. Dice infatti il Signore: « Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui » (Gv 14,23):

« O mio Dio, Trinità che adoro, aiutami a dimenticarmi completamente, per stabilirmi in te, immobile e serena come se la mia anima fosse già nell'eternità; nulla possa turbare la mia pace né farmi uscire da te, o mio Immutabile, ma che ogni minuto mi porti più addentro nella profondità del tuo mistero! Pacifica la mia anima; fanne il tuo cielo, la tua dimora amata e il luogo del tuo riposo. Che io non ti lasci mai solo, ma che sia lì, con tutta me stessa, tutta vigile nella mia fede, tutta adorante, tutta offerta alla tua azione creatrice ». Beata Elisabetta della Trinità, Élévation à la Trinité: Ecrits spirituels, 50, ed. M.M. Philipon (Parigi 1949) p. 80.

Il mistero della Santissima Trinità è il mistero centrale della fede e della vita cristiana. Soltanto Dio può darcene la conoscenza rivelandosi come Padre, Figlio e Spirito Santo.

L'incarnazione del Figlio di Dio rivela che Dio è il Padre eterno e che il Figlio è consostanziale al Padre, cioè che in lui e con lui è lo stesso unico Dio.

La missione dello Spirito Santo, che il Padre manda nel nome del Figlio Cf Gv 14,26. e che il Figlio manda « dal Padre » (Gv 15,26), rivela che egli è con loro lo stesso unico Dio. « Con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato ». Simbolo niceno-costantinopolitano: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

« Lo Spirito Santo procede, primariamente, dal Padre e, per il dono eterno che il Padre ne fa al Figlio, procede dal Padre e dal Figlio in comunione ». Sant'Agostino, De Trinitate, 15, 26, 47: CCL — Corpus Christianorum (Series Latina)A, 529 (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)).

Attraverso la grazia del Battesimo « nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28,19), siamo chiamati ad aver parte alla vita della Beata Trinità, quaggiù nell'oscurità della fede, e, oltre la morte, nella luce eterna. Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 9: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 60 (1968) su vatican.va — PDF scansionato (1968) 436.

« La fede cattolica consiste nel venerare un Dio solo nella Trinità, e la Trinità nell'Unità, senza confusione di Persone né separazione della sostanza: altra infatti è la Persona del Padre, altra quella del Figlio, altra quella dello Spirito Santo; ma unica è la divinità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, uguale la gloria, coeterna la maestà ». Simbolo « Quicumque »: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

Inseparabili nella loro sostanza, le Persone divine sono inseparabili anche nelle loro operazioni. Ma nell'unica operazione divina ogni Persona manifesta ciò che le è proprio nella Trinità, soprattutto nelle missioni divine dell'incarnazione del Figlio e del dono dello Spirito Santo.

Paragrafo 3 ONNIPOTENTE

Di tutti gli attributi divini, nel Simbolo si nomina soltanto l'onnipotenza di Dio: confessarla è di grande importanza per la nostra vita. Noi crediamo che tale onnipotenza è universale, perché Dio, che tutto ha creato, Cf Gn 1,1; Gv 1,3. tutto governa e tutto può; amante, perché Dio è nostro Padre; Cf Mt 6,9. misteriosa, perché soltanto la fede può riconoscere allorché « si manifesta nella debolezza » (2 Cor 12,9). Cf 1 Cor 1,18.

«Egli opera tutto ciò che vuole» (Sal 115,3)

Le Sacre Scritture affermano a più riprese la potenza universale di Dio. Egli è detto « il Potente di Giacobbe » (Gn 49,24; Is 1,24 e altrove), « il Signore degli eserciti », « il Forte, il Potente » (Sal 24,8-10). Se Dio è onnipotente « in cielo e sulla terra » (Sal 135,6), è perché lui stesso li ha fatti. Nulla quindi gli è impossibile Cf Ger 32,17; Lc 1,37. e dispone della sua opera come gli piace; Cf Ger 27,5. egli è il Signore dell'universo, di cui ha fissato l'ordine che rimane a lui interamente sottoposto e disponibile; egli è il Padrone della storia: muove i cuori e guida gli avvenimenti secondo il suo beneplacito. Cf Est 4,17c; Prv 21,1; Tb 13,2. « Prevalere con la forza ti è sempre possibile; chi potrà opporsi al potere del tuo braccio? » (Sap 11,21). « Hai compassione di tutti, perché tutto tu puoi » (Sap 11,23)

Dio è Padre onnipotente. La sua paternità e la sua potenza si illuminano a vicenda. Infatti, egli mostra la sua onnipotenza paterna attraverso il modo con cui si prende cura dei nostri bisogni; Cf Mt 6,32. attraverso l'adozione filiale che ci dona (« Sarò per voi come un padre, e voi mi sarete come figli e figlie, dice il Signore onnipotente »: 2 Cor 6,18); infine attraverso la sua infinita misericordia, dal momento che egli manifesta al massimo grado la sua potenza perdonando liberamente i peccati.

L'onnipotenza divina non è affatto arbitraria: « In Dio la potenza e l'essenza, la volontà e l'intelligenza, la sapienza e la giustizia sono una sola ed identica cosa, di modo che nulla può esserci nella potenza divina che non possa essere nella giusta volontà di Dio o nella sua sapiente intelligenza». San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, I, q. 25, a. 5, ad 1: Ed. Leon. — Sancti Thomae Aquinatis Opera omnia, editio Leonina.

Il mistero dell’apparente impotenza di Dio

La fede in Dio Padre onnipotente può essere messa alla prova dall'esperienza del male e della sofferenza. Talvolta Dio può sembrare assente ed incapace di impedire il male. Ora, Dio Padre ha rivelato nel modo più misterioso la sua onnipotenza nel volontario abbassamento e nella risurrezione del Figlio suo, per mezzo dei quali ha vinto il male. Cristo crocifisso è quindi « potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini » (1 Cor 1,25). Nella risurrezione e nella esaltazione di Cristo il Padre ha dispiegato « l'efficacia della sua forza » e ha manifestato « la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti » (Ef 1,19-22).

Soltanto la fede può aderire alle vie misteriose dell'onnipotenza di Dio. Per questa fede, ci si gloria delle proprie debolezze per attirare su di sé la potenza di Cristo. Cf 2 Cor 12,9; Fil 4,13. Di questa fede il supremo modello è la Vergine Maria: ella ha creduto che « nulla è impossibile a Dio » (Lc 1,37) e ha potuto magnificare il Signore: « Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente e santo è il suo nome » (Lc 1,49).

« La ferma persuasione dell'onnipotenza divina vale più di ogni altra cosa a corroborare in noi il doveroso sentimento della fede e della speranza. La nostra ragione, conquistata dall'idea della divina onnipotenza, assentirà, senza più dubitare, a qualunque cosa sia necessario credere, per quanto possa essere grande e meravigliosa o superiore alle leggi e all'ordine della natura. Anzi, quanto più sublimi saranno le verità da Dio rivelate, tanto più agevolmente riterrà di dovervi assentire ». Catechismo Romano, 1, 2, 13: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona) p. 31.

Con Giobbe, il giusto, noi confessiamo: « Comprendo che puoi tutto e che nessuna cosa è impossibile per te » (Gb 42,2).

Fedele alla testimonianza della Scrittura, la Chiesa rivolge spesso la sua preghiera al « Dio onnipotente ed eterno » (« Omnipotens sempiterne Deus... »), credendo fermamente che « nulla è impossibile a Dio » (Lc 1,37). Cf Gn 18,14; Mt 19,26.

Dio manifesta la sua onnipotenza convertendoci dai nostri peccati e ristabilendoci nella sua amicizia con la grazia (« Deus, qui omnipotentiam tuam parcendo maxime et miserando manifestas... – O Dio, che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono...»). Domenica XXVI del tempo ordinario, Colletta: Messale Romano (Libreria Editrice Vaticana 1993) p. 272.

Senza credere che l'amore di Dio è onnipotente, come credere che il Padre abbia potuto crearci, il Figlio riscattarci, lo Spirito Santo santificarci?

Paragrafo 4 CREATORE

« In principio Dio creò il cielo e la terra » (Gn 1,1). Con queste solenni parole incomincia la Sacra Scrittura. Il Simbolo della fede le riprende confessando Dio Padre onnipotente come « Creatore del cielo e della terra », Simbolo apostolico: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. « di tutte le cose visibili e invisibili ». Simbolo niceno-costantinopolitano: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. Parleremo perciò innanzi tutto del Creatore, poi della sua creazione, infine della caduta a causa del peccato, da cui Gesù Cristo, il Figlio di Dio, è venuto a risollevarci.

La creazione è il fondamento di « tutti i progetti salvifici di Dio », « l'inizio della storia della salvezza », Congregazione per il Clero, Direttorio catechistico generale, 51: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 64 (1972) su vatican.va — PDF scansionato (1972) 128. che culmina in Cristo. Inversamente, il mistero di Cristo è la luce decisiva sul mistero della creazione: rivela il fine in vista del quale, « in principio, Dio creò il cielo e la terra » (Gn 1,1): dalle origini, Dio pensava alla gloria della nuova creazione in Cristo. Cf Rm 8,18-23.

Per questo le letture della Veglia pasquale, celebrazione della nuova creazione in Cristo, iniziano con il racconto della creazione; parimenti, nella liturgia bizantina, il racconto della creazione è sempre la prima lettura delle vigilie delle grandi feste del Signore. Secondo la testimonianza degli antichi, l'istruzione dei catecumeni per il Battesimo segue lo stesso itinerario. Cf Egeria, Itinerarium seu Peregrinatio ad loca sancta, 46, 2: SC — Sources chrétiennes; PLS — Patrologia latina. Supplementum; Sant'Agostino, De catechizandis rudibus, 3, 5: CCL — Corpus Christianorum (Series Latina) (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)).

I.La catechesi sulla creazione

La catechesi sulla creazione è di capitale importanza. Concerne i fondamenti stessi della vita umana e cristiana: infatti esplicita la risposta della fede cristiana agli interrogativi fondamentali che gli uomini di ogni tempo si sono posti: « Da dove veniamo? », « Dove andiamo? », « Qual è la nostra origine? », « Quale il nostro fine? », « Da dove viene e dove va tutto ciò che esiste? ». Le due questioni, quella dell'origine e quella del fine, sono inseparabili. Sono decisive per il senso e l'orientamento della nostra vita e del nostro agire.

La questione delle origini del mondo e dell'uomo è oggetto di numerose ricerche scientifiche, che hanno straordinariamente arricchito le nostre conoscenze sull'età e le dimensioni del cosmo, sul divenire delle forme viventi, sull'apparizione dell'uomo. Tali scoperte ci invitano ad una sempre maggiore ammirazione per la grandezza del Creatore, e a ringraziarlo per tutte le sue opere e per l'intelligenza e la sapienza di cui fa dono agli studiosi e ai ricercatori. Con Salomone costoro possono dire: « Egli mi ha concesso la conoscenza infallibile delle cose, per comprendere la struttura del mondo e la forza degli elementi [...]; perché mi ha istruito la Sapienza, artefice di tutte le cose » (Sap 7,17-21).

Il grande interesse di cui sono oggetto queste ricerche è fortemente stimolato da una questione di altro ordine, che oltrepassa il campo proprio delle scienze naturali. Non si tratta soltanto di sapere quando e come sia sorto materialmente il cosmo, né quando sia apparso l'uomo, quanto piuttosto di scoprire quale sia il senso di tale origine: se cioè sia governata dal caso, da un destino cieco, da una necessità anonima, oppure da un Essere trascendente, intelligente e buono, chiamato Dio. E se il mondo proviene dalla sapienza e dalla bontà di Dio, perché il male? Da dove viene? Chi ne è responsabile? C'è una liberazione da esso?

Fin dagli inizi, la fede cristiana è stata messa a confronto con risposte diverse dalla sua circa la questione delle origini. Infatti, nelle religioni e nelle culture antiche si trovano numerosi miti riguardanti le origini. Certi filosofi hanno affermato che tutto è Dio, che il mondo è Dio, o che il divenire del mondo è il divenire di Dio (panteismo); altri hanno detto che il mondo è una emanazione necessaria di Dio, scaturisce da questa sorgente e ad essa ritorna; altri ancora hanno sostenuto l'esistenza di due princìpi eterni, il Bene e il Male, la Luce e le Tenebre, in continuo conflitto (dualismo, manicheismo); secondo alcune di queste concezioni, il mondo (almeno il mondo materiale) sarebbe cattivo, prodotto di un decadimento, e quindi da respingere o oltrepassare (gnosi); altri ammettono che il mondo sia stato fatto da Dio, ma alla maniera di un orologiaio che, una volta fatto, l'avrebbe abbandonato a se stesso (deismo); altri infine non ammettono alcuna origine trascendente del mondo, ma vedono in esso il puro gioco di una materia che sarebbe sempre esistita (materialismo). Tutti questi tentativi di spiegazione stanno a testimoniare la persistenza e l'universalità del problema delle origini. Questa ricerca è propria dell'uomo.

Indubbiamente, l'intelligenza umana può già trovare una risposta al problema delle origini. Infatti, è possibile conoscere con certezza l'esistenza di Dio Creatore attraverso le sue opere, grazie alla luce della ragione umana, Cf Concilio Vaticano I, Cost. dogm. Dei Filius, De Revelatione, canone 1: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. anche se questa conoscenza spesso è offuscata e sfigurata dall'errore. Per questo la fede viene a confermare e a far luce alla ragione nella retta intelligenza di queste verità: « Per fede sappiamo che i mondi furono formati dalla Parola di Dio, sì che da cose non visibili ha preso origine ciò che si vede » (Eb 11,3).

La verità della creazione è tanto importante per l'intera vita umana che Dio, nella sua tenerezza, ha voluto rivelare al suo popolo tutto ciò che è necessario conoscere al riguardo. Al di là della conoscenza naturale che ogni uomo può avere del Creatore, Cf At 17,24-29; Rm 1,19-20. Dio ha progressivamente rivelato a Israele il mistero della creazione. Egli, che ha scelto i patriarchi, che ha fatto uscire Israele dall'Egitto, e che, eleggendo Israele, l'ha creato e formato, Cf Is 43,1. si rivela come colui al quale appartengono tutti i popoli della terra e l'intera terra, come colui che, solo, « ha fatto cielo e terra » (Sal 115,15; 124,8; 134,3).

La rivelazione della creazione è, così, inseparabile dalla rivelazione e dalla realizzazione dell'Alleanza dell'unico Dio con il suo popolo. La creazione è rivelata come il primo passo verso tale Alleanza, come la prima e universale testimonianza dell'amore onnipotente di Dio. Cf Gn 15,5; Ger 33,19-26. E poi la verità della creazione si esprime con una forza crescente nel messaggio dei profeti, Cf Is 44,24. nella preghiera dei Salmi Cf Sal 104. e della liturgia, nella riflessione della sapienza Cf Prv 8,22-31. del popolo eletto.

Tra tutte le parole della Sacra Scrittura sulla creazione, occupano un posto singolarissimo i primi tre capitoli della Genesi. Dal punto di vista letterario questi testi possono avere fonti diverse. Gli autori ispirati li hanno collocati all'inizio della Scrittura in modo che esprimano, con il loro linguaggio solenne, le verità della creazione, della sua origine e del suo fine in Dio, del suo ordine e della sua bontà, della vocazione dell'uomo, infine del dramma del peccato e della speranza della salvezza. Lette alla luce di Cristo, nell'unità della Sacra Scrittura e della Tradizione vivente della Chiesa, queste parole restano la fonte principale per la catechesi dei misteri delle « origini »: creazione, caduta, promessa della salvezza.

II.La creazione – opera della Santissima Trinità

« In principio, Dio creò il cielo e la terra » (Gn 1,1). Queste prime parole della Scrittura contengono tre affermazioni: il Dio eterno ha dato un inizio a tutto ciò che esiste fuori di lui. Egli solo è Creatore (il verbo « creare » – in ebraico bara – ha sempre come soggetto Dio). La totalità di ciò che esiste (espressa nella formula « il cielo e la terra ») dipende da colui che le dà l'essere.

« In principio era il Verbo [...] e il Verbo era Dio. [...] Tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui niente è stato fatto » (Gv 1,1-3). Il Nuovo Testamento rivela che Dio ha creato tutto per mezzo del Verbo eterno, il Figlio suo diletto. « Per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra [...]. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono » (Col 1,16-17). La fede della Chiesa afferma pure l'azione creatrice dello Spirito Santo: egli è colui che « dà la vita », Simbolo niceno-costantinopolitano: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. lo « Spirito Creatore » (« Veni, Creator Spiritus »), la « sorgente di ogni bene ». Liturgia bizantina, 2o Stico dei Vespri della domenica di Pentecoste: Pentekostarion (Roma 1883) p. 408.

Lasciata intravvedere nell'Antico Testamento, Cf Sal 33,6; 104,30; Gn 1,2-3. rivelata nella Nuova Alleanza, l'azione creatrice del Figlio e dello Spirito, inseparabilmente una con quella del Padre, è chiaramente affermata dalla regola di fede della Chiesa: « Non esiste che un solo Dio [...]: egli è il Padre, è Dio, il Creatore, l'Autore, l'Ordinatore. Egli ha fatto ogni cosa da se stesso, cioè con il suo Verbo e la sua Sapienza »; Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, 2, 30, 9: SC — Sources chrétiennes (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)). « il Figlio e lo Spirito » sono come « le sue mani ». Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, 4, 20, 1: SC — Sources chrétiennes (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)). La creazione è opera comune della Santissima Trinità.

III.«Il mondo è stato creato per la gloria di Dio»

È una verità fondamentale che la Scrittura e la Tradizione costantemente insegnano e celebrano: « Il mondo è stato creato per la gloria di Dio ». Concilio Vaticano I, Cost. dogm. Dei Filius, De Deo rerum omnium Creatore, canone 5: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. Dio ha creato tutte le cose, spiega san Bonaventura, « non [...] propter gloriam augendam, sed propter gloriam manifestandam et propter gloriam suam communicandam – non per accrescere la propria gloria, ma per manifestarla e per comunicarla ». San Bonaventura, In secundum librum Sententiarum, dist. 1, p. 2, a. 2, q. 1, concl.: Opera omnia, v. 2 (Ad Claras Aquas 1885) p. 44. Infatti Dio non ha altro motivo per creare se non il suo amore e la sua bontà: « Aperta enim manu clave amoris, creaturæ prodierunt – Aperta la mano dalla chiave dell'amore, le creature vennero alla luce ». San Tommaso d'Aquino, Commentum in secundum librum Sententiarum, Prologus: Opera omnia, v. 8 (Parigi 1873) p. 2. E il Concilio Vaticano I spiega:

« Nella sua bontà e con la sua onnipotente virtù, non per aumentare la sua beatitudine, né per acquistare perfezione, ma per manifestarla attraverso i beni che concede alle sue creature, questo solo vero Dio ha, con la più libera delle decisioni, dall'inizio dei tempi, creato insieme dal nulla l'una e l'altra creatura, la spirituale e la corporale ». Concilio Vaticano I, Cost. dogm. Dei Filius, c. 1: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

La gloria di Dio è che si realizzi la manifestazione e la comunicazione della sua bontà, in vista delle quali il mondo è stato creato. Ci ha predestinati « a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà. E questo a lode e gloria della sua grazia » (Ef 1,5-6). « Infatti la gloria di Dio è l'uomo vivente e la vita dell'uomo è la visione di Dio: se già la rivelazione di Dio attraverso la creazione procurò la vita a tutti gli esseri che vivono sulla terra, quanto più la manifestazione del Padre per mezzo del Verbo dà la vita a coloro che vedono Dio ». Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses 4, 20, 7: SC — Sources chrétiennes (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)). Il fine ultimo della creazione è che Dio, « che di tutti è il Creatore, possa anche essere "tutto in tutti" (1 Cor 15,28), procurando ad un tempo la sua gloria e la nostra felicità ». Concilio Vaticano II, Decr. Ad gentes, 2: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 948.

IV.Il mistero della creazione

Dio crea con sapienza e amore

Noi crediamo che il mondo è stato creato da Dio secondo la sua sapienza. Cf Sap 9,9. Non è il prodotto di una qualsivoglia necessità, di un destino cieco o del caso. Noi crediamo che il mondo trae origine dalla libera volontà di Dio, il quale ha voluto far partecipare le creature al suo essere, alla sua saggezza e alla sua bontà: « Tu hai creato tutte le cose, e per la tua volontà furono create e sussistono » (Ap 4,11). « Quanto sono grandi, Signore, le tue opere! Tutto hai fatto con saggezza » (Sal 104,24). « Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature » (Sal 145,9).

Dio crea «dal nulla»

Noi crediamo che Dio, per creare, non ha bisogno di nulla di preesistente né di alcun aiuto. Cf Concilio Vaticano I, Cost. dogm. Dei Filius, c. 1: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. La creazione non è neppure una emanazione necessaria della sostanza divina. Cf Concilio Vaticano I, Cost. dogm. Dei Filius, De Deo rerum omnium Creatore, canoni 1-4: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. Dio crea liberamente « dal nulla »: Concilio Lateranense IV, Cap. 2, De fide catholica: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; Concilio Vaticano I, Cost. dogm. Dei Filius, De Deo rerum omnium Creatore, canone 5: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

« Che vi sarebbe di straordinario se Dio avesse tratto il mondo da una materia preesistente? Un artigiano umano, quando gli si dà un materiale, ne fa tutto ciò che vuole. Invece la potenza di Dio si manifesta precisamente in questo, che egli parte dal nulla per fare tutto ciò che vuole ». San Teofilo d'Antiochia, Ad Autolycum, 2, 4: SC — Sources chrétiennes (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)).

La fede nella creazione « dal nulla » è attestata nella Scrittura come una verità piena di promessa e di speranza. Così la madre dei sette figli li incoraggia al martirio:

« Non so come siate apparsi nel mio seno; non io vi ho dato lo spirito e la vita, né io ho dato forma alle membra di ciascuno di voi. Senza dubbio il Creatore del mondo, che ha plasmato all'origine l'uomo e ha provveduto alla generazione di tutti, per la sua misericordia vi restituirà di nuovo lo spirito e la vita, come voi ora per le sue leggi non vi curate di voi stessi. [...] Ti scongiuro, figlio, contempla il cielo e la terra, osserva quanto vi è in essi e sappi che Dio li ha fatti non da cose preesistenti; tale è anche l'origine del genere umano » (2 Mac 7,22-23.28).

Dio, poiché può creare dal nulla, può anche, per opera dello Spirito Santo, donare ai peccatori la vita dell'anima, creando in essi un cuore puro, Cf Sal 51,12. e ai defunti, con la risurrezione, la vita del corpo, egli « che dà vita ai morti e chiama all'esistenza le cose che ancora non esistono » (Rm 4,17). E, dal momento che, con la sua Parola, ha potuto far risplendere la luce dalle tenebre, Cf Gn 1,3. può anche donare la luce della fede a coloro che non lo conoscono. Cf 2 Cor 4,6.

Dio crea un mondo ordinato e buono

Per il fatto che Dio crea con sapienza, la creazione ha un ordine: « Tu hai disposto tutto con misura, calcolo e peso » (Sap 11,20). Creata nel Verbo eterno e per mezzo del Verbo eterno, « immagine del Dio invisibile » (Col 1,15), la creazione è destinata, indirizzata all'uomo, immagine di Dio, Cf Gn 1,26. chiamato a una relazione personale con Dio. La nostra intelligenza, poiché partecipa alla luce dell'Intelletto divino, può comprendere ciò che Dio ci dice attraverso la creazione, Cf Sal 19,2-5. certo non senza grande sforzo e in spirito di umiltà e di rispetto davanti al Creatore e alla sua opera. Cf Gb 42,3. Scaturita dalla bontà divina, la creazione partecipa di questa bontà (« E Dio vide che era cosa buona [...] cosa molto buona »: Gn 1,4.10.12.18.21.31). La creazione, infatti, è voluta da Dio come un dono fatto all'uomo, come un'eredità a lui destinata e affidata. La Chiesa, a più riprese, ha dovuto difendere la bontà della creazione, compresa quella del mondo materiale. Cf San Leone Magno, Lettera Quam laudabiliter: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; Concilio di Braga I, Anathematismi praesertim contra Priscillianistas, 5-13: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; Concilio Lateranense IV, Cap. 2, De fide catholica: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; Concilio di Firenze, Decretum pro Iacobitis: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; Concilio Vaticano I, Cost. dogm. Dei Filius, c. 1: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

Dio trascende la creazione ed è ad essa presente

Dio è infinitamente più grande di tutte le sue opere: Cf Sir 43,30. « Sopra i cieli si innalza » la sua « magnificenza » (Sal 8,2), « la sua grandezza non si può misurare » (Sal 145,3). Ma poiché egli è il Creatore sovrano e libero, causa prima di tutto ciò che esiste, egli è presente nell'intimo più profondo delle sue creature: « In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo » (At 17,28). Secondo le parole di sant'Agostino, egli è « interior intimo meo et superior summo meo – più intimo della mia parte più intima, più alto della mia parte più alta ». Sant'Agostino, Confessiones, 3, 6, 11: CCL — Corpus Christianorum (Series Latina) (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)).

Dio conserva e regge la creazione

Dopo averla creata, Dio non abbandona a se stessa la sua creatura. Non le dona soltanto di essere e di esistere: la conserva in ogni istante nell'« essere », le dà la facoltà di agire e la conduce al suo termine. Riconoscere questa completa dipendenza in rapporto al Creatore è fonte di sapienza e di libertà, di gioia, di fiducia:

« Tu ami tutte le cose esistenti, e nulla disprezzi di quanto hai creato; se tu avessi odiato qualcosa, non l'avresti neppure creata. Come potrebbe sussistere una cosa se tu non vuoi? O conservarsi se tu non l'avessi chiamata all'esistenza? Tu risparmi tutte le cose, perché tutte sono tue, Signore, amante della vita » (Sap 11,24-26).

V.Dio realizza il suo disegno: la provvidenza divina

La creazione ha la sua propria bontà e perfezione, ma non è uscita dalle mani del Creatore interamente compiuta. È creata « in stato di via » (« in statu viae ») verso una perfezione ultima alla quale Dio l'ha destinata, ma che ancora deve essere raggiunta. Chiamiamo divina provvidenza le disposizioni per mezzo delle quali Dio conduce la creazione verso questa perfezione.

« Dio conserva e governa con la sua provvidenza tutto ciò che ha creato, "essa si estende da un confine all'altro con forza, governa con bontà eccellente ogni cosa" (Sap 8,1). Infatti "tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi" (Eb 4,13), anche quello che sarà fatto dalla libera azione delle creature ». Concilio Vaticano I, Cost. dogm. Dei Filius, c. 1: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

La testimonianza della Scrittura è unanime: la sollecitudine della divina Provvidenza è concreta e immediata; essa si prende cura di tutto, dalle più piccole cose fino ai grandi eventi del mondo e della storia. Con forza, i Libri Sacri affermano la sovranità assoluta di Dio sul corso degli avvenimenti: « Il nostro Dio è nei cieli, egli opera tutto ciò che vuole » (Sal 115,3); e di Cristo si dice: « Quando egli apre, nessuno chiude, e quando chiude, nessuno apre » (Ap 3,7); « Molte sono le idee nella mente dell'uomo, ma solo il disegno del Signore resta saldo » (Prv 19,21).

Spesso si nota che lo Spirito Santo, autore principale della Sacra Scrittura, attribuisce alcune azioni a Dio, senza far cenno a cause seconde. Non si tratta di « un modo di parlare » primitivo, ma di una maniera profonda di richiamare il primato di Dio e la sua signoria assoluta sulla storia e sul mondo Cf Is 10,5-15; 45,5-7; Dt 32,39; Sir 11,14. educando così alla fiducia in lui. La preghiera dei salmi è la grande scuola di questa fiducia. Cf Sal 22; 32; 35; 103; 138; e altri.

Gesù chiede un abbandono filiale alla provvidenza del Padre celeste, il quale si prende cura dei più elementari bisogni dei suoi figli: « Non affannatevi dunque dicendo: "Che cosa mangeremo? Che cosa berremo?" [...]. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta » (Mt 6,31-33). Cf Mt 10,29-31.

La provvidenza e le cause seconde

Dio è il Padrone sovrano del suo disegno. Però, per realizzarlo, si serve anche della cooperazione delle creature. Questo non è un segno di debolezza, bensì della grandezza e della bontà di Dio onnipotente. Infatti Dio alle sue creature non dona soltanto l'esistenza, ma anche la dignità di agire esse stesse, di essere causa e principio le une delle altre, e di collaborare in tal modo al compimento del suo disegno.

Dio dà agli uomini anche il potere di partecipare liberamente alla sua provvidenza, affidando loro la responsabilità di « soggiogare » la terra e di dominarla. Cf Gn 1,26-28. In tal modo Dio fa dono agli uomini di essere cause intelligenti e libere per completare l'opera della creazione, perfezionandone l'armonia, per il loro bene e per il bene del loro prossimo. Cooperatori spesso inconsapevoli della volontà divina, gli uomini possono entrare deliberatamente nel piano divino con le loro azioni, le loro preghiere, ma anche con le loro sofferenze. Cf Col 1,24. Allora diventano in pienezza « collaboratori di Dio » (1 Cor 3,9) Cf 1 Ts 3,2. e del suo Regno. Cf Col 4,11.

Dio agisce in tutto l'agire delle sue creature: è una verità inseparabile dalla fede in Dio Creatore. Egli è la causa prima che opera nelle cause seconde e per mezzo di esse: « È Dio infatti che suscita » in noi « il volere e l'operare secondo i suoi benevoli disegni » (Fil 2,13). Cf 1 Cor 12,6. Lungi dallo sminuire la dignità della creatura, questa verità la accresce. Infatti la creatura, tratta dal nulla dalla potenza, dalla sapienza e dalla bontà di Dio, niente può se è separata dalla propria origine, perché « la creatura senza il Creatore svanisce »; Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 36: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1054. ancor meno può raggiungere il suo fine ultimo senza l'aiuto della grazia. Cf Mt 19,26; Gv 15,5; Fil 4,13.

La provvidenza e lo scandalo del male

Se Dio Padre onnipotente, Creatore del mondo ordinato e buono, si prende cura di tutte le sue creature, perché esiste il male? A questo interrogativo tanto pressante quanto inevitabile, tanto doloroso quanto misterioso, nessuna risposta immediata potrà bastare. È l'insieme della fede cristiana che costituisce la risposta a tale questione: la bontà della creazione, il dramma del peccato, l'amore paziente di Dio che viene incontro all'uomo con le sue alleanze, con l'incarnazione redentrice del suo Figlio, con il dono dello Spirito, con la convocazione della Chiesa, con la forza dei sacramenti, con la vocazione ad una vita felice, alla quale le creature libere sono invitate a dare il loro consenso, ma alla quale, per un mistero terribile, possono anche sottrarsi. Non c'è un punto del messaggio cristiano che non sia, per un certo aspetto, una risposta al problema del male.

Ma perché Dio non ha creato un mondo a tal punto perfetto da non potervi essere alcun male? Nella sua infinita potenza, Dio potrebbe sempre creare qualcosa di migliore. Cf San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, I, q. 25, a. 6: Ed. Leon. — Sancti Thomae Aquinatis Opera omnia, editio Leonina. Tuttavia, nella sua sapienza e nella sua bontà infinite, Dio ha liberamente voluto creare un mondo « in stato di via » verso la sua perfezione ultima. Questo divenire, nel disegno di Dio, comporta, con la comparsa di certi esseri, la scomparsa di altri, con il più perfetto anche il meno perfetto, con le costruzioni della natura anche le distruzioni. Quindi, insieme con il bene fisico esiste anche il male fisico, finché la creazione non avrà raggiunto la sua perfezione. Cf San Tommaso d'Aquino, Summa contra gentiles, 3, 71: Ed. Leon. — Sancti Thomae Aquinatis Opera omnia, editio Leonina.

Gli angeli e gli uomini, creature intelligenti e libere, devono camminare verso il loro destino ultimo per una libera scelta e un amore di preferenza. Essi possono, quindi, deviare. In realtà, hanno peccato. È così che nel mondo è entrato il male morale, incommensurabilmente più grave del male fisico. Dio non è in alcun modo, né direttamente né indirettamente, la causa del male morale. Cf Sant'Agostino, De libero arbitrio, 1, 1, 1: CCL — Corpus Christianorum (Series Latina) (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)); San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, I-II, q. 79, a. 1: Ed. Leon. — Sancti Thomae Aquinatis Opera omnia, editio Leonina. Però, rispettando la libertà della sua creatura, lo permette e, misteriosamente, sa trarne il bene:

« Infatti Dio onnipotente [...], essendo supremamente buono, non permetterebbe mai che un qualsiasi male esistesse nelle sue opere, se non fosse sufficientemente potente e buono da trarre dal male stesso il bene ». Sant'Agostino, Enchiridion de fide, spe et caritate, 3, 11: CCL — Corpus Christianorum (Series Latina) (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)).

Così, col tempo, si può scoprire che Dio, nella sua provvidenza onnipotente, può trarre un bene dalle conseguenze di un male, anche morale, causato dalle sue creature: « Non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio. [...] Se voi avete pensato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene [...] per far vivere un popolo numeroso » (Gn 45,8; 50,20). Cf Tb 2,12-18 volg. Dal più grande male morale che mai sia stato commesso, il rifiuto e l'uccisione del Figlio di Dio, causata dal peccato di tutti gli uomini, Dio, con la sovrabbondanza della sua grazia, Cf Rm 5,20. ha tratto i più grandi beni: la glorificazione di Cristo e la nostra redenzione. Con ciò, però, il male non diventa un bene.

« Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio » (Rm 8,28). La testimonianza dei santi non cessa di confermare questa verità:

Così santa Caterina da Siena dice a « coloro che si scandalizzano » e si ribellano davanti a ciò che loro capita: « Tutto viene dall'amore, tutto è ordinato alla salvezza dell'uomo, Dio non fa niente se non a questo fine ».E san Tommaso Moro, poco prima del martirio, consola la figlia: « Non accade nulla che Dio non voglia, e io sono sicuro che qualunque cosa avvenga, per quanto cattiva appaia, sarà in realtà sempre per il meglio ». E Giuliana di Norwich: « Imparai dalla grazia di Dio che dovevo rimanere fermamente nella fede, e quindi dovevo saldamente e perfettamente credere che tutto sarebbe finito in bene [...]. Tu stessa vedrai che ogni specie di cosa sarà per il bene ». Giuliana di Norwich, Revelatio, 13, 32: A Book of Showings to the Anchoress Julian of Norwich, ed. E. Colledge-J. Walsh, vol. 2 (Toronto 1978) p. 426 e 422.

Noi crediamo fermamente che Dio è Signore del mondo e della storia. Ma le vie della sua provvidenza spesso ci rimangono sconosciute. Solo alla fine, quando avrà termine la nostra conoscenza imperfetta e vedremo Dio « a faccia a faccia » (1 Cor 13,12), conosceremo pienamente le vie lungo le quali, anche attraverso i drammi del male e del peccato, Dio avrà condotto la sua creazione fino al riposo di quel Sabato Cf Gn 2,2. definitivo, in vista del quale ha creato il cielo e la terra.

Nella creazione del mondo e dell'uomo, Dio ha posto la prima e universale testimonianza del suo amore onnipotente e della sua sapienza, il primo annunzio del suo « disegno di benevolenza », che ha il suo fine nella nuova creazione in Cristo.

Sebbene l'opera della creazione sia particolarmente attribuita al Padre, è ugualmente verità di fede che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono il principio unico e indivisibile della creazione.

Dio solo ha creato l'universo liberamente, direttamente, senza alcun aiuto.

Nessuna creatura ha il potere infinito necessario per « creare » nel senso proprio del termine, cioè produrre e dare l'essere a ciò che non l'aveva affatto (chiamare all'esistenza « ex nihilo » – dal nulla). Cf Sacra Congregazione degli Studi, Decretum (27 luglio 1914): DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

Dio ha creato il mondo per manifestare e per comunicare la sua gloria. Che le sue creature abbiano parte alla sua verità, alla sua bontà, alla sua bellezza: ecco la gloria per la quale Dio le ha create.

Dio, che ha creato l'universo, lo conserva nell'esistenza per mezzo del Verbo, suo Figlio che « sostiene tutto con la potenza della sua parola » (Eb 1,3), e per mezzo dello Spirito Creatore che dà vita.

La divina Provvidenza consiste nelle disposizioni con le quali Dio, con sapienza e amore, conduce tutte le creature al loro fine ultimo.

Cristo ci esorta all'abbandono filiale alla provvidenza del nostro Padre celeste Cf Mt 6,26-34. e l'apostolo san Pietro gli fa eco: gettate « in lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi » (1 Pt 5,7). Cf Sal 55,23.

La provvidenza divina agisce anche attraverso l'azione delle creature. Agli esseri umani Dio dona di cooperare liberamente ai suoi disegni.

Che Dio permetta il male fisico e morale è un mistero che egli illumina nel suo Figlio, Gesù Cristo, morto e risorto per vincere il male. La fede ci dà la certezza che Dio non permetterebbe il male, se dallo stesso male non traesse il bene, per vie che conosceremo pienamente soltanto nella vita eterna.

Paragrafo 5 IL CIELO E LA TERRA

Il Simbolo degli Apostoli professa che Dio è « il Creatore del cielo e della terra », DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. e il Simbolo niceno-costantinopolitano esplicita: « ...di tutte le cose visibili e invisibili ». DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

Nella Sacra Scrittura, l'espressione « cielo e terra » significa: tutto ciò che esiste, l'intera creazione. Indica pure, all'interno della creazione, il legame che ad un tempo unisce e distingue cielo e terra: « La terra » è il mondo degli uomini. Cf Sal 115,16. « Il cielo », o « i cieli », può indicare il firmamento, Cf Sal 19,2. ma anche il « luogo » proprio di Dio: il nostro « Padre che è nei cieli » (Mt 5,16) Cf Sal 115,16. e, di conseguenza, anche il « cielo » che è la gloria escatologica. Infine, la parola « cielo » indica il « luogo » delle creature spirituali – gli angeli – che circondano Dio.

La professione di fede del Concilio Lateranense IV afferma: Dio, « fin dal principio del tempo, creò dal nulla l'uno e l'altro ordine di creature, quello spirituale e quello materiale, cioè gli angeli e il mondo terrestre; e poi l'uomo, quasi partecipe dell'uno e dell'altro, composto di anima e di corpo ». Concilio Lateranense IV, Cap. 1, De fide catholica: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; cf Concilio Vaticano I, Cost. dogm. Dei Filius, c. 1: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum e Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 8: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 60 (1968) su vatican.va — PDF scansionato (1968) 436.

I.Gli angeli

L’esistenza degli angeli – una verità di fede

L'esistenza degli esseri spirituali, incorporei, che la Sacra Scrittura chiama abitualmente angeli, è una verità di fede. La testimonianza della Scrittura è tanto chiara quanto l'unanimità della Tradizione.

Chi sono?

Sant'Agostino dice a loro riguardo: « "Angelus" officii nomen est, [...] non naturae. Quaeris nomen huius naturae, spiritus est; quaeris officium, angelus est: ex eo quod est, spiritus est, ex eo quod agit, angelus – La parola "angelo" designa l'ufficio, non la natura. Se si chiede il nome di questa natura, si risponde che è spirito; se si chiede l'ufficio, si risponde che è angelo: è spirito per quello che è, mentre per quello che compie è angelo ». Sant'Agostino, Enarratio in Psalmum 103, 1, 15: CCL — Corpus Christianorum (Series Latina) (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)). In tutto il loro essere, gli angeli sono servitori e messaggeri di Dio. Per il fatto che « vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli » (Mt 18,10), essi sono « potenti esecutori dei suoi comandi, pronti alla voce della sua parola » (Sal 103,20).

In quanto creature puramente spirituali, essi hanno intelligenza e volontà: sono creature personali Cf Pio XII, Lett. enc. Humani generis: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. e immortali. Cf Lc 20,36. Superano in perfezione tutte le creature visibili. Lo testimonia il fulgore della loro gloria. Cf Dn 10,9-12.

Cristo «con tutti i suoi angeli»

Cristo è il centro del mondo angelico. Essi sono i suoi angeli: « Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli [...] » (Mt 25,31). Sono suoi perché creati per mezzo di lui e in vista di lui: « Poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: troni, dominazioni, principati e potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui » (Col 1,16). Sono suoi ancor più perché li ha fatti messaggeri del suo disegno di salvezza: « Non sono essi tutti spiriti incaricati di un ministero, inviati per servire coloro che devono ereditare la salvezza? » (Eb 1,14).

Essi, fin dalla creazione Cf Gb 38,7, dove gli angeli sono chiamati « figli di Dio ». e lungo tutta la storia della salvezza, annunciano da lontano o da vicino questa salvezza e servono la realizzazione del disegno salvifico di Dio: chiudono il paradiso terrestre, Cf Gn 3,24. proteggono Lot, Cf Gn 19. salvano Agar e il suo bambino, Cf Gn 21,17. trattengono la mano di Abramo; Cf Gn 22,11. la Legge viene comunicata mediante il ministero degli angeli, Cf At 7,53. essi guidano il popolo di Dio, Cf Es 23,20-23. annunziano nascite Cf Gdc 13. e vocazioni, Cf Gdc 6,11-24; Is 6,6. assistono i profeti, Cf 1 Re 19,5. per citare soltanto alcuni esempi. Infine, è l'angelo Gabriele che annunzia la nascita del Precursore e quella dello stesso Gesù. Cf Lc 1,11.26.

Dall'incarnazione all'ascensione, la vita del Verbo incarnato è circondata dall'adorazione e dal servizio degli angeli. Quando Dio « introduce il Primogenito nel mondo, dice: lo adorino tutti gli angeli di Dio » (Eb 1,6). Il loro canto di lode alla nascita di Cristo non ha cessato di risuonare nella lode della Chiesa: « Gloria a Dio... » (Lc 2,14). Essi proteggono l'infanzia di Gesù, Cf Mt 1,20; 2,13.19. servono Gesù nel deserto, Cf Mc 1,13; Mt 4,11. lo confortano durante l'agonia, Cf Lc 22,43. quando egli avrebbe potuto da loro essere salvato dalla mano dei nemici Cf Mt 26,53. come un tempo Israele. Cf 2 Mac 10,29-30; 11,8. Sono ancora gli angeli che evangelizzano Cf Lc 2,10. la Buona Novella dell'incarnazione Cf Lc 2,8-14. e della risurrezione Cf Mc 16,5-7. di Cristo. Al ritorno di Cristo, che essi annunziano, Cf At 1,10-11. saranno là, al servizio del suo giudizio. Cf Mt 13,41; 24,31; Lc 12,8-9.

Gli angeli nella vita della Chiesa

Allo stesso modo tutta la vita della Chiesa beneficia dell'aiuto misterioso e potente degli angeli. Cf At 5,18-20; 8,26-29; 10,3-8; 12,6-11; 27,23-25.

Nella liturgia, la Chiesa si unisce agli angeli per adorare il Dio tre volte santo; Cf Preghiera eucaristica, Santo: Messale Romano (Libreria Editrice Vaticana 1993) p. 311. invoca la loro assistenza (così nell'In paradisum deducant te angeli... – In paradiso ti accompagnino gli angeli – nella liturgia dei defunti, Rito delle esequie, 80 (Libreria Editrice Vaticana 1989) p. 83. o ancora nell'« Inno dei cherubini » della liturgia bizantina Liturgia bizantina di san Giovanni Crisostomo, Hymnus cherubinorum: Liturgies Eastern and Western, ed. F.E. Brightman (Oxford 1896) p. 377.), e celebra la memoria di alcuni angeli in particolare (san Michele, san Gabriele, san Raffaele, gli angeli custodi).

Dal suo inizio Cf Mt 18,10. fino all'ora della morte Cf Lc 16,22. la vita umana è circondata dalla loro protezione Cf Sal 34,8; 91,10-13. e dalla loro intercessione. Cf Gb 33,23-24; Zc 1,12; Tb 12,12. « Ogni fedele ha al proprio fianco un angelo come protettore e pastore, per condurlo alla vita ». San Basilio Magno, Adversus Eunomium, 3, 1: SC — Sources chrétiennes (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)). Fin da quaggiù, la vita cristiana partecipa, nella fede, alla beata comunità degli angeli e degli uomini, uniti in Dio.

II.Il mondo visibile

È Dio che ha creato il mondo visibile in tutta la sua ricchezza, la sua varietà e il suo ordine. La Scrittura presenta simbolicamente l'opera del Creatore come un susseguirsi di sei giorni di «lavoro» divino, che terminano nel « riposo » del settimo giorno. Cf Gn 1,1-2,4. Il testo sacro, riguardo alla creazione, insegna verità rivelate da Dio per la nostra salvezza, Cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Dei Verbum, 11: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 823. che consentono di « riconoscere la natura intima di tutta la creazione, il suo valore e la sua ordinazione alla lode di Dio ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 36: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 41.

Non esiste nulla che non debba la propria esistenza a Dio Creatore. Il mondo ha avuto inizio quando è stato tratto dal nulla dalla Parola di Dio; tutti gli esseri esistenti, tutta la natura, tutta la storia umana si radicano in questo evento primordiale: è la genesi della formazione del mondo e dell'inizio del tempo. Cf Sant'Agostino, De Genesi contra Manichaeos, 1, 2, 4: PL — Patrologia latina (J.P. Migne).

Ogni creatura ha la sua propria bontà e la sua propria perfezione. Per ognuna delle opere dei « sei giorni » è detto: « E Dio vide che ciò era buono ». « È dalla loro stessa condizione di creature che le cose tutte ricevono la loro propria consistenza, verità, bontà, le loro leggi proprie e il loro ordine ». Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 36: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1054. Le varie creature, volute nel loro proprio essere, riflettono, ognuna a suo modo, un raggio dell'infinita sapienza e bontà di Dio. Per questo l'uomo deve rispettare la bontà propria di ogni creatura, per evitare un uso disordinato delle cose, che disprezza il Creatore e comporta conseguenze nefaste per gli uomini e per il loro ambiente.

L'interdipendenza delle creature è voluta da Dio. Il sole e la luna, il cedro e il piccolo fiore, l'aquila e il passero: le innumerevoli diversità e disuguaglianze stanno a significare che nessuna creatura basta a se stessa, che esse esistono solo in dipendenza le une dalle altre, per completarsi vicendevolmente, al servizio le une delle altre.

La bellezza dell'universo. L'ordine e l'armonia del mondo creato risultano dalla diversità degli esseri e dalle relazioni esistenti tra loro. L'uomo li scopre progressivamente come leggi della natura. Essi sono oggetto dell'ammirazione degli scienziati. La bellezza della creazione riflette la bellezza infinita del Creatore. Deve ispirare il rispetto e la sottomissione dell'intelligenza e della volontà dell'uomo.

La gerarchia delle creature è espressa dall'ordine dei « sei giorni », che va dal meno perfetto al più perfetto. Dio ama tutte le sue creature, Cf Sal 145,9. si prende cura di ognuna, perfino dei passeri. Tuttavia, Gesù dice: « Voi valete più di molti passeri » (Lc 12,7), o ancora: « Quanto è più prezioso un uomo di una pecora! » (Mt 12,12).

L'uomo è il vertice dell'opera della creazione. Il racconto ispirato lo esprime distinguendo nettamente la creazione dell'uomo da quella delle altre creature. Cf Gn 1,26.

Esiste una solidarietà fra tutte le creature per il fatto che tutte hanno il medesimo Creatore e tutte sono ordinate alla sua gloria: « Laudato si', mi' Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messer lo frate sole, lo qual è iorno; et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore: de te, Altissimo, porta significatione... Laudato si', mi' Signore, per sora acqua, la quale è molto utile et humile et pretiosa et casta... Laudato si', mi' Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti fiori et herba... Laudate e benedicete mi' Signore et rengratiate et servitelo cum grande humilitate ». San Francesco d'Assisi, Cantico delle creature: dal codice 338 della Biblioteca del Sacro Convento di Assisi.

Il Sabato – fine dell'opera dei « sei giorni ». Il testo sacro dice che « Dio nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto » e così « furono portati a compimento il cielo e la terra »; Dio « cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro », « benedisse il settimo giorno e lo consacrò » (Gn 2,1-3). Queste parole ispirate sono ricche di insegnamenti salutari.

Nella creazione Dio ha posto un fondamento e leggi che restano stabili, Cf Eb 4,3-4. sulle quali il credente potrà appoggiarsi con fiducia, e che saranno per lui il segno e il pegno della incrollabile fedeltà dell'alleanza di Dio. Cf Ger 31,35-37; 33,19-26. Da parte sua, l'uomo dovrà rimanere fedele a questo fondamento e rispettare le leggi che il Creatore vi ha inscritte.

La creazione è fatta in vista del sabato e quindi del culto e dell'adorazione di Dio. Il culto è inscritto nell'ordine della creazione. Cf Gn 1,14. « Operi Dei nihil praeponatur » – « Nulla si anteponga all'opera di Dio », dice la Regola di san Benedetto, San Benedetto, Regula, 43, 3: CSEL — Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)). indicando in tal modo il giusto ordine delle preoccupazioni umane.

Il sabato è nel cuore della Legge di Israele. Osservare i comandamenti equivale a corrispondere alla sapienza e alla volontà di Dio espresse nell'opera della creazione.

L'ottavo giorno. Per noi, però, è sorto un giorno nuovo: quello della risurrezione di Cristo. Il settimo giorno porta a termine la prima creazione. L'ottavo giorno dà inizio alla nuova creazione. Così, l'opera della creazione culmina nell'opera più grande della redenzione. La prima creazione trova il suo senso e il suo vertice nella nuova creazione in Cristo, il cui splendore supera quello della prima. Cf Veglia pasquale, orazione dopo la prima lettura: Messale Romano (Libreria Editrice Vaticana 1993) p. 170.

Gli angeli sono creature spirituali che incessantemente glorificano Dio e servono i suoi disegni salvifici nei confronti delle altre creature: « Ad omnia bona nostra cooperantur angeli – Gli angeli cooperano ad ogni nostro bene ». San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, I, 114, 3, ad 3: Ed. Leon. — Sancti Thomae Aquinatis Opera omnia, editio Leonina.

Gli angeli circondano Cristo, loro Signore. Lo servono soprattutto nel compimento della sua missione di salvezza per tutti gli uomini.

La Chiesa venera gli angeli che l'aiutano nel suo pellegrinaggio terreno e che proteggono ogni essere umano.

Dio ha voluto la diversità delle sue creature e la loro bontà propria, la loro interdipendenza, il loro ordine. Ha destinato tutte le creature materiali al bene del genere umano. L'uomo, e attraverso lui l'intera creazione, sono destinati alla gloria di Dio.

Rispettare le leggi inscritte nella creazione e i rapporti derivanti dalla natura delle cose, è un principio di saggezza e un fondamento della morale.

Paragrafo 6 L’UOMO

« Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò » (Gn 1,27). L'uomo, nella creazione, occupa un posto unico: egli è « a immagine di Dio » (I); nella sua natura unisce il mondo spirituale e il mondo materiale (II); è creato « maschio e femmina » (III); Dio l'ha stabilito nella sua amicizia (IV).

I.«A immagine di Dio»

Di tutte le creature visibili, soltanto l'uomo è « capace di conoscere e di amare il proprio Creatore »; Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 12: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1034. « è la sola creatura che Dio abbia voluto per se stesso »; Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 24: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1045. soltanto l'uomo è chiamato a condividere, nella conoscenza e nell'amore, la vita di Dio. A questo fine è stato creato ed è questa la ragione fondamentale della sua dignità.

« Quale fu la ragione che tu ponessi l'uomo in tanta dignità? Certo l'amore inestimabile con il quale hai guardato in te medesimo la tua creatura e ti sei innamorato di lei; per amore infatti tu l'hai creata, per amore tu le hai dato un essere capace di gustare il tuo Bene eterno ». Santa Caterina da Siena, Il dialogo della Divina provvidenza, 13: ed. G. Cavallini (Roma 1995) p. 43.

Essendo ad immagine di Dio, l'individuo umano ha la dignità di persona; non è soltanto qualche cosa, ma qualcuno. È capace di conoscersi, di possedersi, di liberamente donarsi e di entrare in comunione con altre persone; è chiamato, per grazia, ad un'alleanza con il suo Creatore, a dargli una risposta di fede e di amore che nessun altro può dare in sua sostituzione.

Dio ha creato tutto per l'uomo, Cf Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 12: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1034; Ibid., 24: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1045; Ibid., 39: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1056-1057. ma l'uomo è stato creato per servire e amare Dio e per offrirgli tutta la creazione:

« Qual è dunque l'essere che deve venire all'esistenza circondato di una tale considerazione? È l'uomo, grande e meravigliosa figura vivente, più prezioso agli occhi di Dio dell'intera creazione: è l'uomo, è per lui che esistono il cielo e la terra e il mare e la totalità della creazione, ed è alla sua salvezza che Dio ha dato tanta importanza da non risparmiare, per lui, neppure il suo Figlio unigenito. Dio infatti non ha mai cessato di tutto mettere in atto per far salire l'uomo fino a sé e farlo sedere alla sua destra ». San Giovanni Crisostomo, Sermones in Genesim, 2, 1: PG — Patrologia graeca (J.P. Migne).

« In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo »: Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 22: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1042.

« Il beato Apostolo ci ha fatto sapere che due uomini hanno dato principio al genere umano: Adamo e Cristo. [...] Il primo uomo, Adamo, – dice – divenne un essere vivente, ma l'ultimo Adamo divenne spirito datore di vita. Quel primo fu creato da quest'ultimo, dal quale ricevette l'anima per vivere. [...] Il secondo Adamo plasmò il primo e gli impresse la propria immagine. E così avvenne poi che egli ne prese la natura e il nome, per non dover perdere ciò che egli aveva fatto a sua immagine. C'è un primo Adamo e c'è un ultimo Adamo. Il primo ha un inizio, l'ultimo non ha fine. Proprio quest'ultimo infatti è veramente il primo, dal momento che dice: "Sono io, io solo, il primo e anche l'ultimo" ». San Pietro Crisologo, Sermones 117, 1-2: CCL — Corpus Christianorum (Series Latina)A, 709 (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)).

A motivo della comune origine il genere umano forma una unità. Dio infatti « creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini » (At 17,26): Cf Tb 8,6.

« Meravigliosa visione che ci fa contemplare il genere umano nell'unità della sua origine in Dio [...]; nell'unità della sua natura, composta ugualmente presso tutti di un corpo materiale e di un'anima spirituale; nell'unità del suo fine immediato e della sua missione nel mondo; nell'unità del suo "habitat": la terra, dei cui beni tutti gli uomini, per diritto naturale, possono usare per sostentare e sviluppare la vita; nell'unità del suo fine soprannaturale: Dio stesso, al quale tutti devono tendere; nell'unità dei mezzi per raggiungere tale fine; [...] nell'unità del suo riscatto operato per tutti da Cristo ». Pio XII, Lett. enc. Summi Pontificatus: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 31 (1939) su vatican.va — PDF scansionato (1939) 427; cf Concilio Vaticano II, Dich. Nostra aetate, 1: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 740.

« Questa legge di solidarietà umana e di carità », Pio XII, Lett. enc. Summi Pontificatus: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 31 (1939) su vatican.va — PDF scansionato (1939) 426. senza escludere la ricca varietà delle persone, delle culture e dei popoli, ci assicura che tutti gli uomini sono veramente fratelli.

II.«Corpore et anima unus» – Unità di anima e di corpo

La persona umana, creata a immagine di Dio, è un essere insieme corporeo e spirituale. Il racconto biblico esprime questa realtà con un linguaggio simbolico, quando dice: « Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita, e l'uomo divenne un essere vivente » (Gn 2,7). L'uomo tutto intero è quindi voluto da Dio.

Spesso, nella Sacra Scrittura, il termine anima indica la vita umana, Cf Mt 16,25-26; Gv 15,13. oppure tutta la persona umana. Cf At 2,41. Ma designa anche tutto ciò che nell'uomo vi è di più intimo Cf Mt 26,38; Gv 12,27. e di maggior valore, Cf Mt 10,28; 2 Mac 6,30. ciò per cui più particolarmente egli è immagine di Dio: « anima » significa il principio spirituale nell'uomo.

Il corpo dell'uomo partecipa alla dignità di « immagine di Dio »: è corpo umano proprio perché è animato dall'anima spirituale, ed è la persona umana tutta intera ad essere destinata a diventare, nel corpo di Cristo, il tempio dello Spirito. Cf 1 Cor 6,19-20; 15,44-45.

« Unità di anima e di corpo, l'uomo sintetizza in sé, per la sua stessa condizione corporale, gli elementi del mondo materiale, così che questi, attraverso di lui, toccano il loro vertice e prendono voce per lodare in libertà il Creatore. Allora, non è lecito all'uomo disprezzare la vita corporale; egli anzi è tenuto a considerare buono e degno di onore il proprio corpo, appunto perché creato da Dio e destinato alla risurrezione nell'ultimo giorno ». Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 14: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1035.

L'unità dell'anima e del corpo è così profonda che si deve considerare l'anima come la « forma » del corpo; Cf Concilio di Vienne (anno 1312), Cost. « Fidei catholicae »: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. ciò significa che grazie all'anima spirituale il corpo, composto di materia, è un corpo umano e vivente; lo spirito e la materia, nell'uomo, non sono due nature congiunte, ma la loro unione forma un'unica natura.

La Chiesa insegna che ogni anima spirituale è creata direttamente da Dio Cf Pio XII, Lett. enc. Humani generis (anno 1950): DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 8: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 60 (1968) su vatican.va — PDF scansionato (1968) 436. – non è « prodotta » dai genitori – ed è immortale: Cf Concilio Lateranense V (anno 1513), Bolla Apostolici regiminis: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. essa non perisce al momento della sua separazione dal corpo nella morte, e di nuovo si unirà al corpo al momento della risurrezione finale.

Talvolta si dà il caso che l'anima sia distinta dallo spirito. Così san Paolo prega perché il nostro essere tutto intero, « spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore » (1 Ts 5,23). La Chiesa insegna che tale distinzione non introduce una dualità nell'anima. Cf Concilio di Costantinopoli IV (anno 870), canone 11: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. « Spirito » significa che sin dalla sua creazione l'uomo è ordinato al suo fine soprannaturale, Cf Concilio Vaticano I, Cost. dogm. Dei Filius, c. 2: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 22: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1042-1043. e che la sua anima è capace di essere gratuitamente elevata alla comunione con Dio. Cf Pio XII, Lett. enc. Humani generis (anno 1950): DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

La tradizione spirituale della Chiesa insiste anche sul cuore, nel senso biblico di « profondità dell'essere » (« in visceribus »: Ger 31,33), dove la persona si decide o non si decide per Dio. Cf Dt 6,5; 29,3; Is 29,13; Ez 36,26; Mt 6,21; Lc 8,15; Rm 5,5.

III.«Maschio e femmina li creò»

Uguaglianza e diversità volute da Dio

L'uomo e la donna sono creati, cioè sono voluti da Dio: in una perfetta uguaglianza, per un verso, in quanto persone umane, e, per l'altro verso, nel loro rispettivo essere di maschio e di femmina. « Essere uomo », « essere donna » è una realtà buona e voluta da Dio: l'uomo e la donna hanno una insopprimibile dignità, che viene loro direttamente da Dio, loro Creatore. Cf Gn 2,7.22. L'uomo e la donna sono, con una identica dignità, « a immagine di Dio ». Nel loro « essere-uomo » ed « essere-donna », riflettono la sapienza e la bontà del Creatore.

Dio non è a immagine dell'uomo. Egli non è né uomo né donna. Dio è puro spirito, e in lui, perciò, non c'è spazio per le differenze di sesso. Ma le « perfezioni » dell'uomo e della donna riflettono qualche cosa dell'infinita perfezione di Dio: quelle di una madre Cf Is 49,14-15; 66,13; Sal 131,2-3. e quelle di un padre e di uno sposo. Cf Os 11,1-4; Ger 3,4-19.

«L’uno per l’altro» – «una unità a due»

Creati insieme, l'uomo e la donna sono voluti da Dio l'uno per l'altro. La Parola di Dio ce lo lascia capire attraverso diversi passi del testo sacro. « Non è bene che l'uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile » (Gn 2,18). Nessuno degli animali può essere questo « pari » dell'uomo. Cf Gn 2,19-20. La donna che Dio « plasma » con la costola tolta all'uomo e che conduce all'uomo, strappa all'uomo un grido d'ammirazione, un'esclamazione d'amore e di comunione: « Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa » (Gn 2,23). L'uomo scopre la donna come un altro « io » della stessa umanità.

L'uomo e la donna sono fatti « l'uno per l'altro »: non già che Dio li abbia creati « a metà » ed « incompleti »; li ha creati per una comunione di persone, nella quale ognuno può essere « aiuto » per l'altro, perché sono ad un tempo uguali in quanto persone (« osso dalle mie ossa... ») e complementari in quanto maschio e femmina. Cf Giovanni Paolo II, Lett. ap. Mulieris dignitatem, 7: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 80 (1988) su vatican.va — PDF scansionato (1988) 1664-1665. Nel matrimonio, Dio li unisce in modo che, formando « una sola carne » (Gn 2,24), possano trasmettere la vita umana: « Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra » (Gn 1,28). Trasmettendo ai loro figli la vita umana, l'uomo e la donna, come sposi e genitori, cooperano in un modo unico all'opera del Creatore. Cf Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 50: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1070-1071.

Nel disegno di Dio, l'uomo e la donna sono chiamati a dominare la terra Cf Gn 1,28. come « amministratori » di Dio. Questa sovranità non deve essere un dominio arbitrario e distruttivo. A immagine del Creatore, « che ama tutte le cose esistenti » (Sap 11,24), l'uomo e la donna sono chiamati a partecipare alla Provvidenza divina verso le altre creature. Da qui la loro responsabilità nei confronti del mondo che Dio ha loro affidato.

IV.L’uomo nel paradiso

Il primo uomo non solo è stato creato buono, ma è stato anche costituito in una tale amicizia con il suo Creatore e in una tale armonia con se stesso e con la creazione, che saranno superate soltanto dalla gloria della nuova creazione in Cristo.

La Chiesa, interpretando autenticamente il simbolismo del linguaggio biblico alla luce del Nuovo Testamento e della Tradizione, insegna che i nostri progenitori Adamo ed Eva sono stati costituiti in uno stato di santità e di giustizia originali. Cf Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali, canone 1: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. La grazia della santità originale era una partecipazione alla vita divina. Cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 2: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 5-6.

Tutte le dimensioni della vita dell'uomo erano potenziate dall'irradiamento di questa grazia. Finché fosse rimasto nell'intimità divina, l'uomo non avrebbe dovuto né morire, Cf Gn 2,17; 3,19. né soffrire. Cf Gn 3,16. L'armonia interiore della persona umana, l'armonia tra l'uomo e la donna, Cf Gn 2,25. infine l'armonia tra la prima coppia e tutta la creazione costituiva la condizione detta « giustizia originale ».

Il « dominio » del mondo che Dio, fin dagli inizi, aveva concesso all'uomo, si realizzava innanzi tutto nell'uomo stesso come padronanza di sé. L'uomo era integro e ordinato in tutto il suo essere, perché libero dalla triplice concupiscenza Cf 1 Gv 2,16. che lo rende schiavo dei piaceri dei sensi, della cupidigia dei beni terreni e dell'affermazione di sé contro gli imperativi della ragione.

Il segno della familiarità dell'uomo con Dio è il fatto che Dio lo colloca nel giardino, Cf Gn 2,8. dove egli vive « per coltivarlo e custodirlo » (Gn 2,15): il lavoro non è una fatica penosa, Cf Gn 3,17-19. ma la collaborazione dell'uomo e della donna con Dio nel portare a perfezione la creazione visibile.

Per il peccato dei nostri progenitori andrà perduta tutta l'armonia della giustizia originale che Dio, nel suo disegno, aveva previsto per l'uomo.

« Padre santo,... a tua immagine hai formato l'uomo, alle sue mani operose hai affidato l'universo, perché, nell'obbedienza a te, suo Creatore, esercitasse il dominio su tutto il creato». Preghiera eucaristica IV: Messale Romano (Libreria Editrice Vaticana 1993) p. 412.

L'uomo è predestinato a riprodurre l'immagine del Figlio di Dio fatto uomo – « immagine del Dio invisibile » (Col 1,15) – affinché Cristo sia il primogenito di una moltitudine di fratelli e sorelle. Cf Ef 1,3-6; Rm 8,29.

L'uomo è « unità di anima e di corpo ». Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 14: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1035. La dottrina della fede afferma che l'anima spirituale e immortale è creata direttamente da Dio.

« Dio non creò l'uomo lasciandolo solo: fin da principio "maschio e femmina li creò" (Gn 1,27), e la loro unione costituisce la prima forma di comunione di persone ». Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 12: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1034.

La Rivelazione ci fa conoscere lo stato di santità e di giustizia originali dell'uomo e della donna prima del peccato: dalla loro amicizia con Dio derivava la felicità della loro esistenza nel paradiso.

Paragrafo 7 LA CADUTA

Dio è infinitamente buono e tutte le sue opere sono buone. Tuttavia nessuno sfugge all'esperienza della sofferenza, dei mali presenti nella natura – che appaiono legati ai limiti propri delle creature – e soprattutto al problema del male morale. Da dove viene il male? « Quaerebam unde malum et non erat exitus – Mi chiedevo donde il male, e non sapevo darmi risposta », dice sant'Agostino, Sant'Agostino, Confessiones, 7, 7, 11: CCL — Corpus Christianorum (Series Latina) (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)). e la sua sofferta ricerca non troverà sbocco che nella conversione al Dio vivente. Infatti « il mistero dell'iniquità » (2 Ts 2,7) si illumina soltanto alla luce del mistero della pietà. Cf 1 Tm 3,16. La rivelazione dell'amore divino in Cristo ha manifestato ad un tempo l'estensione del male e la sovrabbondanza della grazia. Cf Rm 5,20. Dobbiamo, dunque, affrontare la questione dell'origine del male, tenendo fisso lo sguardo della nostra fede su colui che, solo, ne è il vincitore. Cf Lc 11,21-22; Gv 16,11; 1 Gv 3,8.

I.«Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia»

La realtà del peccato

Nella storia dell'uomo è presente il peccato: sarebbe vano cercare di ignorarlo o di dare altri nomi a questa oscura realtà. Per tentare di comprendere che cosa sia il peccato, si deve innanzi tutto riconoscere il profondo legame dell'uomo con Dio, perché, al di fuori di questo rapporto, il male del peccato non può venire smascherato nella sua vera identità di rifiuto e di opposizione a Dio, mentre continua a gravare sulla vita dell'uomo e sulla storia.

La realtà del peccato, e più particolarmente del peccato delle origini, si chiarisce soltanto alla luce della rivelazione divina. Senza la conoscenza di Dio che essa ci dà, non si può riconoscere chiaramente il peccato, e si è tentati di spiegarlo semplicemente come un difetto di crescita, come una debolezza psicologica, un errore, come l'inevitabile conseguenza di una struttura sociale inadeguata, ecc. Soltanto conoscendo il disegno di Dio sull'uomo, si capisce che il peccato è un abuso di quella libertà che Dio dona alle persone create perché possano amare lui e amarsi reciprocamente.

Il peccato originale – una verità essenziale della fede

Col progresso della Rivelazione viene chiarita anche la realtà del peccato. Sebbene il popolo di Dio dell'Antico Testamento abbia in qualche modo conosciuto la condizione umana alla luce della storia della caduta narrata dalla Genesi, non era però in grado di comprendere il significato ultimo di tale storia, che si manifesta appieno soltanto alla luce della morte e della risurrezione di Gesù Cristo. Cf Rm 5,12-21. Bisogna conoscere Cristo come sorgente della grazia per conoscere Adamo come sorgente del peccato. È lo Spirito Paraclito, mandato da Cristo risorto, che è venuto a convincere « il mondo quanto al peccato » (Gv 16,8), rivelando colui che del peccato è il Redentore.

La dottrina del peccato originale è, per così dire, « il rovescio » della Buona Novella che Gesù è il Salvatore di tutti gli uomini, che tutti hanno bisogno della salvezza e che la salvezza è offerta a tutti grazie a Cristo. La Chiesa, che ha il senso di Cristo, Cf 1 Cor 2,16. ben sa che non si può intaccare la rivelazione del peccato originale senza attentare al mistero di Cristo.

Per leggere il racconto della caduta

Il racconto della caduta (Gn 3) utilizza un linguaggio di immagini, ma espone un avvenimento primordiale, un fatto che è accaduto all'inizio della storia dell'uomo. Cf Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 13: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1034-1035. La Rivelazione ci dà la certezza di fede che tutta la storia umana è segnata dalla colpa originale liberamente commessa dai nostri progenitori. Cf Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali, canone 3: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; Pio XII, Lett. enc. Humani generis: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; Paolo VI, Discorso ai partecipanti al Simposio di alcuni teologi e scienziati sul mistero del peccato originale (11 luglio 1966): AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 649-655.

II.La caduta degli angeli

Dietro la scelta disobbediente dei nostri progenitori c'è una voce seduttrice, che si oppone a Dio, Cf Gn 3,1-5. la quale, per invidia, li fa cadere nella morte. Cf Sap 2,24. La Scrittura e la Tradizione della Chiesa vedono in questo essere un angelo caduto, chiamato Satana o diavolo. Cf Gv 8,44; Ap 12,9. La Chiesa insegna che all'inizio era un angelo buono, creato da Dio. « Diabolus enim et alii dæmones a Deo quidem natura creati sunt boni, sed ipsi per se facti sunt mali – Il diavolo infatti e gli altri demoni sono stati creati da Dio naturalmente buoni, ma da se stessi si sono trasformati in malvagi ». Concilio Lateranense IV (anno 1215), Cap. 1, De fide catholica: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

La Scrittura parla di un peccato di questi angeli. Cf 2 Pt 2,4. Tale « caduta » consiste nell'avere, questi spiriti creati, con libera scelta, radicalmente ed irrevocabilmente rifiutato Dio e il suo Regno. Troviamo un riflesso di questa ribellione nelle parole rivolte dal tentatore ai nostri progenitori: « Diventerete come Dio » (Gn 3,5). « Il diavolo è peccatore fin dal principio » (1 Gv 3,8), « padre della menzogna » (Gv 8,44).

A far sì che il peccato degli angeli non possa essere perdonato è il carattere irrevocabile della loro scelta, e non un difetto dell'infinita misericordia divina. « Non c'è possibilità di pentimento per loro dopo la caduta, come non c'è possibilità di pentimento per gli uomini dopo la morte ». San Giovanni Damasceno, Expositio fidei 18 [De fide orthodoxa 2, 4]: PTS — Patristische Texte und Studien (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)).

La Scrittura attesta la nefasta influenza di colui che Gesù chiama « omicida fin dal principio » (Gv 8,44), e che ha perfino tentato di distogliere Gesù dalla missione affidatagli dal Padre. Cf Mt 4,1-11. « Il Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo » (1 Gv 3,8). Di queste opere, la più grave nelle sue conseguenze è stata la seduzione menzognera che ha indotto l'uomo a disobbedire a Dio.

La potenza di Satana però non è infinita. Egli non è che una creatura, potente per il fatto di essere puro spirito, ma pur sempre una creatura: non può impedire l'edificazione del regno di Dio. Sebbene Satana agisca nel mondo per odio contro Dio e il suo regno in Cristo Gesù, e sebbene la sua azione causi gravi danni – di natura spirituale e indirettamente anche di natura fisica – per ogni uomo e per la società, questa azione è permessa dalla divina provvidenza, la quale guida la storia dell'uomo e del mondo con forza e dolcezza. La permissione divina dell'attività diabolica è un grande mistero, ma « noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio » (Rm 8,28).

III.Il peccato originale

La prova della libertà

Dio ha creato l'uomo a sua immagine e l'ha costituito nella sua amicizia. Creatura spirituale, l'uomo non può vivere questa amicizia che come libera sottomissione a Dio. Questo è il significato del divieto fatto all'uomo di mangiare dell'albero della conoscenza del bene e del male, « perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti » (Gn 2,17). « L'albero della conoscenza del bene e del male » (Gn 2,17) evoca simbolicamente il limite invalicabile che l'uomo, in quanto creatura, deve liberamente riconoscere e con fiducia rispettare. L'uomo dipende dal Creatore, è sottomesso alle leggi della creazione e alle norme morali che regolano l'uso della libertà.

Il primo peccato dell’uomo

L'uomo, tentato dal diavolo, ha lasciato spegnere nel suo cuore la fiducia nei confronti del suo Creatore Cf Gn 3,1-11. e, abusando della propria libertà, ha disobbedito al comandamento di Dio. In ciò è consistito il primo peccato dell'uomo. Cf Rm 5,19. In seguito, ogni peccato sarà una disobbedienza a Dio e una mancanza di fiducia nella sua bontà.

Con questo peccato, l'uomo ha preferito se stesso a Dio, e, perciò, ha disprezzato Dio: ha fatto la scelta di se stesso contro Dio, contro le esigenze della propria condizione di creatura e conseguentemente contro il suo proprio bene. Costituito in uno stato di santità, l'uomo era destinato ad essere pienamente « divinizzato » da Dio nella gloria. Sedotto dal diavolo, ha voluto diventare « come Dio » (Gn 3,5), ma « senza Dio e anteponendosi a Dio, non secondo Dio ». San Massimo il Confessore, Ambiguorum liber: PG — Patrologia graeca (J.P. Migne).

La Scrittura mostra le conseguenze drammatiche di questa prima disobbedienza. Adamo ed Eva perdono immediatamente la grazia della santità originale. Cf Rm 3,23. Hanno paura di quel Dio Cf Gn 3,9-10. di cui si sono fatti una falsa immagine, quella cioè di un Dio geloso delle proprie prerogative. Cf Gn 3,5.

L'armonia nella quale essi erano posti, grazie alla giustizia originale, è distrutta; la padronanza delle facoltà spirituali dell'anima sul corpo è infranta; Cf Gn 3,7. l'unione dell'uomo e della donna è sottoposta a tensioni; Cf Gn 3,11-13. i loro rapporti saranno segnati dalla concupiscenza e dalla tendenza all'asservimento. Cf Gn 3,16. L'armonia con la creazione è spezzata: la creazione visibile è diventata aliena e ostile all'uomo. Cf Gn 3,17.19. A causa dell'uomo, la creazione è soggetta alla schiavitù della corruzione. Cf Rm 8,20. Infine, la conseguenza esplicitamente annunziata nell'ipotesi della disobbedienza Cf Gn 2,17. si realizzerà: l'uomo tornerà in polvere, quella polvere dalla quale è stato tratto. Cf Gn 3,19. La morte entra nella storia dell'umanità. Cf Rm 5,12.

Dopo questo primo peccato, il mondo è inondato da una vera « invasione » del peccato: il fratricidio commesso da Caino contro Abele; Cf Gn 4,3-15. la corruzione universale quale conseguenza del peccato; Cf Gn 6,5.12; Rm 1,18-32. nella storia d'Israele, il peccato si manifesta frequentemente soprattutto come infedeltà al Dio dell'Alleanza e come trasgressione della Legge di Mosè; anche dopo la redenzione di Cristo, fra i cristiani, il peccato si manifesta in svariati modi. Cf 1 Cor 1-6; Ap 2-3. La Scrittura e la Tradizione della Chiesa richiamano continuamente la presenza e l'universalità del peccato nella storia dell'uomo:

« Quel che ci viene manifestato dalla rivelazione divina concorda con la stessa esperienza. Infatti, se l'uomo guarda dentro al suo cuore, si scopre anche inclinato al male e immerso in tante miserie che non possono certo derivare dal Creatore che è buono. Spesso, rifiutando di riconoscere Dio quale suo principio, l'uomo ha infranto il debito ordine in rapporto al suo ultimo fine, e al tempo stesso tutto il suo orientamento sia verso se stesso, sia verso gli altri uomini e verso tutte le cose create ». Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 13: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1035.

Conseguenze del peccato di Adamo per l’umanità

Tutti gli uomini sono coinvolti nel peccato di Adamo. San Paolo lo afferma: « Per la disobbedienza di uno solo, tutti sono stati costituiti peccatori » (Rm 5,19); « Come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato... » (Rm 5,12). All'universalità del peccato e della morte l'Apostolo contrappone l'universalità della salvezza in Cristo: « Come dunque per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l'opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita » (Rm 5,18).

Sulle orme di san Paolo la Chiesa ha sempre insegnato che l'immensa miseria che opprime gli uomini, la loro inclinazione al male e l'ineluttabilità della morte non si possono comprendere senza il loro legame con la colpa di Adamo e prescindendo dal fatto che egli ci ha trasmesso un peccato dal quale tutti nasciamo contaminati e che è « morte dell'anima ». Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali, canone 2: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. Per questa certezza di fede, la Chiesa amministra il Battesimo per la remissione dei peccati anche ai bambini che non hanno commesso peccati personali. Cf Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali, canone 4: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

In che modo il peccato di Adamo è diventato il peccato di tutti i suoi discendenti? Tutto il genere umano è in Adamo « sicut unum corpus unius hominis – come un unico corpo di un unico uomo ». San Tommaso d'Aquino, Quaestiones disputatae de malo, 4, 1, c.: Ed. Leon. — Sancti Thomae Aquinatis Opera omnia, editio Leonina. Per questa « unità del genere umano » tutti gli uomini sono coinvolti nel peccato di Adamo, così come tutti sono coinvolti nella giustizia di Cristo. Tuttavia, la trasmissione del peccato originale è un mistero che non possiamo comprendere appieno. Sappiamo però dalla Rivelazione che Adamo aveva ricevuto la santità e la giustizia originali non soltanto per sé, ma per tutto il genere umano: cedendo al tentatore, Adamo ed Eva commettono un peccato personale, ma questo peccato intacca la natura umana, che essi trasmettono in una condizione decaduta. Cf Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali, canoni 1-2: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. Si tratta di un peccato che sarà trasmesso per propagazione a tutta l'umanità, cioè con la trasmissione di una natura umana privata della santità e della giustizia originali. Per questo il peccato originale è chiamato « peccato » in modo analogico: è un peccato « contratto » e non « commesso », uno stato e non un atto.

Il peccato originale, sebbene proprio a ciascuno, Cf Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali, canone 3: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. in nessun discendente di Adamo ha un carattere di colpa personale. Consiste nella privazione della santità e della giustizia originali, ma la natura umana non è interamente corrotta: è ferita nelle sue proprie forze naturali, sottoposta all'ignoranza, alla sofferenza e al potere della morte, e inclinata al peccato (questa inclinazione al male è chiamata « concupiscenza »). Il Battesimo, donando la vita della grazia di Cristo, cancella il peccato originale e volge di nuovo l'uomo verso Dio; le conseguenze di tale peccato sulla natura indebolita e incline al male rimangono nell'uomo e lo provocano al combattimento spirituale.

La dottrina della Chiesa sulla trasmissione del peccato originale è andata precisandosi soprattutto nel V secolo, in particolare sotto la spinta della riflessione di sant'Agostino contro il pelagianesimo, e nel XVI secolo, in opposizione alla Riforma protestante. Pelagio riteneva che l'uomo, con la forza naturale della sua libera volontà, senza l'aiuto necessario della grazia di Dio, potesse condurre una vita moralmente buona; in tal modo riduceva l'influenza della colpa di Adamo a quella di un cattivo esempio. Al contrario, i primi riformatori protestanti insegnavano che l'uomo era radicalmente pervertito e la sua libertà annullata dal peccato delle origini; identificavano il peccato ereditato da ogni uomo con l'inclinazione al male (« concupiscentia »), che sarebbe invincibile. La Chiesa si è pronunciata sul senso del dato rivelato concernente il peccato originale soprattutto nel II Concilio di Orange nel 529 Cf Concilio di Orange II, Canoni 1-2: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. e nel Concilio di Trento nel 1546. Cf Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

Un duro combattimento

La dottrina sul peccato originale – connessa strettamente con quella della redenzione operata da Cristo – offre uno sguardo di lucido discernimento sulla situazione dell'uomo e del suo agire nel mondo. In conseguenza del peccato dei progenitori, il diavolo ha acquisito un certo dominio sull'uomo, benché questi rimanga libero. Il peccato originale comporta « la schiavitù sotto il dominio di colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo ». Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali, canone 1: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; cf Eb 2,14. Ignorare che l'uomo ha una natura ferita, incline al male, è causa di gravi errori nel campo dell'educazione, della politica, dell'azione sociale Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 25: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 83 (1991) su vatican.va — PDF scansionato (1991) 823-824. e dei costumi.

Le conseguenze del peccato originale e di tutti i peccati personali degli uomini conferiscono al mondo nel suo insieme una condizione peccaminosa, che può essere definita con l'espressione di san Giovanni: « il peccato del mondo » (Gv 1,29). Con questa espressione viene anche significata l'influenza negativa esercitata sulle persone dalle situazioni comunitarie e dalle strutture sociali che sono frutto dei peccati degli uomini. Cf Giovanni Paolo II, Esort. ap. Reconciliatio et paenitentia, 16: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 77 (1985) su vatican.va — PDF scansionato (1985) 213-217.

La drammatica condizione del mondo che « giace » tutto « sotto il potere del maligno » (1 Gv 5,19) Cf 1 Pt 5,8. fa della vita dell'uomo una lotta:

« Tutta intera la storia umana è infatti pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta incominciata fin dall'origine del mondo, che durerà, come dice il Signore, fino all'ultimo giorno. Inserito in questa battaglia, l'uomo deve combattere senza soste per poter restare unito al bene, né può conseguire la sua interiore unità se non a prezzo di grandi fatiche, con l'aiuto della grazia di Dio ». Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 37: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1055.

IV.«Tu non l’hai abbandonato in potere della morte»

Dopo la caduta, l'uomo non è stato abbandonato da Dio. Al contrario, Dio lo chiama, Cf Gn 3,9. e gli predice in modo misterioso che il male sarà vinto e che l'uomo sarà sollevato dalla caduta. Cf Gn 3,15. Questo passo della Genesi è stato chiamato « protovangelo », poiché è il primo annunzio del Messia redentore, di una lotta tra il serpente e la Donna e della vittoria finale di un discendente di lei.

La Tradizione cristiana vede in questo passo un annunzio del « nuovo Adamo », Cf 1 Cor 15,21-22.45. che, con la sua obbedienza « fino alla morte di croce » (Fil 2,8), ripara sovrabbondantemente la disobbedienza di Adamo. Cf Rm 5,19-20. Inoltre, numerosi Padri e dottori della Chiesa vedono nella Donna annunziata nel « protovangelo » la Madre di Cristo, Maria, come « nuova Eva ». Ella è stata colei che, per prima e in una maniera unica, ha beneficiato della vittoria sul peccato riportata da Cristo: è stata preservata da ogni macchia di peccato originale Cf Pio IX, Bolla Ineffabilis Deus: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. e, durante tutta la sua vita terrena, per una speciale grazia di Dio, non ha commesso alcun peccato. Cf Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, canone 23: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

Ma perché Dio non ha impedito al primo uomo di peccare? San Leone Magno risponde: « L'ineffabile grazia di Cristo ci ha dato beni migliori di quelli di cui l'invidia del demonio ci aveva privati ». San Leone Magno, Sermo 73, 4: CCL — Corpus Christianorum (Series Latina)A, 453 (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)). E san Tommaso d'Aquino: « Nulla si oppone al fatto che la natura umana sia stata destinata ad un fine più alto dopo il peccato. Dio permette, infatti, che ci siano i mali per trarre da essi un bene più grande. Da qui il detto di san Paolo: "Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia" (Rm 5,20). Perciò nella benedizione del cero pasquale si dice: "O felice colpa, che ha meritato un tale e così grande Redentore!" ». San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, III, q. 1, a. 3, ad 3: Ed. Leon. — Sancti Thomae Aquinatis Opera omnia, editio Leonina; le parole qui riportate da san Tommaso vengono cantate nel preconio pasquale dell'« Exsultet ».

« Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi [...]. La morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo » (Sap 1,13; 2,24).

Satana o il diavolo e gli altri demoni sono angeli decaduti per avere liberamente rifiutato di servire Dio e il suo disegno. La loro scelta contro Dio è definitiva. Essi tentano di associare l'uomo alla loro ribellione contro Dio.

« Costituito da Dio in uno stato di giustizia, l'uomo però, tentato dal maligno, fin dagli inizi della storia abusò della sua libertà, erigendosi contro Dio e bramando di conseguire il suo fine al di fuori di Dio ». Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 13: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1034-1035.

Per il suo peccato, Adamo, in quanto primo uomo, ha perso la santità e la giustizia originali che aveva ricevuto da Dio non soltanto per sé, ma per tutti gli esseri umani.

Adamo ed Eva hanno trasmesso alla loro discendenza la natura umana ferita dal loro primo peccato, privata, quindi, della santità e della giustizia originali. Questa privazione è chiamata « peccato originale ».

In conseguenza del peccato originale, la natura umana è indebolita nelle sue forze, sottoposta all'ignoranza, alla sofferenza, al potere della morte, e inclinata al peccato (inclinazione che è chiamata « concupiscenza »).

« Noi dunque riteniamo, con il Concilio di Trento, che il peccato originale viene trasmesso insieme con la natura umana, "non per imitazione ma per propagazione", e che perciò è "proprio a ciascuno" ». Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 16: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 60 (1968) su vatican.va — PDF scansionato (1968) 439.

La vittoria sul peccato riportata da Cristo ci ha donato beni migliori di quelli che il peccato ci aveva tolto: « Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia » (Rm 5,20).

Secondo la fede dei cristiani, questo mondo è stato « creato » ed è « conservato nell'esistenza dall'amore del Creatore »; questo mondo è « certamente posto sotto la schiavitù del peccato, ma liberato da Cristo crocifisso e risorto, con la sconfitta del maligno... ». Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 2: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1026.

La Buona Novella: Dio ha mandato il suo Figlio

« Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare coloro che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l'adozione a figli » (Gal 4,4-5). Ecco la Buona Novella riguardante Gesù Cristo, Figlio di Dio: Cf Mc 1,1. Dio ha visitato il suo popolo, Cf Lc 1,68. ha adempiuto le promesse fatte ad Abramo ed alla sua discendenza; Cf Lc 1,55. ed è andato oltre ogni attesa: ha mandato il suo Figlio prediletto. Cf Mc 1,11.

Noi crediamo e professiamo che Gesù di Nazaret, nato ebreo da una figlia d'Israele, a Betlemme, al tempo del re Erode il Grande e dell'imperatore Cesare Augusto, di mestiere carpentiere, morto crocifisso a Gerusalemme, sotto il procuratore Ponzio Pilato, mentre regnava l'imperatore Tiberio, è il Figlio eterno di Dio fatto uomo, il quale è « venuto da Dio » (Gv 13,3), « disceso dal cielo » (Gv 3,13; 6,33), venuto nella carne; Cf 1 Gv 4,2. infatti « il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità. [...] Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia » (Gv 1,14.16).

Mossi dalla grazia dello Spirito Santo e attirati dal Padre, noi, riguardo a Gesù, crediamo e confessiamo: « Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente » (Mt 16,16). Sulla roccia di questa fede, confessata da san Pietro, Cristo ha fondato la sua Chiesa. Cf Mt 16,18; San Leone Magno, Sermo 4, 3: CCL — Corpus Christianorum (Series Latina) (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)); Sermo 51, 1: CCL — Corpus Christianorum (Series Latina)A, 296-297 (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)); Sermo 62, 2: CCL — Corpus Christianorum (Series Latina)A, 377-378 (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)); Sermo 83, 3: CCL — Corpus Christianorum (Series Latina)A, 521-522 (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)). « Annunziare... le imperscrutabili ricchezze di Cristo » (Ef 3,8)

La trasmissione della fede cristiana è innanzi tutto l'annunzio di Gesù Cristo, allo scopo di condurre alla fede in lui. Fin dall'inizio, i primi discepoli sono stati presi dal desiderio ardente di annunziare Cristo: « Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato » (At 4,20). Essi invitano gli uomini di tutti i tempi ad entrare nella gioia della loro comunione con Cristo:

« Ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l'abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta » (1 Gv 1,1-4).

Al centro della catechesi: Cristo

« Al centro della catechesi noi troviamo essenzialmente una persona: quella di Gesù di Nazaret, unigenito del Padre [...]; il quale ha sofferto ed è morto per noi e ora, risorto, vive per sempre con noi. [...] Catechizzare [...] è, dunque, svelare nella persona di Cristo l'intero disegno di Dio [...]. È cercare di comprendere il significato dei gesti e delle parole di Cristo, dei segni da lui operati ». Giovanni Paolo II, Esort. ap. Catechesi tradendae, 5: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 71 (1979) su vatican.va — PDF scansionato (1979) 1280-1281. Lo scopo della catechesi: « Mettere [...] in comunione [...] con Gesù Cristo: egli solo può condurre all'amore del Padre nello Spirito e può farci partecipare alla vita della Santa Trinità». Giovanni Paolo II, Esort. ap. Catechesi tradendae, 5: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 71 (1979) su vatican.va — PDF scansionato (1979) 1281.

« Nella catechesi è Cristo, Verbo incarnato e Figlio di Dio, che viene insegnato, e tutto il resto lo è in riferimento a lui; solo Cristo insegna, mentre ogni altro lo fa nella misura in cui è il suo portavoce, consentendo a Cristo di insegnare per bocca sua. [...] Ogni catechista dovrebbe poter applicare a se stesso la misteriosa parola di Gesù: "La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato" (Gv 7,16) ». Giovanni Paolo II, Esort. ap. Catechesi tradendae, 6: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 71 (1979) su vatican.va — PDF scansionato (1979) 1281-1282.

Colui che è chiamato a « insegnare Cristo » deve dunque cercare innanzi tutto quel guadagno che è la « sublimità della conoscenza di Cristo »; bisogna accettare di perdere tutto, « al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui », e di « conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti » (Fil 3,8-11).

Da questa amorosa conoscenza di Cristo nasce irresistibile il desiderio di annunziare, di «evangelizzare », e di condurre altri al « sì » della fede in Gesù Cristo. Nello stesso tempo si fa anche sentire il bisogno di conoscere sempre meglio questa fede. A tal fine, seguendo l'ordine del Simbolo della fede, saranno innanzi tutto presentati i principali titoli di Gesù: Cristo, Figlio di Dio, Signore (articolo 2). Il Simbolo successivamente confessa i principali misteri della vita di Cristo: quelli della sua incarnazione (articolo 3), quelli della sua pasqua (articoli 4 e 5), infine quelli della sua glorificazione (articoli 6 e 7).

2.«E in Gesù Cristo, Suo Unico Figlio, Nostro Signore»

I.Gesù

Gesù in ebraico significa: « Dio salva ». Al momento dell'annunciazione, l'angelo Gabriele dice che il suo nome proprio sarà Gesù, nome che esprime ad un tempo la sua identità e la sua missione. Cf Lc 1,31. Poiché nessuno « può rimettere i peccati se non Dio solo » (Mc 2,7), in Gesù, il suo Figlio eterno fatto uomo, egli « salverà il suo popolo dai suoi peccati » (Mt 1,21). Così, in Gesù, Dio ricapitola tutta la sua storia di salvezza a vantaggio degli uomini.

Nella storia della salvezza, Dio non si è limitato a liberare Israele « dalla condizione servile » (Dt 5,6) facendolo uscire dall'Egitto; lo salva anche dal suo peccato. Poiché il peccato è sempre un'offesa fatta a Dio, Cf Sal 51,6. solo Dio lo può cancellare. Cf Sal 51,11. Per questo Israele, prendendo sempre più coscienza dell'universalità del peccato, non potrà più cercare la salvezza se non nell'invocazione del nome del Dio Redentore. Cf Sal 79,9.

Il nome di Gesù significa che il nome stesso di Dio è presente nella Persona del Figlio suo Cf At 5,41; 3 Gv 7. fatto uomo per l'universale e definitiva redenzione dei peccati. È il nome divino che solo reca la salvezza, Cf Gv 3,18; At 2,21. e può ormai essere invocato da tutti perché, mediante l'incarnazione, egli si è unito a tutti gli uomini Cf Rm 10,6-13. in modo tale che « non vi è altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati » (At 4,12). Cf At 9,14; Gc 2,7.

Il nome del Dio Salvatore era invocato una sola volta all'anno, per l'espiazione dei peccati d'Israele, dal sommo sacerdote, dopo che questi aveva asperso col sangue del sacrificio il propiziatorio del Santo dei Santi. Cf Lv 16,15-16; Sir 50,20; Eb 9,7. Il propiziatorio era il luogo della presenza di Dio. Cf Es 25,22; Lv 16,2; Nm 7,89; Eb 9,5. Quando san Paolo dice di Gesù: « Dio l'ha stabilito a servire come strumento di espiazione... nel suo sangue » (Rm 3,25), intende affermare che nella sua umanità « era Dio a riconciliare a sé il mondo in Cristo » (2 Cor 5,19).

La risurrezione di Gesù glorifica il nome di Dio « Salvatore » Cf Gv 12,28. perché ormai è il nome di Gesù che manifesta in pienezza la suprema potenza del « Nome che è al di sopra di ogni altro nome » (Fil 2,9-10). Gli spiriti malvagi temono il suo nome Cf At 16,16-18; 19,13-16. ed è nel suo nome che i discepoli di Gesù compiono miracoli; Cf Mc 16,17. infatti tutto ciò che essi chiedono al Padre nel suo nome, il Padre lo concede. Cf Gv 15,16.

Il nome di Gesù è al centro della preghiera cristiana. Tutte le orazioni liturgiche terminano con la formula: « Per Dominum nostrum Iesum Christum... – Per il nostro Signore Gesù Cristo... ». L'« Ave, Maria » culmina con le parole: « E benedetto il frutto del tuo seno, Gesù ». La preghiera del cuore, consueta presso gli orientali e chiamata « preghiera di Gesù », dice: « Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore ». Parecchi cristiani muoiono con la sola parola « Gesù » sulle labbra, come santa Giovanna d'Arco. Cf La réhabilitation de Jeanne la Pucelle. L'enquête ordonnée par Charles VII en 1450 et le codicille de Guillaume Bouillé, ed. P. Doncoeur-Y. Lanhers (Paris 1956) p. 39. 45. 56.

II.Cristo

Cristo viene dalla traduzione greca del termine ebraico « Messia » che significa « unto ». Non diventa il nome proprio di Gesù se non perché egli compie perfettamente la missione divina da esso significata. Infatti in Israele erano unti nel nome di Dio coloro che erano a lui consacrati per una missione che egli aveva loro affidato. Era il caso dei re, Cf 1 Sam 9,16; 10,1; 16,1.12-13; 1 Re 1,39. dei sacerdoti Cf Es 29,7; Lv 8,12. e, raramente, dei profeti. Cf 1 Re 19,16. Tale doveva essere per eccellenza il caso del Messia che Dio avrebbe mandato per instaurare definitivamente il suo Regno. Cf Sal 2,2; At 4,26-27. Il Messia doveva essere unto dallo Spirito del Signore, Cf Is 11,2. ad un tempo come re e sacerdote Cf Zc 4,14; 6,13. ma anche come profeta. Cf Is 61,1; Lc 4,16-21. Gesù ha realizzato la speranza messianica di Israele nella sua triplice funzione di sacerdote, profeta e re.

L'angelo ha annunziato ai pastori la nascita di Gesù come quella del Messia promesso a Israele: « Oggi vi è nato nella città di Davide un Salvatore che è il Cristo Signore » (Lc 2,11). Fin da principio egli è « colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo » (Gv 10,36), concepito come « santo » nel grembo verginale di Maria. Cf Lc 1,35. Giuseppe è stato chiamato da Dio a prendere con sé Maria sua sposa, incinta di « quel che è generato in lei [...] dallo Spirito Santo » (Mt 1,20), affinché Gesù, « chiamato Cristo » (Mt 1,16), nasca dalla sposa di Giuseppe nella discendenza messianica di Davide. Cf Rm 1,3; 2 Tm 2,8; Ap 22,16.

La consacrazione messianica di Gesù rivela la sua missione divina. « È, d'altronde, ciò che indica il suo stesso nome, perché nel nome di Cristo è sottinteso colui che ha unto, colui che è stato unto e l'unzione stessa di cui è stato unto: colui che ha unto è il Padre, colui che è stato unto è il Figlio, ed è stato unto nello Spirito che è l'unzione ». Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, 3, 18, 3: SC — Sources chrétiennes (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)). La sua consacrazione messianica eterna si è rivelata nel tempo della sua vita terrena nel momento in cui fu battezzato da Giovanni, quando Dio lo « consacrò in Spirito Santo e potenza » (At 10,38) « perché egli fosse fatto conoscere a Israele » (Gv 1,31) come suo Messia. Le sue opere e le sue parole lo riveleranno come « il Santo di Dio ». Cf Mc 1,24; Gv 6,69; At 3,14.

Numerosi ebrei ed anche alcuni pagani che condividevano la loro speranza hanno riconosciuto in Gesù i tratti fondamentali del « figlio di Davide » messianico promesso da Dio a Israele. Cf Mt 2,2; 9,27; 12,23; 15,22; 20,30; 21,9.15. Gesù ha accettato il titolo di Messia cui aveva diritto, Cf Gv 4,25-26; 11,27. ma non senza riserve, perché una parte dei suoi contemporanei lo intendevano secondo una concezione troppo umana, Cf Mt 22,41-46. essenzialmente politica. Cf Gv 6,15; Lc 24,21.

Gesù ha accettato la professione di fede di Pietro che lo riconosceva quale Messia, annunziando la passione ormai vicina del Figlio dell'uomo. Cf Mt 16,16-23. Egli ha così svelato il contenuto autentico della sua regalità messianica, nell'identità trascendente del Figlio dell'uomo « che è disceso dal cielo » (Gv 3,13), Cf Gv 6,62; Dn 7,13. come pure nella sua missione redentrice quale Servo sofferente: « Il Figlio dell'uomo [...] non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti » (Mt 20,28). Cf Is 53,10-12. Per questo il vero senso della sua regalità si manifesta soltanto dall'alto della croce. Cf Gv 19,19-22; Lc 23,39-43. Solo dopo la risurrezione, la sua regalità messianica potrà essere proclamata da Pietro davanti al popolo di Dio: « Sappia dunque con certezza tutta la casa d'Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso! » (At 2,36).

III.Figlio unico di Dio

Figlio di Dio, nell'Antico Testamento, è un titolo dato agli angeli, Cf Dt (LXX) 32,8; Gb 1,6. al popolo dell'elezione, Cf Es 4,22; Os 11,1; Ger 3,19; Sir 36,14; Sap 18,13. ai figli d'Israele Cf Dt 14,1; Os 2,1. e ai loro re. Cf 2 Sam 7,14; Sal 82,6. In tali casi ha il significato di una filiazione adottiva che stabilisce tra Dio e la sua creatura relazioni di una particolare intimità. Quando il Re-Messia promesso è detto « figlio di Dio », Cf 1 Cr 17,13; Sal 2,7. ciò non implica necessariamente, secondo il senso letterale di quei testi, che egli sia più che umano. Coloro che hanno designato così Gesù in quanto Messia d'Israele Cf Mt 27,54. forse non hanno inteso dire di più. Cf Lc 23,47.

Non è la stessa cosa per Pietro quando confessa Gesù come « il Cristo, il Figlio del Dio vivente » (Mt 16,16), perché Gesù risponde con solennità: « Né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli » (Mt 16,17). Parallelamente Paolo, a proposito della sua conversione sulla strada di Damasco, dirà: « Quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani... » (Gal 1,15-16). « Subito nelle sinagoghe proclamava Gesù Figlio di Dio » (At 9,20). Questo sarà fin dagli inizi Cf 1 Ts 1,10. il centro della fede apostolica Cf Gv 20,31. professata prima di tutti da Pietro quale fondamento della Chiesa. Cf Mt 16,18.

Se Pietro ha potuto riconoscere il carattere trascendente della filiazione divina di Gesù Messia, è perché egli l'ha lasciato chiaramente intendere. Davanti al Sinedrio, alla domanda dei suoi accusatori: « Tu dunque sei il Figlio di Dio? », Gesù ha risposto: « Lo dite voi stessi: io lo sono » (Lc 22,70). Cf Mt 26,64; Mc 14,62. Già molto prima, egli si era designato come « il Figlio » che conosce il Padre, Cf Mt 11,27; 21,37-38. che è distinto dai « servi » che Dio in precedenza ha mandato al suo popolo, Cf Mt 21,34-36. superiore agli stessi angeli. Cf Mt 24,36. Egli ha differenziato la sua filiazione da quella dei suoi discepoli non dicendo mai « Padre nostro » Cf Mt 5,48; 6,8; 7,21; Lc 11,13. tranne che per comandare loro: « Voi dunque pregate così: Padre nostro » (Mt 6,9); e ha sottolineato tale distinzione: « Padre mio e Padre vostro (Gv 20,17).

I Vangeli riferiscono in due momenti solenni, il battesimo e la trasfigurazione di Cristo, la voce del Padre che lo designa come il suo « Figlio prediletto ». Cf Mt 3,17; 17,5. Gesù presenta se stesso come il Figlio unigenito di Dio Cf Gv 3,16. e con tale titolo afferma la sua preesistenza eterna. Cf Gv 10,36. Egli chiede la fede « nel nome dell'unigenito Figlio di Dio » (Gv 3,18). Questa confessione cristiana appare già nell'esclamazione del centurione davanti a Gesù in croce: « Veramente quest'uomo era il Figlio di Dio » (Mc 15,39); infatti soltanto nel mistero pasquale il credente può dare al titolo «Figlio di Dio» il suo pieno significato.

Dopo la risurrezione la sua filiazione divina appare nella potenza della sua umanità glorificata: egli è stato costituito « Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti » (Rm 1,4). Cf At 13,33. Gli Apostoli potranno confessare: « Noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità » (Gv 1,14).

IV.Signore

Nella traduzione greca dei libri dell'Antico Testamento, il nome ineffabile sotto il quale Dio si è rivelato a Mosè, Cf Es 3,14. YHWH, è reso con Kyrios (« Signore »). Da allora Signore diventa il nome più abituale per indicare la stessa divinità del Dio di Israele. Il Nuovo Testamento utilizza in questo senso forte il titolo di « Signore » per il Padre, ma, ed è questa la novità, anche per Gesù riconosciuto così egli stesso come Dio. Cf 1 Cor 2,8.

Gesù stesso attribuisce a sé, in maniera velata, tale titolo allorché discute con i farisei sul senso del salmo 110, Cf Mt 22,41-46; cf anche At 2,34-36; Eb 1,13. ma anche in modo esplicito rivolgendosi ai suoi Apostoli. Cf Gv 13,13. Durante la sua vita pubblica i suoi gesti di potenza sulla natura, sulle malattie, sui demoni, sulla morte e sul peccato, manifestavano la sua sovranità divina.

Molto spesso, nei Vangeli, alcune persone si rivolgono a Gesù chiamandolo « Signore ». Questo titolo esprime il rispetto e la fiducia di coloro che si avvicinano a Gesù e da lui attendono aiuto e guarigione. Cf Mt 8,2; 14,30; 15,22; e altrove. Pronunciato sotto la mozione dello Spirito Santo, esprime il riconoscimento del mistero divino di Gesù. Cf Lc 1,43; 2,11. Nell'incontro con Gesù risorto, diventa espressione di adorazione: « Mio Signore e mio Dio! » (Gv 20,28). Assume allora una connotazione d'amore e d'affetto che resterà peculiare della tradizione cristiana: « È il Signore! » (Gv 21,7).

Attribuendo a Gesù il titolo divino di Signore, le prime confessioni di fede della Chiesa affermano, fin dall'inizio, Cf At 2,34-36. che la potenza, l'onore e la gloria dovuti a Dio Padre convengono anche a Gesù, Cf Rm 9,5; Tt 2,13; Ap 5,13. perché egli è di « natura divina » (Fil 2,6) e perché il Padre ha manifestato questa signoria di Gesù risuscitandolo dai morti ed esaltandolo nella sua gloria. Cf Rm 10,9; 1 Cor 12,3; Fil 2,9-11.

Fin dall'inizio della storia cristiana, l'affermazione della signoria di Gesù sul mondo e sulla storia Cf Ap 11,15. comporta anche il riconoscimento che l'uomo non deve sottomettere la propria libertà personale, in modo assoluto, ad alcun potere terreno, ma soltanto a Dio Padre e al Signore Gesù Cristo: Cesare non è « il Signore ». Cf Mc 12,17; At 5,29. La Chiesa « crede di trovare nel suo Signore e Maestro la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana ». Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 10: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1033; cf Ibid., 45: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1066.

La preghiera cristiana è contrassegnata dal titolo « Signore », sia che si tratti dell'invito alla preghiera: « Il Signore sia con voi », sia della conclusione della preghiera: « Per il nostro Signore Gesù Cristo », o anche del grido pieno di fiducia e di speranza: « Maran atha » (« Il Signore viene! »), oppure « Marana tha » (« Vieni, Signore! ») (1 Cor 16,22), « Amen, vieni, Signore Gesù! » (Ap 22,20).

Il nome « Gesù » significa « Dio salva ». Il Bambino nato dalla Vergine Maria è chiamato « Gesù » « perché salverà il suo popolo dai suoi peccati » (Mt 1,21): « Non vi è altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati » (At 4,12).

Il nome « Cristo » significa « unto », « Messia ». Gesù è il Cristo perché Dio lo « consacrò in Spirito Santo e potenza » (At 10,38). Egli era « colui che deve venire » (Lc 7,19), l'oggetto della speranza d'Israele. Cf At 28,20.

Il nome « Figlio di Dio » indica la relazione unica ed eterna di Gesù Cristo con Dio suo Padre: egli è il Figlio unigenito del Padre Cf Gv 1,14.18; 3,16.18. e Dio egli stesso. Cf Gv 1,1. Per essere cristiani si deve credere che Gesù Cristo è il Figlio di Dio. Cf At 8,37; 1 Gv 2,23.

Il nome « Signore » indica la sovranità divina. Confessare o invocare Gesù come Signore, è credere nella sua divinità. « Nessuno può dire "Gesù è il Signore" se non sotto l'azione dello Spirito Santo » (1 Cor 12,3).

3.Gesu' Cristo « Fu Concepito di Spirito Santo, Nacque da Maria Vergine »

Paragrafo 1 IL FIGLIO DI DIO SI E' FATTO UOMO

I.Perché il Verbo si è fatto carne?

Con il Credo niceno-costantinopolitano rispondiamo confessando: « Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo; per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo ». DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

Il Verbo si è fatto carne per salvarci riconciliandoci con Dio: è Dio « che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati » (1 Gv 4,10). « Il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo » (1 Gv 4,14). « Egli è apparso per togliere i peccati » (1 Gv 3,5):

« La nostra natura, malata, richiedeva d'essere guarita; decaduta, d'essere risollevata; morta, di essere risuscitata. Avevamo perduto il possesso del bene; era necessario che ci fosse restituito. Immersi nelle tenebre, occorreva che ci fosse portata la luce; perduti, attendevamo un salvatore; prigionieri, un soccorritore; schiavi, un liberatore. Tutte queste ragioni erano prive d'importanza? Non erano tali da commuovere Dio sì da farlo discendere fino alla nostra natura umana per visitarla, poiché l'umanità si trovava in una condizione tanto miserabile ed infelice? ». San Gregorio di Nissa, Oratio catechetica, 15, 3: TD — Textes et documents (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)).

Il Verbo si è fatto carne perché noi così conoscessimo l'amore di Dio: « In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo perché noi avessimo la vita per lui » (1 Gv 4,9). « Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna » (Gv 3,16).

Il Verbo si è fatto carne per essere nostro modello di santità: « Prendete il mio giogo su di voi e imparate da me... » (Mt 11,29). « Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me » (Gv 14,6). E il Padre, sul monte della trasfigurazione, comanda: «Ascoltatelo » (Mc 9,7). Cf Dt 6,4-5. In realtà, egli è il modello delle beatitudini e la norma della Legge nuova: « Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» (Gv 15,12). Questo amore implica l'effettiva offerta di se stessi alla sua sequela. Cf Mc 8,34.

Il Verbo si è fatto carne perché diventassimo « partecipi della natura divina » (2 Pt 1,4): « Infatti, questo è il motivo per cui il Verbo si è fatto uomo, e il Figlio di Dio, Figlio dell'uomo: perché l'uomo, entrando in comunione con il Verbo e ricevendo così la filiazione divina, diventasse figlio di Dio ». Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, 3, 19, 1: SC — Sources chrétiennes (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)). « Infatti il Figlio di Dio si è fatto uomo per farci Dio ». Sant'Atanasio di Alessandria, De Incarnatione, 54, 3: SC — Sources chrétiennes (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)). « Unigenitus [...] Dei Filius, Suae divinitatis volens nos esse participes, naturam nostram assumpsit, ut homines deos faceret factus homo – L'unigenito [...] Figlio di Dio, volendo che noi fossimo partecipi della sua divinità, assunse la nostra natura, affinché, fatto uomo, facesse gli uomini dei ». San Tommaso d'Aquino, Officium de festo corporis Christi, Ad Matutinas, In primo Nocturno, Lectio 1: Opera omnia, v. 29 (Parigi 1876) p. 336.

II.L’incarnazione

Riprendendo l'espressione di san Giovanni (« Il Verbo si fece carne »: Gv 1,14), la Chiesa chiama « incarnazione » il fatto che il Figlio di Dio abbia assunto una natura umana per realizzare in essa la nostra salvezza. La Chiesa canta il mistero dell'incarnazione in un inno riportato da san Paolo:

« Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce » (Fil 2,5-8). Cf Cantico dei Primi Vespri della Domenica: Liturgia delle Ore, v. 1, p. 651, 739, 834, e 930; v. 2, p. 988, 1089, 1200 e 1300; v. 3, p. 665, 789, 920 e 1.48; v. 4, p. 603, 727, 858 e 986 (Libreria Editrice Vaticana 1981-1988).

Dello stesso mistero parla la lettera agli Ebrei:

« Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice: "Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo... per fare la tua volontà" » (Eb 10,5-7 citando Sal 40,7-9 LXX).

La fede nella reale incarnazione del Figlio di Dio è il segno distintivo della fede cristiana: « Da questo potete riconoscere lo spirito di Dio: ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio » (1 Gv 4,2). È la gioiosa convinzione della Chiesa fin dal suo inizio, allorché canta « il grande mistero della pietà »: « Egli si manifestò nella carne » (1 Tm 3,16).

III.Vero Dio e vero uomo

L'evento unico e del tutto singolare dell'incarnazione del Figlio di Dio non significa che Gesù Cristo sia in parte Dio e in parte uomo, né che sia il risultato di una confusa mescolanza di divino e di umano. Egli si è fatto veramente uomo rimanendo veramente Dio. Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo. La Chiesa nel corso dei primi secoli ha dovuto difendere e chiarire questa verità di fede contro eresie che la falsificavano.

Le prime eresie più che la divinità di Cristo hanno negato la sua vera umanità (docetismo gnostico). Fin dall'epoca apostolica la fede cristiana ha insistito sulla vera incarnazione del Figlio di Dio « venuto nella carne ». Cf 1 Gv 4,2-3; 2 Gv 7. Ma nel terzo secolo, la Chiesa ha dovuto affermare contro Paolo di Samosata, in un Concilio riunito ad Antiochia, che Gesù Cristo è Figlio di Dio per natura e non per adozione. Il primo Concilio Ecumenico di Nicea nel 325 professò nel suo Credo che il Figlio di Dio è « generato, non creato, della stessa sostanza (homousios) del Padre », Simbolo niceno: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. e condannò Ario, il quale sosteneva che « il Figlio di Dio veniva dal nulla » Concilio di Nicea, Epistula synodalis « Epeide tes » ad Aegyptios: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. e che sarebbe « di un'altra sostanza o di un'altra essenza rispetto al Padre ». Simbolo Niceno: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

L'eresia nestoriana vedeva in Cristo una persona umana congiunta alla Persona divina del Figlio di Dio. In contrapposizione ad essa san Cirillo di Alessandria e il terzo Concilio Ecumenico riunito a Efeso nel 431 hanno confessato che « il Verbo, unendo a se stesso ipostaticamente una carne animata da un'anima razionale, [...] si fece uomo ». Concilio di Efeso, Epistula II Cyrilli Alexandrini ad Nestorium: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. L'umanità di Cristo non ha altro soggetto che la Persona divina del Figlio di Dio, che l'ha assunta e fatta sua al momento del suo concepimento. Per questo il Concilio di Efeso ha proclamato nel 431 che Maria in tutta verità è divenuta Madre di Dio per il concepimento umano del Figlio di Dio nel suo seno; « Madre di Dio [...] non certo perché la natura del Verbo o la sua divinità avesse avuto origine dalla santa Vergine, ma, poiché nacque da lei il santo corpo dotato di anima razionale a cui il Verbo è unito sostanzialmente, si dice che il Verbo è nato secondo la carne ». Concilio di Efeso, Epistula II Cyrilli Alexandrini ad Nestorium: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

I monofisiti affermavano che la natura umana come tale aveva cessato di esistere in Cristo, essendo stata assunta dalla Persona divina del Figlio di Dio. Opponendosi a questa eresia, il quarto Concilio Ecumenico, a Calcedonia, nel 451, ha confessato:

« Seguendo i santi Padri, all'unanimità noi insegniamo a confessare un solo e medesimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo, perfetto nella sua divinità e perfetto nella sua umanità, vero Dio e vero uomo, [composto] di anima razionale e di corpo, consostanziale al Padre per la divinità, e consostanziale a noi per l'umanità, "simile in tutto a noi, fuorché nel peccato"; Cf Eb 4,15. generato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità, e in questi ultimi tempi, per noi e per la nostra salvezza, nato da Maria Vergine e Madre di Dio, secondo l'umanità. Un solo e medesimo Cristo, Signore, Figlio unigenito, che noi dobbiamo riconoscere in due nature, senza confusione, senza mutamento, senza divisione, senza separazione. La differenza delle nature non è affatto negata dalla loro unione, ma piuttosto le proprietà di ciascuna sono salvaguardate e riunite in una sola persona e una sola ipostasi ». Concilio di Calcedonia, Symbolum: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

Dopo il Concilio di Calcedonia, alcuni fecero della natura umana di Cristo una sorta di soggetto personale. Contro costoro, il quinto Concilio Ecumenico, a Costantinopoli, nel 553, ha confessato riguardo a Cristo: vi è « una sola ipostasi [o Persona]..., cioè il Signore (nostro) Gesù Cristo, uno della Trinità ». Concilio di Costantinopoli II, Sess. 8a, Canone 4: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. Tutto, quindi, nell'umanità di Cristo deve essere attribuito alla sua Persona divina come al suo soggetto proprio, Cf già Concilio di Efeso, Anathematismi Cyrilli Alexandrini, 4: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. non soltanto i miracoli ma anche le sofferenze Cf Concilio di Costantinopoli II, Sess. 8a, Canone 3: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. e così pure la morte: « Il Signore nostro Gesù Cristo, crocifisso nella sua carne, è vero Dio, Signore della gloria e uno della Santa Trinità ». Concilio di Costantinopoli II, Sess. 8a, Canone 10: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

La Chiesa così confessa che Gesù è inscindibilmente vero Dio e vero uomo. Egli è veramente il Figlio di Dio che si è fatto uomo, nostro fratello, senza con ciò cessare d'essere Dio, nostro Signore:

« Id quod fuit remansit et quod non fuit assumpsit – Rimase quel che era e quel che non era assunse », canta la liturgia romana. Solennità di Maria SS. Madre di Dio, Antifona al « Benedictus »: Liturgia delle Ore, v. 1 (Libreria Editrice Vaticana 1981) p. 475; cf San Leone Magno, Sermo, 21, 2: CCL — Corpus Christianorum (Series Latina) (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)). E la liturgia di san Giovanni Crisostomo proclama e canta: « O Figlio unigenito e Verbo di Dio, tu, che sei immortale, per la nostra salvezza ti sei degnato d'incarnarti nel seno della santa Madre di Dio e sempre Vergine Maria; tu, che senza mutamento sei diventato uomo e sei stato crocifisso, o Cristo Dio, tu, che con la tua morte hai sconfitto la morte, tu che sei uno della Santa Trinità, glorificato con il Padre e lo Spirito Santo, salvaci! ». Liturgia delle Ore bizantina, Inno «O monoghenis»: «Horológion tò méga (Roma 1876) p. 82.

IV.Come il Figlio di Dio è uomo?

Poiché nella misteriosa unione dell'incarnazione « la natura umana è stata assunta, senza per questo venir annientata », Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 22: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1042. la Chiesa nel corso dei secoli è stata condotta a confessare la piena realtà dell'anima umana, con le sue operazioni di intelligenza e di volontà, e del corpo umano di Cristo. Ma parallelamente ha dovuto di volta in volta ricordare che la natura umana di Cristo appartiene in proprio alla Persona divina del Figlio di Dio che l'ha assunta. Tutto ciò che egli è e ciò che egli fa in essa deriva da « uno della Trinità ». Il Figlio di Dio, quindi, comunica alla sua umanità il suo modo personale d'esistere nella Trinità. Pertanto, nella sua anima come nel suo corpo, Cristo esprime umanamente i comportamenti divini della Trinità: Cf Gv 14,9-10.

« Il Figlio di Dio [...] ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con mente d'uomo, ha agito con volontà d'uomo, ha amato con cuore d'uomo. Nascendo da Maria Vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato ». Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 22: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1042-1043.

L’anima e la conoscenza umana di Cristo

Apollinare di Laodicea sosteneva che in Cristo il Verbo aveva preso il posto dell'anima o dello spirito. Contro questo errore la Chiesa ha confessato che il Figlio eterno ha assunto anche un'anima razionale umana. Cf San Damaso I, Lettera Oti te apostolike kathedra: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

L'anima umana che il Figlio di Dio ha assunto è dotata di una vera conoscenza umana. In quanto tale, essa non poteva di per sé essere illimitata: era esercitata nelle condizioni storiche della sua esistenza nello spazio e nel tempo. Per questo il Figlio di Dio, facendosi uomo, ha potuto accettare di « crescere in sapienza, età e grazia » (Lc 2,52) e anche di doversi informare intorno a ciò che nella condizione umana non si può apprendere che attraverso l'esperienza. Cf Mc 6,38; 8,27; Gv 11,34; ecc. Questo era del tutto consono alla realtà del suo volontario umiliarsi nella « condizione di servo » (Fil 2,7).

Al tempo stesso, però, questa conoscenza veramente umana del Figlio di Dio esprimeva la vita divina della sua persona. Cf San Gregorio Magno, Lettera Sicut aqua: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. « Il figlio di Dio conosceva ogni cosa; e ciò per il tramite dello stesso uomo che egli aveva assunto; non per la natura (umana), ma per il fatto che essa stessa era unita al Verbo [...]. La natura umana, che era unita al Verbo, conosceva ogni cosa, e tutto ciò che è divino lo mostrava in se stesso per la sua maestà ». San Massimo il Confessore, Quaestiones et dubia, Q. I, 67: CCG — Corpus Christianorum (Series Graeca) (66: PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)). È, innanzi tutto, il caso della conoscenza intima e immediata che il Figlio di Dio fatto uomo ha del Padre suo. Cf Mc 14,36; Mt 11,27; Gv 1,18; 8,55; ecc. Il Figlio di Dio anche nella sua conoscenza umana mostrava la penetrazione divina che egli aveva dei pensieri segreti del cuore degli uomini. Cf Mc 2,8; Gv 2,25; 6,61; ecc.

La conoscenza umana di Cristo, per la sua unione alla Sapienza divina nella Persona del Verbo incarnato, fruiva in pienezza della scienza dei disegni eterni che egli era venuto a rivelare. Cf Mc 8,31; 9,31; 10,33-34; 14,18-20.26-30. Ciò che in questo campo dice di ignorare, Cf Mc 13,32. dichiara altrove di non avere la missione di rivelarlo. Cf At 1,7.

La volontà umana di Cristo

Parallelamente, la Chiesa nel sesto Concilio Ecumenico ha dichiarato che Cristo ha due volontà e due operazioni naturali, divine e umane, non opposte, ma cooperanti, in modo che il Verbo fatto carne ha umanamente voluto, in obbedienza al Padre, tutto ciò che ha divinamente deciso con il Padre e con lo Spirito Santo per la nostra salvezza. Cf Concilio di Costantinopoli III (anno 681), Sess. 18a, Definitio de duabus in Christo voluntatibus et operationibus: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. La volontà umana di Cristo «segue, senza opposizione o riluttanza, o meglio, è sottoposta alla sua volontà divina e onnipotente». Concilio di Costantinopoli III, Sess. 18a, Definitio de duabus in Christo voluntatibus et operationibus: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

Il vero corpo di Cristo

Poiché il Verbo si è fatto carne assumendo una vera umanità, il corpo di Cristo era delimitato. Cf Concilio Lateranense (anno 649), Canone 4: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. Perciò l'aspetto umano di Cristo può essere « dipinto ». Cf Gal 3,1. Nel settimo Concilio Ecumenico Concilio di Nicea II (anno 787), Act. 7a, Definitio de sacris imaginibus: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. la Chiesa ha riconosciuto legittimo che venga raffigurato mediante venerande e sante immagini.

Al tempo stesso la Chiesa ha sempre riconosciuto che nel corpo di Gesù il « Verbo invisibile apparve visibilmente nella nostra carne ». Prefazio di Natale, II: Messale Romano (Libreria Editrice Vaticana 1993) p. 317. In realtà, le caratteristiche individuali del corpo di Cristo esprimono la Persona divina del Figlio di Dio. Questi ha fatto a tal punto suoi i lineamenti del suo corpo umano che, dipinti in una santa immagine, possono essere venerati, perché il credente che venera « l'immagine, venera la realtà di chi in essa è riprodotto ». Concilio di Nicea II, Act. 7a, Definitio de sacris imaginibus: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

Il cuore del Verbo incarnato

Gesù ci ha conosciuti e amati, tutti e ciascuno, durante la sua vita, la sua agonia e la sua passione, e per ognuno di noi si è offerto: il Figlio di Dio «mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). Ci ha amati tutti con un cuore umano. Per questo motivo, il sacro cuore di Gesù, trafitto a causa dei nostri peccati e per la nostra salvezza, Cf Gv 19,34. «praecipuus consideratur index et symbolus [...] illius amoris, quo divinus Redemptor aeternum Patrem hominesque universos continenter adamat – è considerato il segno e simbolo principale [...] di quell'infinito amore, col quale il Redentore divino incessantemente ama l'eterno Padre e tutti gli uomini». Pio XII, Lett. enc. Haurietis aquas: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; cf Id., Lett. enc. Mystici corporis: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

Nel tempo stabilito da Dio, il Figlio unigenito del Padre, la Parola eterna, cioè il Verbo e l'immagine sostanziale del Padre, si è incarnato: senza perdere la natura divina, ha assunto la natura umana.

Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo, nell'unità della sua Persona divina; per questo motivo è l'unico mediatore tra Dio e gli uomini.

Gesù Cristo ha due nature, la divina e l'umana, non confuse, ma unite nell'unica Persona del Figlio di Dio.

Cristo, essendo vero Dio e vero uomo, ha una intelligenza e una volontà umane, perfettamente armonizzate e sottomesse alla sua intelligenza e alla sua volontà divine, che egli ha in comune con il Padre e lo Spirito Santo.

L'incarnazione è quindi il mistero dell'ammirabile unione della natura divina e della natura umana nell'unica Persona del Verbo.

Paragrafo 2 « ... FU CONCEPITO DI SPIRITO SANTO, NACQUE DA MARIA VERGINE »

I.Fu concepito di Spirito Santo...

L'annunciazione a Maria inaugura la « pienezza del tempo » (Gal 4,4), cioè il compimento delle promesse e delle preparazioni. Maria è chiamata a concepire colui nel quale abiterà « corporalmente tutta la pienezza della divinità » (Col 2,9). La risposta divina al suo: « Come è possibile? Non conosco uomo » (Lc 1,34) è data mediante la potenza dello Spirito: « Lo Spirito Santo scenderà su di te » (Lc 1,35).

La missione dello Spirito Santo è sempre congiunta e ordinata a quella del Figlio. Cf Gv 16,14-15. Lo Spirito Santo, che è « Signore e dà la vita », DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. è mandato a santificare il grembo della Vergine Maria e a fecondarla divinamente, facendo sì che ella concepisca il Figlio eterno del Padre in un'umanità tratta dalla sua.

Il Figlio unigenito del Padre, essendo concepito come uomo nel seno della Vergine Maria, è « Cristo », cioè unto dallo Spirito Santo, Cf Mt 1,20; Lc 1,35. sin dall'inizio della sua esistenza umana, anche se la sua manifestazione avviene progressivamente: ai pastori, Cf Lc 2,8-20. ai magi, Cf Mt 2,1-12. a Giovanni Battista, Cf Gv 1,31-34. ai discepoli. Cf Gv 2,11. L'intera vita di Gesù Cristo manifesterà dunque « come Dio [lo] consacrò in Spirito Santo e potenza » (At 10,38).

II....nacque da Maria Vergine

Ciò che la fede cattolica crede riguardo a Maria si fonda su ciò che essa crede riguardo a Cristo, ma quanto insegna su Maria illumina, a sua volta, la sua fede in Cristo.

La predestinazione di Maria

« Dio ha mandato suo Figlio » (Gal 4,4), ma per preparargli un corpo Cf Eb 10,5. ha voluto la libera collaborazione di una creatura. Per questo, Dio, da tutta l'eternità, ha scelto, perché fosse la Madre del Figlio suo, una figlia d'Israele, una giovane ebrea di Nazaret in Galilea, « una vergine promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria » (Lc 1,26-27):

« Volle il Padre delle misericordie che l'accettazione di colei che era predestinata a essere la Madre precedesse l'incarnazione, perché così, come la donna aveva contribuito a dare la morte, la donna contribuisse a dare la vita ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 56: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 60; cf Ibid., 61: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 63.

Nel corso dell'Antica Alleanza, la missione di Maria è stata preparata da quella di sante donne. All'inizio c'è Eva: malgrado la sua disobbedienza, ella riceve la promessa di una discendenza che sarà vittoriosa sul maligno, Cf Gn 3,15. e quella d'essere la madre di tutti i viventi. Cf Gn 3,20. In forza di questa promessa, Sara concepisce un figlio nonostante la sua vecchiaia. Cf Gn 18,10-14; 21,1-2. Contro ogni umana attesa, Dio sceglie ciò che era ritenuto impotente e debole Cf 1 Cor 1,27. per mostrare la sua fedeltà alla promessa: Anna, la madre di Samuele, Cf 1 Sam 1. Debora, Rut, Giuditta e Ester, e molte altre donne. Maria « primeggia tra gli umili e i poveri del Signore, i quali con fiducia attendono e ricevono da lui la salvezza. Infine con lei, la eccelsa figlia di Sion, dopo la lunga attesa della promessa, si compiono i tempi e si instaura la nuova economia ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 55: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 59-60.

L’Immacolata concezione

Per essere la Madre del Salvatore, Maria « da Dio è stata arricchita di doni degni di una così grande missione ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 56: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 60. L'angelo Gabriele, al momento dell'annunciazione, la saluta come « piena di grazia » (Lc 1,28). In realtà, per poter dare il libero assenso della sua fede all'annunzio della sua vocazione, era necessario che fosse tutta sorretta dalla grazia di Dio.

Nel corso dei secoli la Chiesa ha preso coscienza che Maria, « colmata di grazia » da Dio, Cf Lc 1,28. era stata redenta fin dal suo concepimento. È quanto afferma il dogma dell'immacolata concezione, proclamato da papa Pio IX nel 1854:

« La beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per una grazia ed un privilegio singolare di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, è stata preservata intatta da ogni macchia del peccato originale ». Pio IX, Bolla Ineffabilis Deus: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

Questi « splendori di una santità del tutto singolare » di cui Maria è « adornata fin dal primo istante della sua concezione » Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 56: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 60. le vengono interamente da Cristo: ella è « redenta in modo così sublime in vista dei meriti del Figlio suo ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 53: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 58. Più di ogni altra persona creata, il Padre l'ha « benedetta con ogni benedizione spirituale, nei cieli, in Cristo » (Ef 1,3). In lui l'ha scelta « prima della creazione del mondo, per essere » santa e immacolata « al suo cospetto nella carità » (Ef 1,4).

I Padri della Tradizione orientale chiamano la Madre di Dio « la Tutta Santa » (Panaghia), la onorano come « immune da ogni macchia di peccato, dallo Spirito Santo quasi plasmata e resa una nuova creatura ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 56: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 60. Maria, per la grazia di Dio, è rimasta pura da ogni peccato personale durante tutta la sua esistenza.

«Avvenga di me quello che hai detto...»

All'annunzio che avrebbe dato alla luce « il Figlio dell'Altissimo » senza conoscere uomo, per la potenza dello Spirito Santo, Cf Lc 1,28-37. Maria ha risposto con « l'obbedienza della fede » (Rm 1,5), certa che nulla è impossibile a Dio: « Io sono la serva del Signore; avvenga di me quello che hai detto » (Lc 1,38). Così, dando il proprio assenso alla parola di Dio, Maria è diventata Madre di Gesù e, abbracciando con tutto l'animo e senza essere ritardata da nessun peccato la volontà divina di salvezza, si è offerta totalmente alla persona e all'opera del Figlio suo, mettendosi al servizio del mistero della redenzione, sotto di lui e con lui, con la grazia di Dio onnipotente: Cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 56: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 60-61.

« Come dice sant'Ireneo, "obbedendo divenne causa della salvezza per sé e per tutto il genere umano". Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, 3, 22, 4: SC — Sources chrétiennes (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)). Con lui, non pochi antichi Padri affermano: "Il nodo della disobbedienza di Eva ha avuto la sua soluzione con l'obbedienza di Maria; ciò che la vergine Eva aveva legato con la sua incredulità, la Vergine Maria ha sciolto con la sua fede", Cf Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, 3, 22, 4: SC — Sources chrétiennes (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)). e, fatto il paragone con Eva, chiamano Maria "la Madre dei viventi" e affermano spesso: "La morte per mezzo di Eva, la vita per mezzo di Maria" ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 56: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 60-61.

La maternità divina di Maria

Maria, chiamata nei Vangeli « la Madre di Gesù » (Gv 2,1; 19,25), Cf Mt 13,55. prima della nascita del Figlio suo è acclamata, sotto la mozione dello Spirito, « la Madre del mio Signore » (Lc 1,43). Infatti, colui che Maria ha concepito come uomo per opera dello Spirito Santo e che è diventato veramente suo Figlio secondo la carne, è il Figlio eterno del Padre, la seconda Persona della Santissima Trinità. La Chiesa confessa che Maria è veramente Madre di Dio (Theotokos). Cf Concilio di Efeso, Epistula II Cyrilli Alexandrini ad Nestorium: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

La verginità di Maria

Fin dalle prime formulazioni della fede, Cf DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. la Chiesa ha confessato che Gesù è stato concepito nel seno della Vergine Maria per la sola potenza dello Spirito Santo, ed ha affermato anche l'aspetto corporeo di tale avvenimento: Gesù è stato concepito « senza seme [...], per opera dello Spirito Santo ». Concilio Lateranense (anno 649), Canone 3: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. Nel concepimento verginale i Padri ravvisano il segno che si tratta veramente del Figlio di Dio, il quale è venuto in una umanità come la nostra:

Così, sant'Ignazio di Antiochia (inizio II secolo): « Voi siete pienamente convinti riguardo a nostro Signore che è veramente della stirpe di Davide secondo la carne, Cf Rm 1,3. Figlio di Dio secondo la volontà e la potenza di Dio, Cf Gv 1,13. veramente nato da una Vergine; [...] veramente è stato inchiodato [alla croce] per noi, nella sua carne, sotto Ponzio Pilato. [...] Veramente ha sofferto, così come veramente è risorto ». Sant'Ignazio di Antiochia, Epistula ad Smyrnaeos, 1-2: SC — Sources chrétiennesbis, p. 132-134 (Funk — F.X. Funk, Patres apostolici).

I racconti evangelici Cf Mt 1,18-25; Lc 1,26-38. considerano la concezione verginale un'opera divina che supera ogni comprensione e ogni possibilità umana: Cf Lc 1,34. « Quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo », dice l'angelo a Giuseppe riguardo a Maria, sua sposa (Mt 1,20). La Chiesa vede in ciò il compimento della promessa divina fatta per bocca del profeta Isaia: « Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio » (Is 7,14), secondo la versione greca di Mt 1,23.

Il silenzio del Vangelo secondo san Marco e delle lettere del Nuovo Testamento sul concepimento verginale di Maria è stato talvolta causa di perplessità. Ci si è potuto anche chiedere se non si trattasse di leggende o di elaborazioni teologiche senza pretese di storicità. A ciò si deve rispondere: la fede nel concepimento verginale di Gesù ha incontrato vivace opposizione, sarcasmi o incomprensione da parte dei non-credenti, giudei e pagani: Cf San Giustino, Dialogus cum Tryphone Iudaeo, 66-67: CA — Corpus apologetarum Christianorum saeculi secundi (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)); Origene, Contra Celsum, 1, 32: SC — Sources chrétiennes (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)); Ibid., 1, 69: SC — Sources chrétiennes (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)); e altri. essa non proveniva dalla mitologia pagana né da qualche adattamento alle idee del tempo. Il senso di questo avvenimento è accessibile soltanto alla fede, la quale lo vede in quel « nesso che lega tra loro i vari misteri », Concilio Vaticano I, Cost. dogm. Dei Filius, c. 4: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. nell'insieme dei misteri di Cristo, dalla sua incarnazione alla sua pasqua. Sant'Ignazio di Antiochia già testimonia tale legame: « Rimase nascosta al principe di questo mondo la verginità di Maria e il suo parto, come pure la morte del Signore: tre misteri sublimi che si compirono nel silenzio di Dio». Sant'Ignazio di Antiochia, Epistula ad Ephesios, 19, 1: SC — Sources chrétiennesbis, 74 (Funk — F.X. Funk, Patres apostolici); cf 1 Cor 2,8.

Maria «sempre Vergine»

L'approfondimento della fede nella maternità verginale ha condotto la Chiesa a confessare la verginità reale e perpetua di Maria Cf Concilio di Costantinopoli II, Sess. 8a, Canone 6: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. anche nel parto del Figlio di Dio fatto uomo. Cf San Leone Magno, Tomus ad Flavianum: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; Ibid.: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; Pelagio I, Lettera Humani generis: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; Concilio Lateranense, Canone 3: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; Concilio di Toledo XVI, Symbolum: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; Paolo IV, Cost. Cum quorumdam hominum: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. Infatti la nascita di Cristo « non ha diminuito la sua verginale integrità, ma l'ha consacrata ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 57: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 61. La liturgia della Chiesa celebra Maria come la Aeiparthénon, « sempre Vergine ». Cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 52: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 58.

A ciò si obietta talvolta che la Scrittura parla di fratelli e di sorelle di Gesù. Cf Mc 3,31-35; 6,3; 1 Cor 9,5; Gal 1,19. La Chiesa ha sempre ritenuto che tali passi non indichino altri figli della Vergine Maria: infatti Giacomo e Giuseppe, « fratelli di Gesù » (Mt 13,55), sono i figli di una Maria discepola di Cristo, Cf Mt 27,56. la quale è designata in modo significativo come « l'altra Maria » (Mt 28,1). Si tratta di parenti prossimi di Gesù, secondo un'espressione non inusitata nell'Antico Testamento. Cf Gn 13,8; 14,16; 29,15; ecc.

Gesù è l'unico Figlio di Maria. Ma la maternità spirituale di Maria Cf Gv 19,26-27; Ap 12,17. si estende a tutti gli uomini che egli è venuto a salvare: « Ella ha dato alla luce un Figlio, che Dio ha fatto "il primogenito di una moltitudine di fratelli" (Rm 8,29), cioè dei fedeli, alla cui nascita e formazione ella coopera con amore di madre ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 63: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 64.

La maternità verginale di Maria nel disegno di Dio

Lo sguardo della fede può scoprire, in connessione con l'insieme della Rivelazione, le ragioni misteriose per le quali Dio, nel suo progetto salvifico, ha voluto che suo Figlio nascesse da una Vergine. Queste ragioni riguardano tanto la persona e la missione redentrice di Cristo, quanto l'accettazione di tale missione da parte di Maria in favore di tutti gli uomini.

La verginità di Maria manifesta l'iniziativa assoluta di Dio nell'incarnazione. Gesù come Padre non ha che Dio. Cf Lc 2,48-49. « La natura umana che egli ha assunto non l'ha mai separato dal Padre. [...] Per natura Figlio del Padre secondo la divinità, per natura Figlio della Madre secondo l'umanità, ma propriamente Figlio di Dio nelle sue due nature ». Concilio del Friuli (anno 796 o 797), Simbolo: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

Gesù è concepito per opera dello Spirito Santo nel seno della Vergine Maria perché egli è il nuovo Adamo Cf 1 Cor 15,45. che inaugura la nuova creazione: « Il primo uomo tratto dalla terra è di terra, il secondo uomo viene dal cielo » (1 Cor 15,47). L'umanità di Cristo, fin dal suo concepimento, è ricolma dello Spirito Santo perché Dio gli « dà lo Spirito senza misura » (Gv 3,34). « Dalla pienezza » di lui, capo dell'umanità redenta, Cf Col 1,18. « noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia » (Gv 1,16).

Gesù, il nuovo Adamo, inaugura con il suo concepimento verginale la nuova nascita dei figli di adozione nello Spirito Santo per la fede. « Come è possibile? » (Lc 1,34). Cf Gv 3,9. La partecipazione alla vita divina non proviene « da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio » (Gv 1,13). L'accoglienza di questa vita è verginale perché è interamente donata all'uomo dallo Spirito. Il senso sponsale della vocazione umana in rapporto a Dio Cf 2 Cor 11,2. si compie perfettamente nella maternità verginale di Maria.

Maria è Vergine perché la sua verginità è il segno della sua fede che non era alterata da nessun dubbio Cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 63: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 64. e del suo totale abbandono alla volontà di Dio. Cf 1 Cor 7,34-35. Per la sua fede ella diviene la Madre del Salvatore: « Beatior est Maria percipiendo fidem Christi quam concipiendo carnem Christi – Maria è più felice nel ricevere la fede di Cristo che nel concepire la carne di Cristo ». Sant'Agostino, De sancta virginitate, 3, 3: CSEL — Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)).

Maria è ad un tempo Vergine e Madre perché è la figura e la realizzazione più perfetta della Chiesa: Cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 63: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 64. « La Chiesa [...] per mezzo della Parola di Dio accolta con fedeltà diventa essa pure Madre, poiché con la predicazione e il Battesimo genera a una vita nuova e immortale i figli, concepiti ad opera dello Spirito Santo e nati da Dio. Essa è pure la vergine che custodisce integra e pura la fede data allo Sposo ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 64: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 64.

Nella discendenza di Eva, Dio ha scelto la Vergine Maria perché fosse la Madre del suo Figlio. « Piena di grazia », ella è « il frutto più eccelso della redenzione »: Concilio Vaticano II, Cost. Sacrosanctum Concilium, 103: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 56 (1964) su vatican.va — PDF scansionato (1964) 125. fin dal primo istante del suo concepimento, è interamente preservata da ogni macchia del peccato originale ed è rimasta immune da ogni peccato personale durante tutta la sua vita.

Maria è veramente « Madre di Dio », perché è la Madre del Figlio eterno di Dio fatto uomo, Dio lui stesso.

Maria è rimasta « Vergine nel concepimento del Figlio suo, Vergine incinta, Vergine nel parto, Vergine madre, Vergine perpetua »: Sant'Agostino, Sermo 186, 1: PL — Patrologia latina (J.P. Migne). con tutto il suo essere, ella è « la serva del Signore » (Lc 1,38).

Maria Vergine « cooperò alla salvezza dell'uomo con libera fede e obbedienza ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 56: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 60. Ha dato il suo assenso, « loco totius humanae naturae – in nome di tutta l'umanità »: San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, III, q. 30, a. 1, c: Ed. Leon. — Sancti Thomae Aquinatis Opera omnia, editio Leonina. per la sua obbedienza, è diventata la nuova Eva, madre dei viventi.

Paragrafo 3 I MISTERI DELLA VITA DI CRISTO

Il Simbolo della fede, a proposito della vita di Cristo, non parla che dei misteri dell'incarnazione (concezione e nascita) e della pasqua (passione, crocifissione, morte, sepoltura, discesa agli inferi, risurrezione, ascensione). Non dice nulla, in modo esplicito, dei misteri della vita nascosta e della vita pubblica di Gesù, ma gli articoli della fede concernenti l'incarnazione e la pasqua di Gesù illuminano tutta la vita terrena di Cristo. « Tutto quello che Gesù fece e insegnò dal principio fino al giorno in cui [...] fu assunto in cielo » (At 1,1-2) deve essere visto alla luce dei misteri del natale e della pasqua.

La catechesi, secondo le circostanze, svilupperà tutta la ricchezza dei misteri di Gesù. Qui basta indicare alcuni elementi comuni a tutti i misteri della vita di Cristo (I), per accennare poi ai principali misteri della vita nascosta (II) e pubblica (III) di Gesù.

I.Tutta la vita di Cristo è mistero

Non compaiono nei Vangeli molte cose che interessano la curiosità umana a riguardo di Gesù. Quasi niente vi si dice della sua vita a Nazaret, e anche di una notevole parte della sua vita pubblica non si fa parola. Cf Gv 20,30. Ciò che è contenuto nei Vangeli è stato scritto « perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome » (Gv 20,31).

I Vangeli sono scritti da uomini che sono stati tra i primi a credere Cf Mc 1,1; Gv 21,24. e che vogliono condividere con altri la loro fede. Avendo conosciuto, nella fede, chi è Gesù, hanno potuto scorgere e fare scorgere in tutta la sua vita terrena le tracce del suo mistero. Dalle fasce della sua nascita, Cf Lc 2,7. fino all'aceto della sua passione Cf Mt 27,48. e al sudario della risurrezione, Cf Gv 20,7. tutto nella vita di Gesù è segno del suo mistero. Attraverso i suoi gesti, i suoi miracoli, le sue parole, è stato rivelato che « in lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità » (Col 2,9). In tal modo la sua umanità appare come « il sacramento », cioè il segno e lo strumento della sua divinità e della salvezza che egli reca: ciò che era visibile nella sua vita terrena condusse al mistero invisibile della sua filiazione divina e della sua missione redentrice.

I tratti comuni dei misteri di Gesù

Tutta la vita di Cristo è rivelazione del Padre: le sue parole e le sue azioni, i suoi silenzi e le sue sofferenze, il suo modo di essere e di parlare. Gesù può dire: « Chi vede me, vede il Padre » (Gv 14,9), e il Padre: « Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo » (Lc 9,35). Poiché il nostro Signore si è fatto uomo per compiere la volontà del Padre, Cf Eb 10,5-7. i più piccoli tratti dei suoi misteri ci manifestano l'amore di Dio per noi. Cf 1 Gv 4,9.

Tutta la vita di Cristo è mistero di redenzione. La redenzione è frutto innanzi tutto del sangue della croce, Cf Ef 1,7; Col 1,13-14 (Vulgata); 1 Pt 1,18-19. ma questo mistero opera nell'intera vita di Cristo: già nella sua incarnazione, mediante la quale, facendosi povero, ci ha arricchiti con la sua povertà; Cf 2 Cor 8, 9. nella sua vita nascosta che, con la sua sottomissione, Cf Lc 2,51. ripara la nostra insubordinazione; nella sua parola che purifica i suoi ascoltatori; Cf Gv 15,3. nelle guarigioni e negli esorcismi che opera, mediante i quali « ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie » (Mt 8,17); Cf Is 53,4. nella sua risurrezione, con la quale ci giustifica. Cf Rm 4,25.

Tutta la vita di Cristo è mistero di ricapitolazione. Quanto Gesù ha fatto, detto e sofferto, aveva come scopo di ristabilire nella sua primitiva vocazione l'uomo decaduto:

« Allorché si è incarnato e si è fatto uomo, ha ricapitolato in se stesso la lunga storia degli uomini e in breve ci ha procurato la salvezza, così che noi recuperassimo in Gesù Cristo ciò che avevamo perduto in Adamo, cioè d'essere ad immagine e somiglianza di Dio ». Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, 3, 18, 1: SC — Sources chrétiennes (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)). « Per questo appunto Cristo è passato attraverso tutte le età della vita, restituendo con ciò a tutti gli uomini la comunione con Dio ». Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, 3, 18, 7: SC — Sources chrétiennes (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)); cf Id., Adversus haereses, 2, 22, 4: SC — Sources chrétiennes (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)).

La nostra comunione ai misteri di Gesù

Tutta la ricchezza di Cristo è destinata ad ogni uomo e costituisce il bene di ciascuno. Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptor hominis, 11: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 71 (1979) su vatican.va — PDF scansionato (1979) 278. Cristo non ha vissuto la sua vita per sé, ma per noi, dalla sua incarnazione « per noi uomini e per la nostra salvezza » Simbolo niceno-costantinopolitano: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. fino alla sua morte « per i nostri peccati » (1 Cor 15,3) e alla sua risurrezione « per la nostra giustificazione » (Rm 4,25). E anche adesso, è nostro avvocato « presso il Padre » (1 Gv 2,1), « essendo sempre vivo per intercedere » a nostro favore (Eb 7,25). Con tutto ciò che ha vissuto e sofferto per noi una volta per tutte, egli resta sempre « al cospetto di Dio in nostro favore » (Eb 9,24).

Durante tutta la sua vita, Gesù si mostra come nostro modello: Cf Rm 15,5; Fil 2,5. è « l'uomo perfetto » Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 38: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1055. che ci invita a diventare suoi discepoli e a seguirlo; con il suo abbassamento, ci ha dato un esempio da imitare, Cf Gv 13,15. con la sua preghiera, attira alla preghiera, Cf Lc 11,1. con la sua povertà, chiama ad accettare liberamente la spogliazione e le persecuzioni. Cf Mt 5,11-12.

Tutto ciò che Cristo ha vissuto, egli fa sì che noi possiamo viverlo in lui e che egli lo viva in noi. « Con l'incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo ». Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 22: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1042. Siamo chiamati a formare una cosa sola con lui; egli ci fa comunicare come membra del suo corpo a ciò che ha vissuto nella sua carne per noi e come nostro modello:

« Noi dobbiamo sviluppare continuamente in noi e, in fine, completare gli stati e i misteri di Gesù. Dobbiamo poi pregarlo che li porti lui stesso a compimento in noi e in tutta la sua Chiesa. [...] Il Figlio di Dio desidera una certa partecipazione e come un'estensione e continuazione in noi e in tutta la sua Chiesa dei suoi misteri mediante le grazie che vuole comunicarci e gli effetti che intende operare in noi attraverso i suoi misteri. E con questo mezzo egli vuole completarli in noi ». San Giovanni Eudes, Le royaume de Jésus, 3, 4: Oeuvres complètes, v. 1 (Vannes 1905) p. 310-311.

II.I misteri dell’infanzia e della vita nascosta di Gesù

Le preparazioni

La venuta del Figlio di Dio sulla terra è un avvenimento di tale portata che Dio lo ha voluto preparare nel corso dei secoli. Riti e sacrifici, figure e simboli della « prima Alleanza », Cf Eb 9,15. li fa convergere tutti verso Cristo; lo annunzia per bocca dei profeti che si succedono in Israele; risveglia inoltre nel cuore dei pagani l'oscura attesa di tale venuta.

San Giovanni Battista è l'immediato precursore del Signore, Cf At 13,24. mandato a preparargli la via. Cf Mt 3,3. « Profeta dell'Altissimo » (Lc 1,76), di tutti i profeti è il più grande Cf Lc 7,26. e l'ultimo; Cf Mt 11,13. egli inaugura il Vangelo; Cf At 1,22; Lc 16,16. saluta la venuta di Cristo fin dal seno di sua madre Cf Lc 1,41. e trova la sua gioia nell'essere « l'amico dello sposo » (Gv 3,29), che designa come « l'Agnello di Dio [...] che toglie il peccato del mondo » (Gv 1,29). Precedendo Gesù « con lo spirito e la forza di Elia » (Lc 1,17), gli rende testimonianza con la sua predicazione, con il suo battesimo di conversione ed infine con il suo martirio. Cf Mc 6,17-29.

La Chiesa, celebrando ogni anno la liturgia dell'Avvento, attualizza questa attesa del Messia: mettendosi in comunione con la lunga preparazione della prima venuta del Salvatore, i fedeli ravvivano l'ardente desiderio della sua seconda venuta. Cf Ap 22,17. Con la celebrazione della nascita e del martirio del Precursore, la Chiesa si unisce al suo desiderio: « Egli deve crescere e io invece diminuire » (Gv 3,30).

Il mistero del natale

Gesù è nato nell'umiltà di una stalla, in una famiglia povera; Cf Lc 2,6-7. semplici pastori sono i primi testimoni dell'avvenimento. In questa povertà si manifesta la gloria del cielo. Cf Lc 2,8-20. La Chiesa non cessa di cantare la gloria di questa notte:

« La Vergine oggi dà alla luce l'Eterno e la terra offre una grotta all'Inaccessibile. Gli angeli e i pastori a lui inneggiano e i magi, guidati dalla stella, vengono ad adorarlo. Tu sei nato per noi piccolo Bambino, Dio eterno! ». San Romano il Melode, Kontakion, 10, In diem Nativitatis Christi, Prooemium: SC — Sources chrétiennes.

« Diventare come i bambini » in rapporto a Dio è la condizione per entrare nel Regno; Cf Mt 18,3-4. per questo ci si deve abbassare, Cf Mt 23,12. si deve diventare piccoli; anzi, bisogna « rinascere dall'alto » (Gv 3,7), essere generati da Dio Cf Gv 1,13. per diventare figli di Dio. Cf Gv 1,12. Il mistero del natale si compie in noi allorché Cristo « si forma » in noi. Cf Gal 4,19. Natale è il mistero di questo « meraviglioso scambio »:

« O admirabile commercium! Creator generis humani, animatum corpus sumens, de Virgine nasci dignatus est; et procedens homo sine semine, largitus est nobis suam deitatem – O meraviglioso scambio! Il Creatore ha preso un'anima e un corpo, è nato da una Vergine; fatto uomo senza opera d'uomo, ci dona la sua divinità ». Solennità di Maria SS. Madre di Dio, Antifona ai I e II Vespri: Liturgia delle Ore, v. 1 (Libreria Editrice Vaticana, 1981) p. 466 e 478.

I misteri dell’infanzia di Gesù

La circoncisione di Gesù, otto giorni dopo la nascita, Cf Lc 2,21. è segno del suo inserimento nella discendenza di Abramo, nel popolo dell'Alleanza, della sua sottomissione alla Legge, Cf Gal 4,4. della sua abilitazione al culto d'Israele al quale parteciperà durante tutta la vita. Questo segno è prefigurazione della « circoncisione di Cristo » che è il Battesimo. Cf Col 2,11-13.

L'epifania è la manifestazione di Gesù come Messia d'Israele, Figlio di Dio e Salvatore del mondo. Insieme con il battesimo di Gesù nel Giordano e con le nozze di Cana, Cf Solennità dell'Epifania del Signore, Antifona al « Magnificat » dei II Vespri: Liturgia delle Ore, v. 1 (Libreria Editrice Vaticana, 1981) p. 551. essa celebra l'adorazione di Gesù da parte dei « magi » venuti dall'oriente. Cf Mt 2,1. In questi « magi », che rappresentano le religioni pagane circostanti, il Vangelo vede le primizie delle nazioni che nell'incarnazione accolgono la Buona Novella della salvezza. La venuta dei magi a Gerusalemme per adorare il re dei Giudei Cf Mt 2,2. mostra che essi, alla luce messianica della stella di Davide, Cf Nm 24,17; Ap 22,16. cercano in Israele colui che sarà il re delle nazioni. Cf Nm 24,17-19. La loro venuta sta a significare che i pagani non possono riconoscere Gesù e adorarlo come Figlio di Dio e Salvatore del mondo se non volgendosi ai Giudei Cf Gv 4,22. e ricevendo da loro la Promessa messianica quale è contenuta nell'Antico Testamento. Cf Mt 2,4-6. L'epifania manifesta che « la grande massa delle genti » entra nella famiglia dei patriarchi Cf San Leone Magno, Sermo 33, 3: CCL — Corpus Christianorum (Series Latina) (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)). e ottiene la « dignità Israelitica ». Veglia pasquale, Orazione dopo la terza lettura: Messale Romano (Libreria Editrice Vaticana 1993) p. 171.

La presentazione di Gesù al Tempio Cf Lc 2,22-39. lo mostra come il Primogenito che appartiene al Signore. Cf Es 13,12-13. In Simeone e Anna è tutta l'attesa di Israele che viene all'incontro con il suo Salvatore (la tradizione bizantina chiama così questo avvenimento). Gesù è riconosciuto come il Messia tanto a lungo atteso, «luce delle genti » e « gloria di Israele », ma anche come « segno di contraddizione». La spada di dolore predetta a Maria annunzia l'altra offerta, perfetta e unica, quella della croce, la quale darà la salvezza « preparata da Dio davanti a tutti i popoli ».

La fuga in Egitto e la strage degli innocenti Cf Mt 2,13-18. manifestano l'opposizione delle tenebre alla luce: « Venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto » (Gv 1,11). L'intera vita di Cristo sarà sotto il segno della persecuzione. I suoi condividono con lui questa sorte. Cf Gv 15,20. Il suo ritorno dall'Egitto Cf Mt 2,15. ricorda l'Esodo Cf Os 11,1. e presenta Gesù come il liberatore definitivo.

I misteri della vita nascosta di Gesù

Durante la maggior parte della sua vita, Gesù ha condiviso la condizione della stragrande maggioranza degli uomini: un'esistenza quotidiana senza apparente grandezza, vita di lavoro manuale, vita religiosa giudaica sottomessa alla Legge di Dio, Cf Gal 4,4. vita nella comunità. Riguardo a tutto questo periodo ci è rivelato che Gesù era sottomesso Cf Lc 2,51. ai suoi genitori e che « cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini » (Lc 2,52).

Nella sottomissione di Gesù a sua Madre e al suo padre legale si realizza l'osservanza perfetta del quarto comandamento. Tale sottomissione è l'immagine nel tempo dell'obbedienza filiale al suo Padre celeste. La quotidiana sottomissione di Gesù a Giuseppe e a Maria annunziava e anticipava la sottomissione del Giovedì Santo: « Non [...] la mia volontà... » (Lc 22,42). L'obbedienza di Cristo nel quotidiano della vita nascosta inaugurava già l'opera di restaurazione di ciò che la disobbedienza di Adamo aveva distrutto. Cf Rm 5,19.

La vita nascosta di Nazaret permette ad ogni uomo di essere in comunione con Gesù nelle vie più ordinarie della vita quotidiana:

« Nazaret è la scuola dove si è iniziati a comprendere la vita di Gesù, cioè la scuola del Vangelo. [...] In primo luogo essa ci insegna il silenzio. Oh! se rinascesse in noi la stima del silenzio, atmosfera ammirabile e indispensabile dello spirito [...]. Essa ci insegna il modo di vivere in famiglia. Nazaret ci ricordi cos'è la famiglia, cos'è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro e inviolabile [...]. Infine impariamo una lezione di lavoro. Oh! dimora di Nazaret, casa del « Figlio del falegname »! Qui soprattutto desideriamo comprendere e celebrare la legge, severa certo, ma redentrice della fatica umana [...]. Infine vogliamo salutare gli operai di tutto il mondo e mostrar loro il grande modello, il loro divino fratello ». Paolo VI, Omelia nella basilica dell'Annunciazione della beata Vergine Maria a Nazaret (5 gennaio 1964): AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 56 (1964) su vatican.va — PDF scansionato (1964) 167-168.

Il ritrovamento di Gesù nel Tempio Cf Lc 2,41-52. è il solo avvenimento che rompe il silenzio dei Vangeli sugli anni nascosti di Gesù. Gesù vi lascia intravvedere il mistero della sua totale consacrazione a una missione che deriva dalla sua filiazione divina: « Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio? ». Maria e Giuseppe « non compresero » queste parole, ma le accolsero nella fede, e Maria « serbava tutte queste cose nel suo cuore » nel corso degli anni in cui Gesù rimase nascosto nel silenzio di una vita ordinaria.

III.I misteri della vita pubblica di Gesù

Il battesimo di Gesù

L'inizio Cf Lc 3,23. della vita pubblica di Gesù è il suo battesimo da parte di Giovanni nel Giordano. Cf At 1,22. Giovanni predicava « un battesimo di conversione per il perdono dei peccati » (Lc 3,3). Una folla di peccatori, pubblicani e soldati, Cf Lc 3,10-14. farisei e sadducei Cf Mt 3,7. e prostitute Cf Mt 21,32. vengono a farsi battezzare da lui. « Allora Gesù andò ». Il Battista esita, Gesù insiste: riceve il battesimo. Allora lo Spirito Santo, sotto forma di colomba, scende su Gesù e una voce dal cielo dice: « Questi è il Figlio mio prediletto » (Mt 3,13-17). È la manifestazione (« epifania ») di Gesù come Messia di Israele e Figlio di Dio.

Il battesimo di Gesù è, da parte di lui, l'accettazione e l'inaugurazione della sua missione di Servo sofferente. Egli si lascia annoverare tra i peccatori; Cf Is 53,12. è già « l'Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo » (Gv 1,29); già anticipa il « battesimo » della sua morte cruenta. Cf Mc 10,38; Lc 12,50. Già viene ad adempiere « ogni giustizia » (Mt 3,15), cioè si sottomette totalmente alla volontà del Padre suo: accetta per amore il battesimo di morte per la remissione dei nostri peccati. Cf Mt 26,39. A tale accettazione risponde la voce del Padre che nel Figlio suo si compiace. Cf Lc 3,22; Is 42,1. Lo Spirito, che Gesù possiede in pienezza fin dal suo concepimento, si posa e « rimane » su di lui. Cf Gv 1,32-33; Is 11,2. Egli ne sarà la sorgente per tutta l'umanità. Al suo battesimo, « si aprirono i cieli » (Mt 3,16) che il peccato di Adamo aveva chiuso; e le acque sono santificate dalla discesa di Gesù e dello Spirito, preludio della nuova creazione.

Con il Battesimo, il cristiano è sacramentalmente assimilato a Gesù, il quale con il suo battesimo anticipa la sua morte e la sua risurrezione; il cristiano deve entrare in questo mistero di umile abbassamento e pentimento, discendere nell'acqua con Gesù, per risalire con lui, rinascere dall'acqua e dallo Spirito per diventare, nel Figlio, figlio amato dal Padre e « camminare in una vita nuova » (Rm 6,4):

« Scendiamo nella tomba insieme con Cristo per mezzo del Battesimo, in modo da poter anche risorgere insieme con lui; scendiamo con lui per poter anche risalire con lui; risaliamo con lui, per poter anche essere glorificati con lui ».« Tutto ciò che è avvenuto in Cristo ci fa comprendere che, dopo l'immersione nell'acqua, lo Spirito Santo vola su di noi dall'alto del cielo e che, adottati dalla voce del Padre, diventiamo figli di Dio ». Sant'Ilario di Poitiers, In evangelium Matthaei, 2, 6: SC — Sources chrétiennes (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)).

La tentazione di Gesù

I Vangeli parlano di un tempo di solitudine di Gesù nel deserto, immediatamente dopo che ebbe ricevuto il battesimo da Giovanni: « Lo Spirito lo sospinse nel deserto » (Mc 1,12) ed egli vi rimane quaranta giorni digiunando; sta con le fiere e gli angeli lo servono. Cf Mc 1,13. Terminato questo periodo, Satana lo tenta tre volte cercando di mettere alla prova la sua disposizione filiale verso Dio. Gesù respinge tali assalti che ricapitolano le tentazioni di Adamo nel paradiso e quelle d'Israele nel deserto, e il diavolo si allontana da lui « per ritornare al tempo fissato » (Lc 4,13).

Gli evangelisti rilevano il senso salvifico di questo misterioso avvenimento. Gesù è il nuovo Adamo, rimasto fedele mentre il primo ha ceduto alla tentazione. Gesù compie perfettamente la vocazione d'Israele: contrariamente a coloro che in passato provocarono Dio durante i quaranta anni nel deserto, Cf Sal 95,10. Cristo si rivela come il Servo di Dio obbediente in tutto alla divina volontà. Così Gesù è vincitore del diavolo: egli ha legato l'uomo forte per riprendergli il suo bottino. Cf Mc 3,27. La vittoria di Gesù sul tentatore nel deserto anticipa la vittoria della passione, suprema obbedienza del suo amore filiale per il Padre.

La tentazione di Gesù manifesta quale sia la messianicità del Figlio di Dio, in opposizione a quella propostagli da Satana e che gli uomini Cf Mt 16, 21-23. desiderano attribuirgli. Per questo Cristo ha vinto il tentatore per noi: « Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato » (Eb 4,15). La Chiesa ogni anno si unisce al mistero di Gesù nel deserto con i quaranta giorni della Quaresima.

«Il regno di Dio è vicino»

« Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il Vangelo di Dio e diceva: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino: convertitevi e credete al Vangelo" » (Mc 1,14-15). « Cristo, per adempiere la volontà del Padre, ha inaugurato in terra il regno dei cieli ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 3: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 6. Ora, la volontà del Padre è di « elevare gli uomini alla partecipazione della vita divina ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 2: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 5-6. Lo fa radunando gli uomini attorno al Figlio suo, Gesù Cristo. Questa assemblea è la Chiesa, la quale in terra costituisce « il germe e l'inizio » del regno di Dio. Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 5: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 8.

Cristo è al centro di questa riunione degli uomini nella « famiglia di Dio ». Li convoca attorno a sé con la sua parola, con i suoi « segni » che manifestano il regno di Dio, con l'invio dei suoi discepoli. Egli realizzerà la venuta del suo Regno soprattutto con il grande mistero della sua pasqua: la sua morte in croce e la sua risurrezione. « Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me » (Gv 12,32). « Tutti gli uomini sono chiamati a questa unione con Cristo ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 3: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 6.

L’annunzio del regno di Dio

Tutti gli uomini sono chiamati ad entrare nel Regno. Annunziato dapprima ai figli di Israele, Cf Mt 10,5-7. questo regno messianico è destinato ad accogliere gli uomini di tutte le nazioni. Cf Mt 8,11; 28,19. Per accedervi, è necessario accogliere la parola di Gesù:

« La parola del Signore è paragonata appunto al seme che viene seminato in un campo: quelli che l'ascoltano con fede e appartengono al piccolo gregge di Cristo hanno accolto il regno stesso di Dio; poi il seme per virtù propria germoglia e cresce fino al tempo del raccolto ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 5: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 7.

Il Regno appartiene ai poveri e ai piccoli, cioè a coloro che l'hanno accolto con un cuore umile. Gesù è mandato per « annunziare ai poveri un lieto messaggio » (Lc 4,18). Cf Lc 7,22. Li proclama beati, perché « di essi è il regno dei cieli » (Mt 5,3); ai « piccoli » il Padre si è degnato di rivelare ciò che rimane nascosto ai sapienti e agli intelligenti. Cf Mt 11,25. Gesù condivide la vita dei poveri, dalla mangiatoia alla croce; conosce la fame, Cf Mc 2,23-26; Mt 21,18. la sete Cf Gv 4,6-7; 19,28. e l'indigenza. Cf Lc 9,58. Anzi, arriva a identificarsi con ogni tipo di poveri e fa dell'amore operante verso di loro la condizione per entrare nel suo Regno. Cf Mt 25,31-46.

Gesù invita i peccatori alla mensa del Regno: « Non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori » (Mc 2,17). Cf 1 Tm 1,15. Li invita alla conversione, senza la quale non si può entrare nel Regno, ma nelle parole e nelle azioni mostra loro l'infinita misericordia del Padre suo per loro Cf Lc 15,11-32. e l'immensa « gioia [che] ci sarà in cielo per un peccatore convertito » (Lc 15,7). La prova suprema di tale amore sarà il sacrificio della propria vita « in remissione dei peccati » (Mt 26,28).

Gesù chiama ad entrare nel Regno servendosi delle parabole, elemento tipico del suo insegnamento. Cf Mc 4,33-34. Con esse egli invita al banchetto del Regno, Cf Mt 22,1-14. ma chiede anche una scelta radicale: per acquistare il Regno, è necessario « vendere » tutto; Cf Mt 13,44-45. le parole non bastano, occorrono i fatti. Cf Mt 21,28-32. Le parabole sono come specchi per l'uomo: accoglie la Parola come un terreno arido o come un terreno buono? Cf Mt 13,3-9. Che uso fa dei talenti ricevuti? Cf Mt 25,14-30. Al centro delle parabole stanno velatamente Gesù e la presenza del Regno in questo mondo. Occorre entrare nel Regno, cioè diventare discepoli di Cristo per « conoscere i misteri del regno dei cieli » (Mt 13,11). Per coloro che rimangono « fuori » (Mc 4,11), tutto resta enigmatico. Cf Mt 13,10-15.

I segni del regno di Dio

Gesù accompagna le sue parole con numerosi « miracoli, prodigi e segni » (At 2,22), i quali manifestano che in lui il Regno è presente. Attestano che Gesù è il Messia annunziato. Cf Lc 7,18-23.

I segni compiuti da Gesù testimoniano che il Padre lo ha mandato. Cf Gv 5,36; 10,25. Essi sollecitano a credere in lui. Cf Gv 10,38. A coloro che gli si rivolgono con fede egli concede ciò che domandano. Cf Mc 5,25-34; 10,52; ecc. Allora i miracoli rendono più salda la fede in colui che compie le opere del Padre suo: testimoniano che egli è il Figlio di Dio. Cf Gv 10,31-38. Ma possono anche essere motivo di scandalo. Cf Mt 11,6. Non mirano a soddisfare la curiosità e i desideri di qualcosa di magico. Nonostante i suoi miracoli tanto evidenti, Gesù è rifiutato da alcuni; Cf Gv 11,47-48. lo si accusa perfino di agire per mezzo dei demoni. Cf Mc 3,22.

Liberando alcuni uomini dai mali terreni della fame, Cf Gv 6,5-15. dell'ingiustizia, Cf Lc 19,8. della malattia e della morte, Cf Mt 11,5. Gesù ha posto dei segni messianici; egli non è venuto tuttavia per eliminare tutti i mali di quaggiù, Cf Lc 12,13-14; Gv 18,36. ma per liberare gli uomini dalla più grave delle schiavitù: quella del peccato, Cf Gv 8,34-36. che li ostacola nella loro vocazione di figli di Dio e causa tutti i loro asservimenti umani.

La venuta del regno di Dio è la sconfitta del regno di Satana: Cf Mt 12,26. « Se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il regno di Dio » (Mt 12,28). Gli esorcismi di Gesù liberano alcuni uomini dal tormento dei demoni. Cf Lc 8,26-39. Anticipano la grande vittoria di Gesù sul « principe di questo mondo ». Cf Gv 12,31. Il regno di Dio sarà definitivamente stabilito per mezzo della croce di Cristo: « Regnavit a ligno Deus – Dio regnò dalla croce ». Venanzio Fortunato, Inno « Vexilla Regis »: MGH — Monumenta Germaniae historica (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)).

«Le chiavi del Regno»

Fin dagli inizi della vita pubblica, Gesù sceglie dodici uomini perché stiano con lui e prendano parte alla sua missione; Cf Mc 3,13-19. li fa partecipi della sua autorità e li manda « ad annunziare il regno di Dio e a guarire gli infermi » (Lc 9,2). Restano per sempre associati al regno di Cristo, che, per mezzo di essi, guida la Chiesa:

« Io preparo per voi un regno, come il Padre l'ha preparato per me; perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno, e siederete in trono a giudicare le dodici tribù d'Israele » (Lc 22,29-30).

Nel collegio dei Dodici Simon Pietro occupa il primo posto. Cf Mc 3,16; 9,2; Lc 24,34; 1 Cor 15,5. Gesù a lui ha affidato una missione unica. Grazie ad una rivelazione concessagli dal Padre, Pietro aveva confessato: « Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente » (Mt 16,16). Nostro Signore allora gli aveva detto: « Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa » (Mt 16,18). Cristo, « Pietra viva », Cf 1 Pt 2,4. assicura alla sua Chiesa fondata su Pietro la vittoria sulle potenze di morte. Pietro, a causa della fede da lui confessata, resterà la roccia incrollabile della Chiesa. Avrà la missione di custodire la fede nella sua integrità e di confermare i suoi fratelli. Cf Lc 22,32.

Gesù ha conferito a Pietro un potere specifico: « A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli » (Mt 16,19). Il « potere delle chiavi » designa l'autorità per governare la casa di Dio, che è la Chiesa. Gesù, « il Buon Pastore » (Gv 10,11), ha confermato questo incarico dopo la risurrezione: « Pasci le mie pecorelle » (Gv 21,15-17). Il potere di « legare e sciogliere » indica l'autorità di assolvere dai peccati, di pronunciare giudizi in materia di dottrina, e prendere decisioni disciplinari nella Chiesa. Gesù ha conferito tale autorità alla Chiesa attraverso il ministero degli Apostoli Cf Mt 18,18. e particolarmente di Pietro, il solo cui ha esplicitamente affidato le chiavi del Regno.

Un anticipo del Regno: la trasfigurazione

Dal giorno in cui Pietro ha confessato che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, il Maestro « cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme, e soffrire molto [...] e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno » (Mt 16,21). Pietro protesta a questo annunzio, Cf Mt 16,22-23. gli altri addirittura non lo comprendono. Cf Mt 17,23; Lc 9,45. In tale contesto si colloca l'episodio misterioso della trasfigurazione di Gesù Cf Mt 17,1-8 e par.; 2 Pt 1,16-18. su un alto monte, davanti a tre testimoni da lui scelti: Pietro, Giacomo e Giovanni. Il volto e la veste di Gesù diventano sfolgoranti di luce, appaiono Mosè ed Elia che parlano « della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme » (Lc 9,31). Una nube li avvolge e una voce dal cielo dice: « Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo » (Lc 9,35).

Per un istante, Gesù mostra la sua gloria divina, confermando così la confessione di Pietro. Rivela anche che, per « entrare nella sua gloria » (Lc 24,26), deve passare attraverso la croce a Gerusalemme. Mosè ed Elia avevano visto la gloria di Dio sul monte; la Legge e i profeti avevano annunziato le sofferenze del Messia. Cf Lc 24,27. La passione di Gesù è proprio la volontà del Padre: il Figlio agisce come Servo di Dio. Cf Is 42,1. La nube indica la presenza dello Spirito Santo: « Tota Trinitas apparuit: Pater in voce, Filius in homine, Spiritus in nube clara – Apparve tutta la Trinità: il Padre nella voce, il Figlio nell'uomo, lo Spirito nella nube luminosa »: San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, III, q. 45, a. 4, ad 2: Ed. Leon. — Sancti Thomae Aquinatis Opera omnia, editio Leonina.

« Tu ti sei trasfigurato sul monte, e, nella misura in cui ne erano capaci, i tuoi discepoli hanno contemplato la tua gloria, Cristo Dio, affinché, quando ti avrebbero visto crocifisso, comprendessero che la tua passione era volontaria ed annunziassero al mondo che tu sei veramente l'irradiazione del Padre ». Liturgia bizantina. Kontakion della festa della Trasfigurazione: Menaia tou olou eniautou, v. 6 (Roma 1901) p. 341.

Alla soglia della vita pubblica: il battesimo; alla soglia della pasqua: la trasfigurazione. Col battesimo di Gesù « declaratum fuit mysterium primae regenerationis – fu manifestato il mistero della prima rigenerazione »: il nostro Battesimo; la trasfigurazione « est sacramentum secundae regenerationis – è il sacramento della seconda rigenerazione »: la nostra risurrezione. San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, III, q. 45, a. 4, ad 2: Ed. Leon. — Sancti Thomae Aquinatis Opera omnia, editio Leonina. Fin d'ora noi partecipiamo alla risurrezione del Signore mediante lo Spirito Santo che agisce nel sacramento del corpo di Cristo. La trasfigurazione ci offre un anticipo della venuta gloriosa di Cristo « il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso » (Fil 3,21). Ma ci ricorda anche che « è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio » (At 14,22):

« Pietro non lo capiva ancora quando sul monte desiderava vivere con Cristo. Cf Lc 9,33. Questa felicità Cristo te la riservava dopo la morte, o Pietro. Ora invece egli stesso ti dice: Discendi ad affaticarti sulla terra, a servire sulla terra, a essere disprezzato, a essere crocifisso sulla terra. È discesa la vita per essere uccisa; è disceso il pane per sentire la fame; è discesa la via, perché sentisse la stanchezza del cammino; è discesa la sorgente per aver sete; e tu rifiuti di soffrire? ». Sant'Agostino, Sermo 78, 6: PL — Patrologia latina (J.P. Migne).

La salita di Gesù a Gerusalemme

« Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme » (Lc 9,51). Cf Gv 13,1. Con questa decisione, indicava che saliva a Gerusalemme pronto a morire. A tre riprese aveva annunziato la sua passione e la sua risurrezione. Cf Mc 8,31-33; 9,31-32; 10,32-34. Dirigendosi verso Gerusalemme dice: « Non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme » (Lc 13,33).

Gesù ricorda il martirio dei profeti che erano stati messi a morte a Gerusalemme. Cf Mt 23,37a. Tuttavia, non desiste dall'invitare Gerusalemme a raccogliersi attorno a lui: « Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! » (Mt 23,37b). Quando arriva in vista di Gerusalemme, Gesù piange sulla città Cf Lc 19,41. ed ancora una volta manifesta il desiderio del suo cuore: « Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace! Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi » (Lc 19,42).

L’ingresso messianico di Gesù a Gerusalemme

Come Gerusalemme accoglierà il suo Messia? Dopo essersi sempre sottratto ai tentativi del popolo di farlo re, Cf Gv 6,15. Gesù sceglie il tempo e prepara nei dettagli il suo ingresso messianico nella città di « Davide, suo padre » (Lc 1,32). Cf Mt 21,1-11. È acclamato come il figlio di Davide, colui che porta la salvezza (Hosanna significa: « Oh, sì, salvaci! », « donaci la salvezza! »). Ora, « Re della gloria » (Sal 24,7-10), entra nella sua città « cavalcando un asino » (Zc 9,9): egli non conquista la Figlia di Sion, figura della sua Chiesa, né con l'astuzia né con la violenza, ma con l'umiltà che rende testimonianza alla verità. Cf Gv 18,37. Per questo i soggetti del suo Regno, in quel giorno, sono i fanciulli Cf Mt 21,15-16; Sal 8,3. e i « poveri di Dio », i quali lo acclamano come gli angeli lo avevano annunziato ai pastori. Cf Lc 19,38; 2,14. La loro acclamazione, « Benedetto colui che viene nel nome del Signore » (Sal 118,26), è ripresa dalla Chiesa nel « Santo » della liturgia eucaristica come introduzione al memoriale della pasqua del Signore.

L'ingresso di Gesù a Gerusalemme manifesta l'avvento del Regno che il Re-Messia si accinge a realizzare con la pasqua della sua morte e risurrezione. Con la celebrazione dell'entrata di Gesù in Gerusalemme, la domenica delle Palme, la liturgia della Chiesa dà inizio alla Settimana Santa.

« Tutta la vita di Cristo fu un insegnamento continuo: i suoi silenzi, i suoi miracoli, i suoi gesti, la sua preghiera, il suo amore per l'uomo, la sua predilezione per i piccoli e per i poveri, l'accettazione del sacrificio totale sulla croce per la redenzione del mondo, la sua risurrezione sono l'attuazione della sua parola e il compimento della Rivelazione ». Giovanni Paolo II, Esort. ap. Catechesi tradendae, 9: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 71 (1979) su vatican.va — PDF scansionato (1979) 1284.

I discepoli di Cristo devono conformarsi a lui, finché egli sia formato in loro. Cf Gal 4,19. « Per questo siamo assunti ai misteri della sua vita, resi conformi a lui, morti e risuscitati con lui, finché con lui regneremo ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 7: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 10.

Pastori o magi, non si può incontrare Dio quaggiù che inginocchiandosi davanti alla mangiatoia di Betlemme e adorandolo nascosto nella debolezza di un bambino.

Con la sua sottomissione a Maria e a Giuseppe, come pure con il suo umile lavoro durante i lunghi anni di Nazaret, Gesù ci dà l'esempio della santità nella vita quotidiana della famiglia e del lavoro.

Dall'inizio della sua vita pubblica al momento del suo battesimo, Gesù è il « Servo » totalmente consacrato all'opera redentrice che avrà il compimento nel « battesimo » della sua passione.

La tentazione nel deserto mostra Gesù Messia umile che trionfa su Satana in forza della sua piena adesione al disegno di salvezza voluto dal Padre.

Il regno dei cieli è stato inaugurato in terra da Cristo. « Si manifesta chiaramente agli uomini nelle parole, nelle opere, nella persona di Cristo ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 5: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 7. La Chiesa è il germe e l'inizio di questo regno. Le sue chiavi sono affidate a Pietro.

La trasfigurazione di Gesù ha come fine di consolidare la fede degli Apostoli in vista della passione: la salita sull'« alto monte » prepara la salita al Calvario. Cristo, Capo della Chiesa, manifesta ciò che il suo corpo contiene e irradia nei sacramenti: « la speranza della gloria » (Col 1,27). Cf San Leone Magno, Sermo, 51, 3: CCL — Corpus Christianorum (Series Latina)A, 298-299 (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)).

Gesù è salito a Gerusalemme volontariamente, pur sapendo che vi sarebbe morto di morte violenta a causa della grande ostilità dei peccatori. Cf Eb 12,3.

L'ingresso di Gesù a Gerusalemme è la manifestazione dell'avvento del Regno che il Re-Messia, accolto nella sua città dai fanciulli e dagli umili di cuore, si accinge a realizzare con la pasqua della sua morte e risurrezione.

4.Gesu' Cristo «Pati' Sotto Ponzio Pilato, Fu Crocifisso, Mori' e Fu Sepolto»

Il mistero pasquale della croce e della risurrezione di Cristo è al centro della Buona Novella che gli Apostoli, e la Chiesa dopo di loro, devono annunziare al mondo. Il disegno salvifico di Dio si è compiuto « una volta sola » (Eb 9,26) con la morte redentrice del Figlio suo Gesù Cristo.

La Chiesa resta fedele all'interpretazione di tutte le Scritture data da Gesù stesso sia prima, sia dopo la sua pasqua: Lc 24,27.44-45. « Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? » (Lc 24,26). Le sofferenze di Gesù hanno preso la loro forma storica concreta dal fatto che egli è stato « riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi » (Mc 8,31), i quali lo hanno consegnato « ai pagani perché sia schernito e flagellato e crocifisso » (Mt 20,19).

La fede può dunque cercare di indagare le circostanze della morte di Gesù, fedelmente riferite dai Vangeli Cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Dei Verbum, 19: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 826-827. e illuminate da altre fonti storiche, al fine di una migliore comprensione del senso della redenzione.

Paragrafo 1 GESU' E ISRAELE

Fin dagli inizi del ministero pubblico di Gesù, alcuni farisei e alcuni sostenitori di Erode, con alcuni sacerdoti e scribi, si sono accordati per farlo morire. Cf Mc 3,6. Per certe sue azioni (per la cacciata dei demoni; Cf Mt 12,24. il perdono dei peccati; Cf Mc 2,7. le guarigioni in giorno di sabato; Cf Mc 3,1-6. la propria interpretazione dei precetti di purità legale; Cf Mc 7,14-23. la familiarità con i pubblicani e i pubblici peccatori Cf Mc 2,14-17.). Gesù è apparso ad alcuni malintenzionati sospetto di possessione demoniaca. Cf Mc 3,22; Gv 8,48; 10,20. Lo si è accusato di bestemmia Cf Mc 2,7; Gv 5,18; 10,33. e di falso profetismo, Cf Gv 7,12; 7,52. crimini religiosi che la Legge puniva con la pena di morte sotto forma di lapidazione. Cf Gv 8,59; 10,31.

Molte azioni e parole di Gesù sono dunque state un « segno di contraddizione » Cf Lc 2,34. per le autorità religiose di Gerusalemme, quelle che il Vangelo di san Giovanni spesso chiama « i Giudei », Cf Gv 1,19; 2,18; 5,10; 7,13; 9,22; 18,12; 19,38; 20,19. ancor più che per il comune popolo di Dio. Cf Gv 7,48-49. Certamente, i suoi rapporti con i farisei non furono esclusivamente polemici. Ci sono dei farisei che lo mettono in guardia in ordine al pericolo che corre. Cf Lc 13,31. Gesù loda alcuni di loro, come lo scriba di Mc 12,34, e mangia più volte in casa di farisei. Cf Lc 7,36; 14,1. Gesù conferma dottrine condivise da questa élite religiosa del popolo di Dio: la risurrezione dei morti, Cf Mt 22,23-34; Lc 20,39. le forme di pietà (elemosina, preghiera e digiuno), Cf Mt 6,2-18. e l'abitudine di rivolgersi a Dio come Padre, la centralità del comandamento dell'amore di Dio e del prossimo. Cf Mc 12,28-34.

Agli occhi di molti in Israele, Gesù sembra agire contro le istituzioni fondamentali del popolo eletto: — l'obbedienza alla Legge nell'integralità dei suoi precetti scritti e, per i farisei, nell'interpretazione della tradizione orale; — la centralità del Tempio di Gerusalemme come luogo santo dove Dio abita in un modo privilegiato; — la fede nell'unico Dio del quale nessun uomo può condividere la gloria.

I.Gesù e la Legge

Gesù ha fatto una solenne precisazione all'inizio del discorso della montagna, quando ha presentato, alla luce della grazia della Nuova Alleanza, la Legge data da Dio sul Sinai al momento della prima Alleanza:

« Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla Legge, senza che tutto sia compiuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli » (Mt 5,17-19).

Gesù, il Messia d'Israele, il più grande quindi nel regno dei cieli, aveva il dovere di osservare la Legge, praticandola nella sua integralità fin nei minimi precetti, secondo le sue stesse parole. Ed è anche il solo che l'abbia potuto fare perfettamente. Cf Gv 8,46. Gli Ebrei, secondo quanto essi stessi confessano, non hanno mai potuto osservare la Legge nella sua integralità senza trasgredire il più piccolo precetto. Cf Gv 7,19; At 13,38-41; 15,10. Per questo, ogni anno, alla festa dell'Espiazione, i figli d'Israele chiedono perdono a Dio per le loro trasgressioni della Legge. In realtà, la Legge costituisce un tutto unico e, come ricorda san Giacomo, « chiunque osservi tutta la Legge, ma la trasgredisca in un punto solo, diventa colpevole di tutto » (Gc 2,10). Cf Gal 3,10; 5,3.

Il principio dell'integralità dell'osservanza della Legge, non solo nella lettera ma nel suo spirito, era caro ai farisei. Mettendolo in forte risalto per Israele, essi hanno condotto molti ebrei del tempo di Gesù a uno zelo religioso estremo. Cf Rm 10,2. E questo, se non voleva risolversi in una casistica « ipocrita », Cf Mt 15,3-7; Lc 11,39-54. non poteva che preparare il popolo a quell'inaudito intervento di Dio che sarà l'osservanza perfetta della Legge da parte dell'unico Giusto al posto di tutti i peccatori. Cf Is 53,11; Eb 9,15.

L'adempimento perfetto della Legge poteva essere soltanto opera del divino Legislatore nato sotto la Legge nella Persona del Figlio. Cf Gal 4,4. Con Gesù, la Legge non appare più incisa su tavole di pietra ma scritta « nell'animo » e nel « cuore » (Ger 31,33) del Servo che, proclamando « il diritto con fermezza » (Is 42,3), diventa l'« alleanza del popolo » (Is 42,6). Gesù compie la Legge fino a prendere su di sé « la maledizione della Legge », Cf Gal 3,13. in cui erano incorsi coloro che non erano rimasti fedeli « a tutte le cose scritte nel libro della Legge »; Cf Gal 3,10. infatti la morte di Cristo intervenne « per la redenzione delle colpe commesse sotto la prima Alleanza » (Eb 9,15).

Gesù è apparso agli occhi degli Ebrei e dei loro capi spirituali come un « rabbi ». Cf Gv 11,28; 3,2; Mt 22,23-24.34-36. Spesso egli ha usato argomentazioni che rientravano nel quadro dell'interpretazione rabbinica della Legge. Cf Mt 12,5; 9,12; Mc 2,23-27; Lc 6,6-9; Gv 7,22-23. Ma al tempo stesso, Gesù non poteva che urtare i dottori della Legge; infatti, non si limitava a proporre la sua interpretazione accanto alle loro; « egli insegnava come uno che ha autorità e non come i loro scribi » (Mt 7,29). In lui, è la Parola stessa di Dio, risuonata sul Sinai per dare a Mosè la Legge scritta, a farsi di nuovo sentire sul monte delle beatitudini. Cf Mt 5,1. Questa Parola non abolisce la Legge, ma la porta a compimento dandone in maniera divina l'interpretazione definitiva: « Avete inteso che fu detto agli antichi [...]; ma io vi dico » (Mt 5,33-34). Con questa stessa autorità divina, Gesù sconfessa certe « tradizioni degli uomini » Cf Mc 7,8. care ai farisei i quali annullano la parola di Dio. Cf Mc 7,13.

Spingendosi oltre, Gesù dà compimento alla Legge sulla purità degli alimenti, tanto importante nella vita quotidiana giudaica, svelandone il senso « pedagogico » Cf Gal 3,24. con una interpretazione divina: « Tutto ciò che entra nell'uomo dal di fuori non può contaminarlo [...]. Dichiarava così mondi tutti gli alimenti [...]. Ciò che esce dall'uomo, questo sì contamina l'uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore dell'uomo, escono le intenzioni cattive » (Mc 7,18-21). Dando con autorità divina l'interpretazione definitiva della Legge, Gesù si è trovato a scontrarsi con certi dottori della Legge, i quali non accettavano la sua interpretazione, sebbene fosse garantita dai segni divini che la accompagnavano. Cf Gv 5,36; 10,25.37-38; 12,37. Ciò vale soprattutto per la questione del sabato: Gesù ricorda, ricorrendo spesso ad argomentazioni rabbiniche, Cf Mc 2,25-27; Gv 7,22-24. che il riposo del sabato non viene violato dal servizio di Dio Cf Mt 12,5; Nm 28,9. o del prossimo, Cf Lc 13,15-16; 14,3-4. servizio che le guarigioni da lui operate compiono.

II.Gesù e il Tempio

Gesù, come prima di lui i profeti, ha manifestato per il Tempio di Gerusalemme il più profondo rispetto. Vi è stato presentato da Giuseppe e Maria quaranta giorni dopo la nascita. Cf Lc 2,22-39. All'età di dodici anni decide di rimanere nel Tempio, per ricordare ai suoi genitori che egli deve occuparsi delle cose del Padre suo. Cf Lc 2,46-49. Vi è salito ogni anno, almeno per la Pasqua, durante la sua vita nascosta; Cf Lc 2,41. lo stesso suo ministero pubblico è stato ritmato dai suoi pellegrinaggi a Gerusalemme per le grandi feste ebraiche. Cf Gv 2,13-14; 5,1.14; 7,1.10.14; 8,2; 10,22-23.

Gesù è salito al Tempio come al luogo privilegiato dell'incontro con Dio. Per lui il Tempio è la dimora del Padre suo, una casa di preghiera, e si accende di sdegno per il fatto che il cortile esterno è diventato un luogo di commercio. Cf Mt 21,13. Se scaccia i mercanti dal Tempio, a ciò è spinto dall'amore geloso per il Padre suo: « Non fate della casa di mio Padre un luogo di mercato. I discepoli si ricordarono che sta scritto: "Lo zelo per la tua casa mi divora" (Sal 69,10) » (Gv 2,16-17). Dopo la sua risurrezione, gli Apostoli hanno conservato un religioso rispetto per il Tempio. Cf At 2,46; 3,1; 5,20-21; ecc.

Alla vigilia della sua passione, Gesù ha però annunziato la distruzione di questo splendido edificio, di cui non sarebbe rimasta pietra su pietra. Cf Mt 24,1-2. In ciò vi è l'annunzio di un segno degli ultimi tempi che stanno per iniziare con la sua pasqua. Cf Mt 24,3; Lc 13,35. Ma questa profezia ha potuto essere riferita in maniera deformata da falsi testimoni al momento del suo interrogatorio presso il sommo sacerdote Cf Mc 14,57-58. e ripetuta come ingiuria mentre era inchiodato sulla croce. Cf Mt 27,39-40.

Lungi dall'essere stato ostile al Tempio Cf Mt 8,4; 23,21; Lc 17,14; Gv 4,22. dove ha dato l'essenziale del suo insegnamento, Cf Gv 18,20. Gesù ha voluto pagare la tassa per il Tempio associandosi a Pietro, Cf Mt 17,24-27. che aveva posto come fondamento di quella che sarebbe stata la sua Chiesa. Cf Mt 16,18. Ancor più, egli si è identificato con il Tempio presentandosi come la dimora definitiva di Dio in mezzo agli uomini. Cf Gv 2,21; Mt 12,6. Per questo la sua uccisione nel corpo Cf Gv 2,18-22. annunzia la distruzione del Tempio, distruzione che manifesterà l'entrata in una nuova età della storia della salvezza: « È giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre » (Gv 4,21). Cf Gv 4,23-24; Mt 27,51; Eb 9,11; Ap 21,22.

III.Gesù e la fede d’Israele nel Dio unico e Salvatore

Se la Legge e il Tempio di Gerusalemme hanno potuto essere occasione di « contraddizione » Cf Lc 2,34. da parte di Gesù per le autorità religiose di Israele, è però il suo ruolo nella redenzione dei peccati, opera divina per eccellenza, a rappresentare per costoro la vera pietra d'inciampo. Cf Lc 20,17-18; Sal 118,22.

Gesù ha scandalizzato i farisei mangiando con i pubblicani e i peccatori Cf Lc 5,30. con la stessa familiarità con cui pranzava con loro. Cf Lc 7,36; 11,37; 14,1. Contro quelli tra i farisei « che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri » (Lc 18,9), Cf Gv 7,49; 9,34. Gesù ha affermato: « Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi » (Lc 5,32). Si è spinto oltre, proclamando davanti ai farisei che, essendo il peccato universale, Cf Gv 8,33-36. coloro che presumono di non avere bisogno di salvezza, sono ciechi sul proprio conto. Cf Gv 9,40-41.

Gesù ha suscitato scandalo soprattutto per aver identificato il proprio comportamento misericordioso verso i peccatori con l'atteggiamento di Dio stesso a loro riguardo. Cf Mt 9,13; Os 6,6. È arrivato a lasciar intendere che, sedendo a mensa con i peccatori, Cf Lc 15,1-2. li ammetteva al banchetto messianico. Cf Lc 15,23-32. Ma è soprattutto perdonando i peccati, che Gesù ha messo le autorità religiose di Israele di fronte a un dilemma. Costoro non erano nel giusto quando, costernati, dicevano: « Chi può rimettere i peccati se non Dio solo? » (Mc 2,7)? Perdonando i peccati, Gesù o bestemmia perché è un uomo che si fa uguale a Dio, Cf Gv 5,18; 10,33. oppure dice il vero e la sua persona rende presente e rivela il nome di Dio. Cf Gv 17,6.26.

Soltanto l'identità divina della persona di Gesù può giustificare un'esigenza assoluta come questa: « Chi non è con me è contro di me » (Mt 12,30); altrettanto quando egli dice che in lui c'è « più di Giona, [...] più di Salomone » (Mt 12,41-42), qualcosa più grande del Tempio; Cf Mt 12,6. quando ricorda, a proprio riguardo, che Davide ha chiamato il Messia suo Signore, Cf Mc 12,36-37. e quando afferma: « Prima che Abramo fosse, Io Sono » (Gv 8,58); e anche: « Io e il Padre siamo una cosa sola » (Gv 10,30).

Gesù ha chiesto alle autorità religiose di Gerusalemme di credere in lui a causa delle opere del Padre che egli compiva. Cf Gv 10,36-38. Un tale atto di fede, però, doveva passare attraverso una misteriosa morte a se stessi per una rinascita dall'alto, Cf Gv 3,7. sotto lo stimolo della grazia divina. Cf Gv 6,44. Una simile esigenza di conversione di fronte a un così sorprendente compimento delle promesse Cf Is 53,1. permette di capire la tragica incomprensione del sinedrio che ha stimato Gesù meritevole di morte perché bestemmiatore. Cf Mc 3,6; Mt 26,64-66. I suoi membri agivano così per ignoranza Cf Lc 23,34; At 3,17-18. e al tempo stesso per l'indurimento Cf Mc 3,5; Rm 11,25. dell'incredulità. Cf Rm 11,20.

Gesù non ha abolito la Legge del Sinai, ma l'ha portata a compimento Cf Mt 5,17-19. con una tale perfezione Cf Gv 8,46. da rivelarne il senso ultimo Cf Mt 5,33. e da riscattarne le trasgressioni. Cf Eb 9,15.

Gesù ha venerato il Tempio salendovi in occasione delle feste ebraiche di pellegrinaggio e ha amato di un amore geloso questa dimora di Dio in mezzo agli uomini. Il Tempio prefigura il suo mistero. Se ne predice la distruzione, è per manifestare la sua propria uccisione e l'inizio di una nuova epoca della storia della salvezza, nella quale il suo corpo sarà il Tempio definitivo.

Gesù ha compiuto azioni, quale il perdono dei peccati, che lo hanno rivelato come il Dio Salvatore. Cf Gv 5,16-18. Alcuni Giudei, i quali non riconoscevano il Dio fatto uomo, Cf Gv 1,14. ma vedevano in lui « un uomo » che si faceva Dio, Cf Gv 10,33. l'hanno giudicato un bestemmiatore.

Paragrafo 2 GESU' MORI' CROCIFISSO

I.Il processo a Gesù

Divisioni delle autorità ebraiche a riguardo di Gesù

Tra le autorità religiose di Gerusalemme non ci sono stati solamente il fariseo Nicodemo Cf Gv 7,50. o il notabile Giuseppe di Arimatea ad essere, di nascosto, discepoli di Gesù, Cf Gv 19,38-39. ma a proposito di lui Cf Gv 9,16-17; 10,19-21. sono sorti dissensi per lungo tempo al punto che, alla vigilia stessa della sua passione, san Giovanni può dire: « Tra i capi, molti credettero in lui », anche se in maniera assai imperfetta (Gv 12,42). La cosa non ha nulla di sorprendente se si tiene presente che all'indomani della pentecoste « un gran numero di sacerdoti aderiva alla fede » (At 6,7) e che « alcuni della setta dei farisei erano diventati credenti » (At 15,5) al punto che san Giacomo può dire a san Paolo: « Tu vedi, o fratello, quante migliaia di Giudei sono venuti alla fede e tutti sono gelosamente attaccati alla Legge » (At 21,20).

Le autorità religiose di Gerusalemme non sono state unanimi nella condotta da tenere nei riguardi di Gesù. Cf Gv 9,16; 10,19. I farisei hanno minacciato di scomunica coloro che lo avrebbero seguito. Cf Gv 9,22. A coloro che temevano: « Tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione » (Gv 11,48) il sommo sacerdote Caifa propose profetizzando: « [È] meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera » (Gv 11,50). Il Sinedrio, avendo dichiarato Gesù reo di morte Cf Mt 26,66. in quanto bestemmiatore, ma avendo perduto il diritto di mettere a morte, Cf Gv 18,31. consegna Gesù ai Romani accusandolo di rivolta politica, Cf Lc 23,2. cosa che lo metterà alla pari con Barabba accusato di « sommossa » (Lc 23,19). Sono anche minacce politiche quelle che i sommi sacerdoti esercitano su Pilato perché egli condanni a morte Gesù. Cf Gv 19,12.15.21.

Gli Ebrei non sono collettivamente responsabili della morte di Gesù

Tenendo conto della complessità storica del processo a Gesù espressa nei racconti evangelici, e qualunque possa essere stato il peccato personale dei protagonisti del processo (Giuda, il Sinedrio, Pilato), che Dio solo conosce, non si può attribuirne la responsabilità all'insieme degli Ebrei di Gerusalemme, malgrado le grida di una folla manipolata Cf Mc 15,11. e i rimproveri collettivi contenuti negli appelli alla conversione dopo la pentecoste. Cf At 2,23.36; 3,13-14; 4,10; 5,30; 7,52; 10,39; 13,27-28; 1 Ts 2,14-15. Gesù stesso perdonando sulla croce Cf Lc 23,34. e Pietro sul suo esempio hanno riconosciuto l'« ignoranza » Cf At 3,17. degli Ebrei di Gerusalemme ed anche dei loro capi. Ancor meno si può, a partire dal grido del popolo: « Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli » (Mt 27,25) che è una formula di ratificazione, Cf At 5,28; 18,6. estendere la responsabilità agli altri Ebrei nel tempo e nello spazio:

Molto bene la Chiesa ha dichiarato nel Concilio Vaticano II: « Quanto è stato commesso durante la passione non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo. [...] Gli Ebrei non devono essere presentati né come rigettati da Dio, né come maledetti, come se ciò scaturisse dalla Sacra Scrittura ». Concilio Vaticano II, Dich. Nostra aetate, 4: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 743.

Tutti i peccatori furono autori della passione di Cristo

La Chiesa, nel magistero della sua fede e nella testimonianza dei suoi santi, non ha mai dimenticato che « ogni singolo peccatore è realmente causa e strumento delle [...] sofferenze » del divino Redentore. Catechismo Romano, 1, 5, 11: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 64; cf Eb 12,3. Tenendo conto del fatto che i nostri peccati offendono Cristo stesso, Cf Mt 25,45; At 9,4-5. la Chiesa non esita ad imputare ai cristiani la responsabilità più grave nel supplizio di Gesù, responsabilità che troppo spesso essi hanno fatto ricadere unicamente sugli Ebrei:

« È chiaro che più gravemente colpevoli sono coloro che più spesso ricadono nel peccato. Se infatti le nostre colpe hanno condotto Cristo al supplizio della croce, coloro che si immergono nell'iniquità crocifiggono nuovamente, per quanto sta in loro, il Figlio di Dio e lo scherniscono con un delitto ben più grave in loro che non negli Ebrei. Questi infatti – afferma san Paolo – se lo avessero conosciuto, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria (1 Cor 2,8). Noi cristiani, invece, pur confessando di conoscerlo, di fatto lo rinneghiamo con le nostre opere e leviamo contro di lui le nostre mani violente e peccatrici ». Catechismo Romano, 1, 5, 11: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 64. « E neppure i demoni lo crocifissero, ma sei stato tu con essi a crocifiggerlo, e ancora lo crocifiggi, quando ti diletti nei vizi e nei peccati ». San Francesco d'Assisi, Admonitio, 5, 3: Opuscula sancti Patris Francisci Assisiensis, ed. C. Esser (Grottaferrata 1978) p. 66.

II.La morte redentrice di Cristo nel disegno divino della salvezza

«Gesù consegnato secondo il disegno prestabilito di Dio»

La morte violenta di Gesù non è stata frutto del caso in un concorso sfavorevole di circostanze. Essa appartiene al mistero del disegno di Dio, come spiega san Pietro agli Ebrei di Gerusalemme fin dal suo primo discorso di pentecoste: « Egli fu consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio » (At 2,23). Questo linguaggio biblico non significa che quelli che hanno consegnato Gesù Cf At 3,13. siano stati solo esecutori passivi di una vicenda scritta in precedenza da Dio.

Tutti i momenti del tempo sono presenti a Dio nella loro attualità. Egli stabilì dunque il suo disegno eterno di « predestinazione » includendovi la risposta libera di ogni uomo alla sua grazia: « Davvero in questa città si radunarono insieme contro il tuo santo servo Gesù, che hai unto come Cristo, Erode e Ponzio Pilato con le genti e i popoli d'Israele Cf Sal 2,1-2. per compiere ciò che la tua mano e la tua volontà avevano preordinato che avvenisse » (At 4,27-28). Dio ha permesso gli atti derivati dal loro accecamento Cf Mt 26,54; Gv 18,36; 19,11. al fine di compiere il suo disegno di salvezza. Cf At 3,17-18.

«Morto per i nostri peccati secondo le Scritture»

Questo disegno divino di salvezza attraverso la messa a morte del « Servo Giusto » Cf Is 53,11; At 3,14. era stato anticipatamente annunziato nelle Scritture come un mistero di redenzione universale, cioè di riscatto che libera gli uomini dalla schiavitù del peccato. Cf Is 53,11-12; Gv 8,34-36. San Paolo professa, in una confessione di fede che egli dice di avere « ricevuto », Cf 1 Cor 15,3. che « Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture » (1 Cor 15,3). Cf anche At 3,18; 7,52; 13,29; 26,22-23. La morte redentrice di Gesù compie in particolare la profezia del Servo sofferente. Cf Is 53,7-8; At 8,32-35. Gesù stesso ha presentato il senso della sua vita e della sua morte alla luce del Servo sofferente. Cf Mt 20,28. Dopo la risurrezione, egli ha dato questa interpretazione delle Scritture ai discepoli di Emmaus, Cf Lc 24,25-27. poi agli stessi Apostoli. Cf Lc 24,44-45.

«Dio l’ha fatto peccato per noi»

San Pietro può, di conseguenza, formulare così la fede apostolica nel disegno divino della salvezza: « Foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri [...] con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia. Egli fu predestinato, già prima della fondazione del mondo, ma si è manifestato negli ultimi tempi per voi » (1 Pt 1,18-20). I peccati degli uomini, conseguenti al peccato originale, sono sanzionati dalla morte. Cf Rm 5,12; 1 Cor 15,56. Inviando il suo proprio Figlio nella condizione di servo, Cf Fil 2,7. quella di una umanità decaduta e votata alla morte a causa del peccato, Cf Rm 8,3. « colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio » (2 Cor 5,21).

Gesù non ha conosciuto la riprovazione come se egli stesso avesse peccato. Cf Gv 8,46. Ma nell'amore redentore che sempre lo univa al Padre, Cf Gv 8,29. egli ci ha assunto nella nostra separazione da Dio a causa del peccato al punto da poter dire a nome nostro sulla croce: « Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato? » (Mc 15,34). Cf Sal 22,1. Avendolo reso così solidale con noi peccatori, « Dio non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi » (Rm 8,32) affinché noi fossimo « riconciliati con lui per mezzo della morte del Figlio suo » (Rm 5,10).

Dio ha l’iniziativa dell’amore redentore universale

Nel consegnare suo Figlio per i nostri peccati, Dio manifesta che il suo disegno su di noi è un disegno di amore benevolo che precede ogni merito da parte nostra: « In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati » (1 Gv 4,10). Cf 1 Gv 4,19. « Dio dimostra il suo amore verso di noi, perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi » (Rm 5,8).

Questo amore è senza esclusioni; Gesù l'ha richiamato a conclusione della parabola della pecorella smarrita: « Così il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli » (Mt 18,14). Egli afferma di « dare la sua vita in riscatto per molti » (Mt 20,28); quest'ultimo termine non è restrittivo: oppone l'insieme dell'umanità all'unica persona del Redentore che si consegna per salvarla. Cf Rm 5,18-19. La Chiesa, seguendo gli Apostoli, Cf 2 Cor 5,15; 1 Gv 2,2. insegna che Cristo è morto per tutti senza eccezioni: « Non vi è, non vi è stato, non vi sarà alcun uomo per il quale Cristo non abbia sofferto ». Concilio di Quierzy (anno 853), De libero arbitrio hominis et de praedestinatione, canone 4: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

III.Cristo ha offerto se stesso al Padre per i nostri peccati

Tutta la vita di Cristo è offerta al Padre

Il Figlio di Dio disceso dal cielo non per fare la sua volontà ma quella di colui che l'ha mandato, Cf Gv 6,38. « entrando nel mondo dice: [...] Ecco, io vengo [...] per fare, o Dio, la tua volontà. [...] Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell'offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre » (Eb 10,5-10). Dal primo istante della sua incarnazione, il Figlio abbraccia nella sua missione redentrice il disegno divino di salvezza: « Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera » (Gv 4,34). Il sacrificio di Gesù « per i peccati di tutto il mondo » (1 Gv 2,2) è l'espressione della sua comunione d'amore con il Padre: « Il Padre mi ama perché io offro la mia vita » (Gv 10,17). « Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato » (Gv 14,31).

Questo desiderio di abbracciare il disegno di amore redentore del Padre suo anima tutta la vita di Gesù Cf Lc 12,50; 22,15; Mt 16,21-23. perché la sua passione redentrice è la ragion d'essere della sua incarnazione: « Padre, salvami da quest'ora? Ma per questo sono giunto a quest'ora! » (Gv 12,27). « Non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato? » (Gv 18,11). E ancora sulla croce, prima che « tutto [sia] compiuto » (Gv 19,30), egli dice: « Ho sete » (Gv 19,28).

«L’Agnello che toglie il peccato del mondo»

Dopo aver accettato di dargli il battesimo tra i peccatori, Cf Lc 3,21; Mt 3,14-15. Giovanni Battista ha visto e mostrato in Gesù l'Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo. Cf Gv 1,29.36. Egli manifesta così che Gesù è insieme il Servo sofferente che si lascia condurre in silenzio al macello Cf Is 53,7; Ger 11,19. e porta il peccato delle moltitudini Cf Is 53,12. e l'Agnello pasquale simbolo della redenzione di Israele al tempo della prima pasqua. Cf Es 12,3-14; Gv 19,36; 1 Cor 5,7. Tutta la vita di Cristo esprime la sua missione: servire e dare la propria vita in riscatto per molti. Cf Mc 10,45.

Gesù liberamente fa suo l’amore redentore del Padre

Accogliendo nel suo cuore umano l'amore del Padre per gli uomini, Gesù « li amò sino alla fine» (Gv 13,1), « perché nessuno ha un amore più grande di questo: dare la propria vita per i propri amici » (Gv 15,13). Così nella sofferenza e nella morte la sua umanità è diventata lo strumento libero e perfetto del suo amore divino che vuole la salvezza degli uomini. Cf Eb 2,10.17-18; 4,15; 5,7-9. Infatti, egli ha liberamente accettato la sua passione e la sua morte per amore del Padre suo e degli uomini che il Padre vuole salvare: « Nessuno mi toglie [la vita], ma la offro da me stesso » (Gv 10,18). Di qui la sovrana libertà del Figlio di Dio quando va liberamente verso la morte. Cf Gv 18,4-6; Mt 26,53.

Alla Cena Gesù ha anticipato l’offerta libera della sua vita

La libera offerta che Gesù fa di se stesso ha la sua più alta espressione nella Cena consumata con i dodici Apostoli Cf Mt 26,20. nella « notte in cui veniva tradito » (1 Cor 11,23). La vigilia della sua passione, Gesù, quand'era ancora libero, ha fatto di quest'ultima Cena con i suoi Apostoli il memoriale della volontaria offerta di sé al Padre Cf 1 Cor 5,7. per la salvezza degli uomini: « Questo è il mio corpo che è dato per voi » (Lc 22,19). « Questo è il mio sangue dell'Alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati » (Mt 26,28).

L'Eucaristia che egli istituisce in questo momento sarà il « memoriale » Cf 1 Cor 11,25. del suo sacrificio. Gesù nella sua offerta include gli Apostoli e chiede loro di perpetuarla. Cf Lc 22,19. Con ciò, Gesù istituisce i suoi Apostoli sacerdoti della Nuova Alleanza: « Per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità » (Gv 17,19). Cf Concilio di Trento, Sess. 22a, Doctrina de sanctissimo Missae Sacrificio, canone 2: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; Sess. 23a, Doctrina de sacramento Ordinis, c. 1: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

L’agonia del Getsemani

Il calice della Nuova Alleanza, che Gesù ha anticipato alla Cena offrendo se stesso, Cf Lc 22,20. in seguito egli lo accoglie dalle mani del Padre nell'agonia al Getsemani Cf Mt 26,42. facendosi « obbediente fino alla morte » (Fil 2,8). Cf Eb 5,7-8. Gesù prega: « Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! » (Mt 26,39). Egli esprime così l'orrore che la morte rappresenta per la sua natura umana. Questa, infatti, come la nostra, è destinata alla vita eterna; in più, a differenza della nostra, è perfettamente esente dal peccato Cf Eb 4,15. che causa la morte; Cf Rm 5,12. ma soprattutto è assunta dalla Persona divina dell'« Autore della vita », Cf At 3,15. del « Vivente ». Cf Ap 1,18; Gv 1,4; 5,26. Accettando nella sua volontà umana che sia fatta la volontà del Padre, Cf Mt 26,42. Gesù accetta la sua morte in quanto redentrice, per « portare i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce » (1 Pt 2,24).

La morte di Cristo è il sacrificio unico e definitivo

La morte di Cristo è contemporaneamente il sacrificio pasquale che compie la redenzione definitiva degli uomini Cf 1 Cor 5,7; Gv 8,34-36. per mezzo dell'Agnello che toglie il peccato del mondo Cf Gv 1,29; 1 Pt 1,19. e il sacrificio della Nuova Alleanza, Cf 1 Cor 11,25. che di nuovo mette l'uomo in comunione con Dio Cf Es 24,8. riconciliandolo con lui mediante il sangue versato per molti in remissione dei peccati. Cf Mt 26,28; Lv 16,15-16.

Questo sacrificio di Cristo è unico: compie e supera tutti i sacrifici. Cf Eb 10,10. Esso è innanzitutto un dono dello stesso Dio Padre che consegna il Figlio suo per riconciliare noi con lui. Cf 1 Gv 4,10. Nel medesimo tempo è offerta del Figlio di Dio fatto uomo che, liberamente e per amore, Cf Gv 15,13. offre la propria vita Cf Gv 10,17-18. al Padre suo nello Spirito Santo Cf Eb 9,14. per riparare la nostra disobbedienza.

Gesù sostituisce la sua obbedienza alla nostra disobbedienza

« Come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l'obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti » (Rm 5,19). Con la sua obbedienza fino alla morte, Gesù ha compiuto la sostituzione del Servo sofferente che offre se stesso in espiazione, mentre porta il peccato di molti, e li giustifica addossandosi la loro iniquità. Cf Is 53,10-12. Gesù ha riparato per i nostri errori e dato soddisfazione al Padre per i nostri peccati. Cf Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, c. 7: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

Sulla croce, Gesù consuma il suo sacrificio

È l'amore sino alla fine Cf Gv 13,1. che conferisce valore di redenzione e di riparazione, di espiazione e di soddisfazione al sacrificio di Cristo. Egli ci ha tutti conosciuti e amati nell'offerta della sua vita. Cf Gal 2,20; Ef 5,2.25. « L'amore del Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti » (2 Cor 5,14). Nessun uomo, fosse pure il più santo, era in grado di prendere su di sé i peccati di tutti gli uomini e di offrirsi in sacrificio per tutti. L'esistenza in Cristo della Persona divina del Figlio, che supera e nel medesimo tempo abbraccia tutte le persone umane e lo costituisce Capo di tutta l'umanità, rende possibile il suo sacrificio redentore per tutti.

« Sua sanctissima passione in ligno crucis nobis iustificationem meruit – Con la sua santissima passione sul legno della croce ci meritò la giustificazione », insegna il Concilio di Trento Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, c. 1: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. sottolineando il carattere unico del sacrificio di Cristo come causa di salvezza eterna. Cf Eb 5,9. E la Chiesa venera la croce cantando: « O crux, ave, spes unica! – Ave, o croce, unica speranza! ». Aggiunta liturgica all'inno « Vexilla Regis »: Liturgia delle Ore, v. 2 (Libreria Editrice Vaticana 1981) p. 366; v. 4 (Libreria Editrice Vaticana 1988) p. 1284.

La nostra partecipazione al sacrificio di Cristo

La croce è l'unico sacrificio di Cristo, che è il solo mediatore tra Dio e gli uomini. Cf 1 Tm 2,5. Ma poiché, nella sua Persona divina incarnata, « si è unito in certo modo ad ogni uomo », Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 22: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1042. egli offre « a tutti la possibilità di venire in contatto, nel modo che Dio conosce, con il mistero pasquale ». Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 22: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1043. Egli chiama i suoi discepoli a prendere la loro croce e a seguirlo, Cf Mt 16,24. poiché patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme. Cf 1 Pt 2,21. Infatti egli vuole associare al suo sacrificio redentore quelli stessi che ne sono i primi beneficiari. Cf Mc 10,39; Gv 21,18-19; Col 1,24. Ciò si compie in maniera eminente per sua Madre, associata più intimamente di qualsiasi altro al mistero della sua sofferenza redentrice. Cf Lc 2,35.

« Al di fuori della croce non vi è altra scala per salire al cielo ». Santa Rosa da Lima: P. Hansen, Vita mirabilis [...], (Roma 1664) p. 137.

« Cristo è morto per i nostri peccati secondo le Scritture » (1 Cor 15,3).

La nostra salvezza proviene dall'iniziativa d'amore di Dio per noi poiché « è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati » (1 Gv 4,10). « È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo » (2 Cor 5,19).

Gesù si è liberamente offerto per la nostra salvezza. Egli significa e realizza questo dono in precedenza durante l'ultima Cena: « Questo è il mio corpo che è dato per voi » (Lc 22,19).

In questo consiste la redenzione di Cristo: egli « è venuto per [...] dare la sua vita in riscatto per molti » (Mt 20,28), cioè ad amare « i suoi sino alla fine » (Gv 13,1) perché essi siano liberati dalla loro vuota condotta ereditata dai loro padri. Cf 1 Pt 1,18.

Mediante la sua obbedienza di amore al Padre « fino alla morte di croce » (Fil 2,8), Gesù compie la missione espiatrice Cf Is 53,10. del Servo sofferente che giustifica molti addossandosi la loro iniquità. Cf Is 53,11; Rm 5,19.

Paragrafo 3 GESU' CRISTO FU SEPOLTO

« Per la grazia di Dio, egli » ha provato « la morte a vantaggio di tutti » (Eb 2,9). Nel suo disegno di salvezza, Dio ha disposto che il Figlio suo non solamente morisse « per i nostri peccati » (1 Cor 15,3), ma anche « provasse la morte », ossia conoscesse lo stato di morte, lo stato di separazione tra la sua anima e il suo corpo per il tempo compreso tra il momento in cui egli è spirato sulla croce e il momento in cui è risuscitato. Questo stato di Cristo morto è il mistero del sepolcro e della discesa agli inferi. È il mistero del Sabato Santo in cui Cristo deposto nel sepolcro Cf Gv 19,42. manifesta il grande riposo sabbatico di Dio Cf Eb 4,4-9. dopo il compimento Cf Gv 19,30. della salvezza degli uomini che mette in pace l'universo intero. Cf Col 1,18-20.

Cristo nel sepolcro con il suo corpo

La permanenza di Cristo nella tomba costituisce il legame reale tra lo stato di passibilità di Cristo prima della pasqua e il suo stato attuale glorioso di risorto. È la medesima persona del « Vivente » che può dire: « Io ero morto, ma ora vivo per sempre » (Ap 1,18).

« Ed è questo il mistero del disegno di Dio circa la morte e la risurrezione dai morti: se pure non ha impedito che con la morte l'anima fosse separata dal corpo secondo l'ordine necessario della natura, li ha riuniti di nuovo insieme mediante la risurrezione, in modo che egli stesso divenisse punto d'incontro della morte e della vita, arrestando in se stesso la disgregazione della natura causata dalla morte, e insieme divenendo lui stesso principio di riunificazione degli elementi separati». San Gregorio di Nissa, Oratio catechetica, 16, 9: TD — Textes et documents (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)).

Poiché l'« Autore della vita » che è stato ucciso Cf At 3,15. è anche il Vivente che « è risuscitato », Cf Lc 24,5-6. necessariamente la Persona divina del Figlio di Dio ha continuato ad assumere la sua anima e il suo corpo separati tra di loro dalla morte:

« La Persona unica non si è trovata divisa in due persone dal fatto che alla morte di Cristo l'anima è stata separata dalla carne; poiché il corpo e l'anima di Cristo sono esistiti al medesimo titolo fin da principio nella Persona del Verbo; e nella morte, sebbene separati l'uno dall'altra, sono restati ciascuno con la medesima ed unica Persona del Verbo ». San Giovanni Damasceno, Expositio fidei, 71 [De fide orthodoxa, 3, 27]: PTS — Patristische Texte und Studien (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)).

«Non lascerai che il tuo Santo veda la corruzione»

La morte di Cristo è stata una vera morte in quanto ha messo fine alla sua esistenza umana terrena. Ma a causa dell'unione che la persona del Figlio ha mantenuto con il suo corpo, non si è trattato di uno spogliamento mortale come gli altri, perché « non era possibile che la morte lo tenesse in suo potere » (At 2,24) e perciò « la virtù divina ha preservato il corpo di Cristo dalla corruzione ». San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, III, 51, 3, ad 2: Ed. Leon. — Sancti Thomae Aquinatis Opera omnia, editio Leonina. Di Cristo si può dire contemporaneamente: « Fu eliminato dalla terra dei viventi » (Is 53,8) e: « Il mio corpo riposa al sicuro, perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo Santo veda la corruzione » (At 2,26-27). Cf Sal 16,9-10. La risurrezione di Gesù « il terzo giorno » (1 Cor 15,4; Lc 24,46) Cf Mt 12,40; Gv 2,1; Os 6,2. ne era il segno, anche perché si credeva che la corruzione si manifestasse a partire dal quarto giorno. Cf Gv 11,39.

«Sepolti con Cristo...»

Il Battesimo, il cui segno originale e plenario è l'immersione, significa efficacemente la discesa nella tomba del cristiano che muore al peccato con Cristo in vista di una vita nuova: « Per mezzo del Battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova » (Rm 6,4). Cf Col 2,12; Ef 5,26.

A beneficio di ogni uomo Gesù ha provato la morte. Cf Eb 2,9. Colui che è morto e che è stato sepolto è veramente il Figlio di Dio fatto uomo.

Durante la permanenza di Cristo nella tomba, la sua Persona divina ha continuato ad assumere sia la sua anima che il suo corpo, separati però tra di loro dalla morte. È per questo che il corpo di Cristo morto « non ha subito la corruzione » (At 13,37).

5.Gesu' Cristo « Discese agli Inferi, il Terzo Giorno Risuscito' da Morte »

Gesù « era disceso nelle regioni inferiori della terra. Colui che discese è lo stesso che anche ascese » (Ef 4,10). Il Simbolo degli Apostoli professa in uno stesso articolo di fede la discesa di Cristo agli inferi e la sua risurrezione dai morti il terzo giorno, perché nella sua pasqua egli dall'abisso della morte ha fatto scaturire la vita: « Cristo, tuo Figlio, che, risuscitato dai morti, fa risplendere sugli uomini la sua luce serena, e vive e regna nei secoli dei secoli. Amen ». Veglia pasquale, Preconio pasquale (« Exsultet »): Messale Romano (Libreria Editrice Vaticana 1993) p. 168.

Paragrafo 1 CRISTO DISCESE AGLI INFERI

Le frequenti affermazioni del Nuovo Testamento secondo le quali Gesù « è risuscitato dai morti » (1 Cor 15,20) Cf At 3,15; Rm 8,11. presuppongono che, preliminarmente alla risurrezione, egli abbia dimorato nel soggiorno dei morti. Cf Eb 13,20. È il senso primo che la predicazione apostolica ha dato alla discesa di Gesù agli inferi: Gesù ha conosciuto la morte come tutti gli uomini e li ha raggiunti con la sua anima nella dimora dei morti. Ma egli vi è disceso come Salvatore, proclamando la Buona Novella agli spiriti che vi si trovavano prigionieri. Cf 1 Pt 3,18-19.

La Scrittura chiama inferi, Shéol o Αιδην Cf Fil 2,10; At 2,24; Ap 1,18; Ef 4,9. il soggiorno dei morti dove Cristo morto è disceso, perché quelli che vi si trovano sono privati della visione di Dio. Cf Sal 6,6; 88,11-13. Tale infatti è, nell'attesa del Redentore, la sorte di tutti i morti, cattivi o giusti; Cf Sal 89,49; 1 Sam 28,19; Ez 32,17-32. il che non vuol dire che la loro sorte sia identica, come dimostra Gesù nella parabola del povero Lazzaro accolto nel « seno di Abramo ». Cf Lc 16,22-26. « Furono appunto le anime di questi giusti in attesa del Cristo a essere liberate da Gesù disceso all'inferno ». Catechismo Romano, 1, 6, 3: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 71. Gesù non è disceso agli inferi per liberare i dannati Cf Concilio di Roma (anno 745), De descensu Christi ad inferos: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. né per distruggere l'inferno della dannazione, Cf Benedetto XII, Libello Cum dudum (1341), 18: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; Clemente VI, Lettera Super quibusdam (anno 1351), c. 15, 13: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. ma per liberare i giusti che l'avevano preceduto. Cf Concilio di Toledo IV (anno 633), Capitulum, 1: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; Mt 27,52-53.

« La Buona Novella è stata annunciata anche ai morti... » (1 Pt 4,6). La discesa agli inferi è il pieno compimento dell'annunzio evangelico della salvezza. È la fase ultima della missione messianica di Gesù, fase condensata nel tempo ma immensamente ampia nel suo reale significato di estensione dell'opera redentrice a tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi, perché tutti coloro i quali sono salvati sono stati resi partecipi della redenzione.

Cristo, dunque, è disceso nella profondità della morte Cf Mt 12,40; Rm 10,7; Ef 4,9. affinché i « morti » udissero « la voce del Figlio di Dio » (Gv 5,25) e, ascoltandola, vivessero. Gesù, « l'Autore della vita », Cf At 3,15. ha ridotto « all'impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo », liberando « così tutti quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita » (Eb 2,14-15). Ormai Cristo risuscitato ha « potere sopra la morte e sopra gli inferi » (Ap 1,18) e « nel nome di Gesù ogni ginocchio » si piega « nei cieli, sulla terra e sotto terra » (Fil 2,10).

« Oggi sulla terra c'è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato ed ha svegliato coloro che da secoli dormivano. [...] Egli va a cercare il primo padre, come la pecora smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell'ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva, che si trovano in prigione. [...] Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio. [...] Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell'inferno. Risorgi dai morti. Io sono la Vita dei morti ». Antica omelia sul santo e grande Sabato: PG — Patrologia graeca (J.P. Migne).

Con l'espressione « Gesù discese agli inferi » il Simbolo professa che Gesù è morto realmente e che, mediante la sua morte per noi, egli ha vinto la morte e il diavolo « che della morte ha il potere » (Eb 2,14).

Cristo morto, con l'anima unita alla sua Persona divina, è disceso alla dimora dei morti. Egli ha aperto le porte del cielo ai giusti che l'avevano preceduto.

Paragrafo 2 IL TERZO GIORNO RISUSCITÒ DA MORTE

« Noi vi annunziamo la Buona Novella che la promessa fatta ai padri si è compiuta, poiché Dio l'ha attuata per noi, loro figli, risuscitando Gesù » (At 13,32-33). La risurrezione di Gesù è la verità culminante della nostra fede in Cristo, creduta e vissuta come verità centrale dalla prima comunità cristiana, trasmessa come fondamentale dalla Tradizione, stabilita dai documenti del Nuovo Testamento, predicata come parte essenziale del mistero pasquale insieme con la croce: « Cristo è risuscitato dai morti. Con la sua morte ha vinto la morte, ai morti ha dato la vita ». Liturgia bizantina, Tropario di Pasqua: Pentêkostárion (Roma 1884) p. 6.

I.L’avvenimento storico e trascendente

Il mistero della risurrezione di Cristo è un avvenimento reale che ha avuto manifestazioni storicamente constatate, come attesta il Nuovo Testamento. Già verso l'anno 56 san Paolo può scrivere ai cristiani di Corinto: « Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici » (1 Cor 15,3-4). L'Apostolo parla qui della tradizione viva della risurrezione che egli aveva appreso dopo la sua conversione alle porte di Damasco. Cf At 9,3-18.

Il sepolcro vuoto

« Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato » (Lc 24,5-6). Nel quadro degli avvenimenti di pasqua, il primo elemento che si incontra è il sepolcro vuoto. Non è in sé una prova diretta. L'assenza del corpo di Cristo nella tomba potrebbe spiegarsi altrimenti. Cf Gv 20,13; Mt 28,11-15. Malgrado ciò, il sepolcro vuoto ha costituito per tutti un segno essenziale. La sua scoperta da parte dei discepoli è stato il primo passo verso il riconoscimento dell'evento della risurrezione. Dapprima è il caso delle pie donne, Cf Lc 24,3.22-23. poi di Pietro. Cf Lc 24,12. Il discepolo « che Gesù amava » (Gv 20,2) afferma che, entrando nella tomba vuota e scorgendo « le bende per terra » (Gv 20,6), vide e credette. Cf Gv 20,8. Ciò suppone che egli abbia constatato, dallo stato in cui si trovava il sepolcro vuoto, Cf Gv 20,5-7. che l'assenza del corpo di Gesù non poteva essere opera umana e che Gesù non era semplicemente ritornato ad una vita terrena come era avvenuto per Lazzaro. Cf Gv 11,44.

Le apparizioni del Risorto

Maria di Magdala e le pie donne che andavano a completare l'imbalsamazione del corpo di Gesù, Cf Mc 16,1; Lc 24,1. sepolto in fretta la sera del Venerdì Santo a causa del sopraggiungere del Sabato, Cf Gv 19,31.42. sono state le prime ad incontrare il Risorto. Cf Mt 28,9-10; Gv 20,11-18. Le donne furono così le prime messaggere della risurrezione di Cristo per gli stessi Apostoli. Cf Lc 24,9-10. A loro Gesù appare in seguito: prima a Pietro, poi ai Dodici. Cf 1 Cor 15,5. Pietro, chiamato a confermare la fede dei suoi fratelli, Cf Lc 22,31-32. vede dunque il Risorto prima di loro ed è sulla sua testimonianza che la comunità esclama: « Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone » (Lc 24,34).

Tutto ciò che è accaduto in quelle giornate pasquali impegna ciascuno degli Apostoli – e Pietro in modo del tutto particolare – nella costruzione dell'era nuova che ha inizio con il mattino di pasqua. Come testimoni del Risorto essi rimangono le pietre di fondazione della sua Chiesa. La fede della prima comunità dei credenti è fondata sulla testimonianza di uomini concreti, conosciuti dai cristiani e, nella maggior parte, ancora vivi in mezzo a loro. Questi « testimoni della risurrezione di Cristo » Cf At 1,22. sono prima di tutto Pietro e i Dodici, ma non solamente loro: Paolo parla chiaramente di più di cinquecento persone alle quali Gesù è apparso in una sola volta, oltre che a Giacomo e a tutti gli Apostoli. Cf 1 Cor 15,4-8.

Davanti a queste testimonianze è impossibile interpretare la risurrezione di Cristo al di fuori dell'ordine fisico e non riconoscerla come un avvenimento storico. Risulta dai fatti che la fede dei discepoli è stata sottoposta alla prova radicale della passione e della morte in croce del loro Maestro da lui stesso preannunziata. Cf Lc 22,31-32. Lo sbigottimento provocato dalla passione fu così grande che i discepoli (almeno alcuni di loro) non credettero subito alla notizia della risurrezione. Lungi dal presentarci una comunità presa da una esaltazione mistica, i Vangeli ci presentano i discepoli smarriti (« tristi »: Lc 24,17) e spaventati, Cf Gv 20,19. perché non hanno creduto alle pie donne che tornavano dal sepolcro e « quelle parole parvero loro come un vaneggiamento » (Lc 24,11). Cf Mc 16,11.13. Quando Gesù si manifesta agli Undici la sera di pasqua, li rimprovera « per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato » (Mc 16,14).

Anche messi davanti alla realtà di Gesù risuscitato, i discepoli dubitano ancora, Cf Lc 24,38. tanto la cosa appare loro impossibile: credono di vedere un fantasma. Cf Lc 24,39. « Per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti » (Lc 24,41). Tommaso conobbe la medesima prova del dubbio Cf Gv 20,24-27. e, quando vi fu l'ultima apparizione in Galilea riferita da Matteo, « alcuni [...] dubitavano » (Mt 28,17). Per questo l'ipotesi secondo cui la risurrezione sarebbe stata un « prodotto » della fede (o della credulità) degli Apostoli non ha fondamento. Al contrario, la loro fede nella risurrezione è nata – sotto l'azione della grazia divina – dall'esperienza diretta della realtà di Gesù risorto.

Lo stato dell’umanità di Cristo risuscitata

Gesù risorto stabilisce con i suoi discepoli rapporti diretti, attraverso il contatto Cf Lc 24,39; Gv 20,27. e la condivisione del pasto. Cf Lc 24,30.41-43; Gv 21,9.13-15. Li invita a riconoscere da ciò che egli non è un fantasma, Cf Lc 24,39. ma soprattutto a constatare che il corpo risuscitato con il quale si presenta a loro è il medesimo che è stato martoriato e crocifisso, poiché porta ancora i segni della passione. Cf Lc 24,40; Gv 20,20.27. Questo corpo autentico e reale possiede però al tempo stesso le proprietà nuove di un corpo glorioso; esso non è più situato nello spazio e nel tempo, ma può rendersi presente a suo modo dove e quando vuole, Cf Mt 28,9.16-17; Lc 24,15.36; Gv 20,14.19.26; 21,4. poiché la sua umanità non può più essere trattenuta sulla terra e ormai non appartiene che al dominio divino del Padre. Cf Gv 20,17. Anche per questa ragione Gesù risorto è sovranamente libero di apparire come vuole: sotto l'aspetto di un giardiniere Cf Gv 20,14-15. o « sotto altro aspetto » (Mc 16,12) diverso da quello che era familiare ai discepoli, e ciò per suscitare la loro fede. Cf Gv 20,14.16; 21,4.7.

La risurrezione di Cristo non fu un ritorno alla vita terrena, come lo fu per le risurrezioni che egli aveva compiute prima della pasqua: quelle della figlia di Giairo, del giovane di Naim, di Lazzaro. Questi fatti erano avvenimenti miracolosi, ma le persone miracolate ritrovavano, per il potere di Gesù, una vita terrena « ordinaria ». Ad un certo momento esse sarebbero morte di nuovo. La risurrezione di Cristo è essenzialmente diversa. Nel suo corpo risuscitato egli passa dallo stato di morte ad un'altra vita al di là del tempo e dello spazio. Il corpo di Gesù è, nella risurrezione, colmato della potenza dello Spirito Santo; partecipa alla vita divina nello stato della sua gloria, sì che san Paolo può dire di Cristo che egli è l'uomo celeste. Cf 1 Cor 15,35-50.

La risurrezione come evento trascendente

« O notte beata – canta l'« Exultet » di Pasqua –, tu solo hai meritato di conoscere il tempo e l'ora in cui Cristo è risorto dagli inferi ». Veglia pasquale, Preconio pasquale (« Exsultet »): Messale Romano (Libreria Editrice Vaticana 1993) p. 167. Infatti, nessuno è stato testimone oculare dell'avvenimento stesso della risurrezione e nessun Evangelista lo descrive. Nessuno ha potuto dire come essa sia avvenuta fisicamente. Ancor meno fu percettibile ai sensi la sua essenza più intima, il passaggio ad un'altra vita. Avvenimento storico constatabile attraverso il segno del sepolcro vuoto e la realtà degli incontri degli Apostoli con Cristo risorto, la risurrezione resta non di meno, in ciò in cui trascende e supera la storia, nel cuore del mistero della fede. Per questo motivo Cristo risorto non si manifesta al mondo, ma ai suoi discepoli, Cf Gv 14,22. « a quelli che erano saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme », i quali « ora sono i suoi testimoni davanti al popolo » (At 13,31).

II.La risurrezione – opera della Santissima Trinità

La risurrezione di Cristo è oggetto di fede in quanto è un intervento trascendente di Dio stesso nella creazione e nella storia. In essa, le tre Persone divine agiscono insieme e al tempo stesso manifestano la loro propria originalità. Essa si è compiuta per la potenza del Padre che « ha risuscitato » (At 2,24) Cristo, suo Figlio, e in questo modo ha introdotto in maniera perfetta la sua umanità con il suo corpo nella Trinità. Gesù viene definitivamente « costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti » (Rm 1,4). San Paolo insiste sulla manifestazione della potenza di Dio Cf Rm 6,4; 2 Cor 13,4; Fil 3,10; Ef 1,19-22; Eb 7,16. per opera dello Spirito che ha vivificato l'umanità morta di Gesù e l'ha chiamata allo stato glorioso di Signore.

Quanto al Figlio, egli opera la sua propria risurrezione in virtù della sua potenza divina. Gesù annunzia che il Figlio dell'uomo dovrà molto soffrire, morire ed in seguito risuscitare (senso attivo della parola). Cf Mc 8,31; 9,9.31; 10,34. Altrove afferma esplicitamente: « Io offro la mia vita, per poi riprenderla... ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla » (Gv 10,17-18). « Noi crediamo... che Gesù è morto e risuscitato » (1 Ts 4,14).

I Padri contemplano la risurrezione a partire dalla Persona divina di Cristo che è rimasta unita alla sua anima e al suo corpo separati tra loro dalla morte: « Per l'unità della natura divina che permane presente in ciascuna delle due parti dell'uomo, queste si riuniscono di nuovo. Così la morte si è prodotta per la separazione del composto umano e la risurrezione per l'unione delle due parti separate ». San Gregorio di Nissa, De tridui inter mortem et resurrectionem Domini nostri Iesu Christi spatio: Gregorii Nysseni opera, ed. W. Jaeger-H. Langerbeck, v. 9 (Leiden 1967) p. 293-294 (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)); cf anche Statuta Ecclesiae Antiqua: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; Anastasio II, Lettera In prolixitate epistulae: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; Sant'Ormisda, Lettera Inter ea quae: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; Concilio di Toledo XI, Simbolo: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

III.Senso e portata salvifica della risurrezione

« Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione e vana anche la vostra fede » (1 Cor 15,14). La risurrezione costituisce anzitutto la conferma di tutto ciò che Cristo stesso ha fatto e insegnato. Tutte le verità, anche le più inaccessibili allo spirito umano, trovano la loro giustificazione se, risorgendo, Cristo ha dato la prova definitiva, che aveva promesso, della sua autorità divina.

La risurrezione di Cristo è compimento delle promesse dell'Antico Testamento Cf Lc 24,26-27.44-48. e di Gesù stesso durante la sua vita terrena. Cf Mt 28,6; Mc 16,7; Lc 24,6-7. L'espressione « secondo le Scritture » Cf 1 Cor 15,3-4; Simbolo niceno-costantinopolitano: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. indica che la risurrezione di Cristo realizzò queste predizioni.

La verità della divinità di Gesù è confermata dalla sua risurrezione. Egli aveva detto: « Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora saprete che Io Sono » (Gv 8,28). La risurrezione del Crocifisso dimostrò che egli era veramente « Io Sono », il Figlio di Dio e Dio egli stesso. San Paolo ha potuto dichiarare ai Giudei: « La promessa fatta ai nostri padri si è compiuta, poiché Dio l'ha attuata per noi, loro figli, risuscitando Gesù, come anche sta scritto nel salmo secondo: Mio Figlio sei tu, oggi ti ho generato » (At 13, 32-33). Cf Sal 2,7. La risurrezione di Cristo è strettamente legata al mistero dell'incarnazione del Figlio di Dio. Ne è il compimento secondo il disegno eterno di Dio.

Vi è un duplice aspetto nel mistero pasquale: con la sua morte Cristo ci libera dal peccato, con la sua risurrezione ci dà accesso ad una nuova vita. Questa è dapprima la giustificazione che ci mette nuovamente nella grazia di Dio Cf Rm 4,25. « perché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova » (Rm 6,4). Essa consiste nella vittoria sulla morte del peccato e nella nuova partecipazione alla grazia. Cf Ef 2,4-5; 1 Pt 1,3. Essa compie l'adozione filiale poiché gli uomini diventano fratelli di Cristo, come Gesù stesso chiama i suoi discepoli dopo la sua risurrezione: « Andate ad annunziare ai miei fratelli » (Mt 28,10). Cf Gv 20,17. Fratelli non per natura, ma per dono della grazia, perché questa filiazione adottiva procura una reale partecipazione alla vita del Figlio unico, la quale si è pienamente rivelata nella sua risurrezione.

Infine, la risurrezione di Cristo – e lo stesso Cristo risorto – è principio e sorgente della nostra risurrezione futura: « Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti [...]; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo » (1 Cor 15,20-22). Nell'attesa di questo compimento, Cristo risuscitato vive nel cuore dei suoi fedeli. In lui i cristiani gustano « le meraviglie del mondo futuro » (Eb 6,5) e la loro vita è trasportata da Cristo nel seno della vita divina: Cf Col 3,1-3. « Egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro » (2 Cor 5,15).

La fede nella risurrezione ha per oggetto un avvenimento che è storicamente attestato dai discepoli i quali hanno realmente incontrato il Risorto, e che è insieme misteriosamente trascendente in quanto l'umanità di Cristo entra nella gloria di Dio.

La tomba vuota e le bende per terra significano già per se stesse che il corpo di Cristo è sfuggito ai legami della morte e della corruzione, per la potenza di Dio. Esse preparano i discepoli all'incontro con il Risorto.

Cristo, « il primogenito di coloro che risuscitano dai morti » (Col 1,18), è il principio della nostra risurrezione, fin d'ora per la giustificazione della nostra anima, Cf Rm 6,4. più tardi per la vivificazione del nostro corpo. Cf Rm 8,11.

6.Gesu' «Sali' al Cielo, Siede alla Destra di Dio Padre Onnipotente»

« Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio » (Mc 16,19). Il corpo di Cristo è stato glorificato fin dall'istante della sua risurrezione, come lo provano le proprietà nuove e soprannaturali di cui ormai gode in permanenza. Cf Lc 24,31; Gv 20,19.26. Ma durante i quaranta giorni nei quali egli mangia e beve familiarmente con i suoi discepoli Cf At 10,41. e li istruisce sul Regno, Cf At 1,3. la sua gloria resta ancora velata sotto i tratti di una umanità ordinaria. Cf Mc 16,12; Lc 24,15; Gv 20,14-15; 21,4. L'ultima apparizione di Gesù termina con l'entrata irreversibile della sua umanità nella gloria divina simbolizzata dalla nube Cf At 1,9; anche Lc 9,34-35; Es 13,22. e dal cielo Cf Lc 24,51. ove egli siede ormai alla destra di Dio. Cf Mc 16,19; At 2,33; 7,56; anche Sal 110,1. In un modo del tutto eccezionale ed unico egli si mostrerà a Paolo « come a un aborto » (1 Cor 15,8) in un'ultima apparizione che costituirà Apostolo Paolo stesso. Cf 1 Cor 9,1; Gal 1,16.

Il carattere velato della gloria del Risorto durante questo tempo traspare nelle sue misteriose parole a Maria Maddalena: « Non sono ancora salito al Padre: ma va' dai miei fratelli e di' loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro » (Gv 20,17). Questo indica una differenza di manifestazione tra la gloria di Cristo risorto e quella di Cristo esaltato alla destra del Padre. L'avvenimento ad un tempo storico e trascendente dell'ascensione segna il passaggio dall'una all'altra.

Quest'ultima tappa rimane strettamente unita alla prima, cioè alla discesa dal cielo realizzata nell'incarnazione. Solo colui che è « uscito dal Padre » può far ritorno al Padre: Cristo. Cf Gv 16,28. « Nessuno è mai salito al cielo fuorché il Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo » (Gv 3,13). Cf Ef 4,8-10. Lasciata alle sue forze naturali, l'umanità non ha accesso alla « casa del Padre », Cf Gv 14,2. alla vita e alla felicità di Dio. Soltanto Cristo ha potuto aprire all'uomo questo accesso « per darci la serena fiducia che dove è lui, Capo e Primogenito, saremo anche noi, sue membra, uniti nella stessa gloria». Prefazio dell'Ascensione del Signore, I: Messale Romano (Libreria Editrice Vaticana 1993) p. 332.

« Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me » (Gv 12,32). L'elevazione sulla croce significa e annunzia l'elevazione dell'ascensione al cielo. Essa ne è l'inizio. Gesù Cristo, l'unico Sacerdote della nuova ed eterna Alleanza, « non è entrato in un santuario fatto da mani d'uomo [...], ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore » (Eb 9,24). In cielo Cristo esercita il suo sacerdozio in permanenza, « essendo egli sempre vivo per intercedere » a favore di « quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio » (Eb 7,25). Come « sommo Sacerdote dei beni futuri » (Eb 9,11), egli è il centro e l'attore principale della liturgia che onora il Padre nei cieli. Cf Ap 4,6-11.

Cristo, ormai, siede alla destra del Padre: « Per destra del Padre intendiamo la gloria e l'onore della divinità, ove colui che esisteva come Figlio di Dio prima di tutti i secoli, come Dio e consostanziale al Padre, s'è assiso corporalmente dopo che si è incarnato e la sua carne è stata glorificata ». San Giovanni Damasceno, Expositio fidei, 75 [De fide orthodoxa, 4, 2]: PTS — Patristische Texte und Studien (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)).

L'essere assiso alla destra del Padre significa l'inaugurazione del regno del Messia, compimento della visione del profeta Daniele riguardante il Figlio dell'uomo: « [Il Vegliardo] gli diede potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano; il suo potere è un potere eterno, che non tramonta mai, e il suo regno è tale che non sarà mai distrutto » (Dn 7,14). A partire da questo momento, gli Apostoli sono divenuti i testimoni del « regno che non avrà fine ». Cf Simbolo niceno-costantinopolitano: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

L'ascensione di Cristo segna l'entrata definitiva dell'umanità di Gesù nel dominio celeste di Dio, da dove ritornerà, Cf At 1,11. ma che nel frattempo lo cela agli occhi degli uomini. Cf Col 3,3.

Gesù Cristo, Capo della Chiesa, ci precede nel regno glorioso del Padre perché noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di essere un giorno eternamente con lui.

Gesù Cristo, essendo entrato una volta per tutte nel santuario del cielo, intercede incessantemente per noi come il Mediatore che ci assicura la perenne effusione dello Spirito Santo.

7.«Di Là Verrà a Giudicare i Vivi e i Morti»

I.« Di nuovo verrà, nella gloria »

Cristo regna già attraverso la Chiesa...

« Per questo Cristo è morto e ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi » (Rm 14,9). L'ascensione di Cristo al cielo significa la sua partecipazione, nella sua umanità, alla potenza e all'autorità di Dio stesso. Gesù Cristo è Signore: egli detiene tutto il potere nei cieli e sulla terra. Egli è « al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione » perché il Padre «tutto ha sottomesso ai suoi piedi » (Ef 1,21-22). Cristo è il Signore del cosmo Cf Ef 4,10; 1 Cor 15,24.27-28. e della storia. In lui la storia dell'uomo come pure tutta la creazione trovano la loro « ricapitolazione», Cf Ef 1,10. il loro compimento trascendente.

Come Signore, Cristo è anche il Capo della Chiesa che è il suo corpo. Cf Ef 1,22. Elevato al cielo e glorificato, avendo così compiuto pienamente la sua missione, egli permane sulla terra, nella sua Chiesa. La redenzione è la sorgente dell'autorità che Cristo, in virtù dello Spirito Santo, esercita sulla Chiesa, Cf Ef 4,11-13. la quale è « il regno di Cristo già presente in mistero ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 3: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 6. La Chiesa « di questo regno costituisce in terra il germe e l'inizio ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 5: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 8.

Dopo l'ascensione, il disegno di Dio è entrato nel suo compimento. Noi siamo già nell'« ultima ora » (1 Gv 2,18). Cf 1 Pt 4,7. « Già dunque è arrivata a noi l'ultima fase dei tempi e la rinnovazione del mondo è stata irrevocabilmente fissata e in un certo modo è realmente anticipata in questo mondo; difatti la Chiesa già sulla terra è adornata di una santità vera, anche se imperfetta ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 48: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 53. Il regno di Cristo manifesta già la sua presenza attraverso i segni miracolosi Cf Mc 16,17-18. che ne accompagnano l'annunzio da parte della Chiesa. Cf Mc 16,20.

...nell’attesa che tutto sia a lui sottomesso

Già presente nella sua Chiesa, il regno di Cristo non è tuttavia ancora compiuto « con potenza e gloria grande » (Lc 21,27) Cf Mt 25,31. mediante la venuta del Re sulla terra. Questo regno è ancora insidiato dalle potenze inique, Cf 2 Ts 2,7. anche se esse sono già state vinte radicalmente dalla pasqua di Cristo. Fino al momento in cui tutto sarà a lui sottomesso, Cf 1 Cor 15,28. « fino a che non vi saranno i nuovi cieli e la terra nuova, nei quali la giustizia ha la sua dimora, la Chiesa pellegrinante, nei suoi sacramenti e nelle sue istituzioni, che appartengono all'età presente, porta la figura fugace di questo mondo, e vive tra le creature, le quali sono in gemito e nel travaglio del parto sino ad ora e attendono la manifestazione dei figli di Dio ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 48: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 53. Per questa ragione i cristiani pregano, soprattutto nell'Eucaristia, 1 Cor 11,26. per affrettare il ritorno di Cristo Cf 2 Pt 3,11-12. dicendogli: « Vieni, Signore » (Ap 22,20). Cf 1 Cor 16,22; Ap 22,17.

Prima dell'ascensione Cristo ha affermato che non era ancora giunto il momento del costituirsi glorioso del regno messianico atteso da Israele, Cf At 1,6-7. regno che doveva portare a tutti gli uomini, secondo i profeti, Cf Is 11,1-9. l'ordine definitivo della giustizia, dell'amore e della pace. Il tempo presente è, secondo il Signore, il tempo dello Spirito e della testimonianza, Cf At 1,8. ma anche un tempo ancora segnato dalla necessità Cf 1 Cor 7,26. e dalla prova del male, Cf Ef 5,16. che non risparmia la Chiesa Cf 1 Pt 4,17. e inaugura i combattimenti degli ultimi tempi. Cf 1 Gv 2,18; 4,3; 1 Tm 4,1. È un tempo di attesa e di vigilanza. Cf Mt 25,1-13; Mc 13,33-37.

La venuta gloriosa di Cristo, speranza di Israele

Dopo l'ascensione, la venuta di Cristo nella gloria è imminente, Cf Ap 22,20. anche se non spetta a noi « conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta » (At 1,7). Cf Mc 13,32. Questa venuta escatologica può compiersi in qualsiasi momento Cf Mt 24,44; 1 Ts 5,2. anche se essa e la prova finale che la precederà sono « impedite ». Cf 2 Ts 2,3-12.

La venuta del Messia glorioso è sospesa in ogni momento della storia Cf Rm 11,31. al riconoscimento di lui da parte di « tutto Israele » (Rm 11,26) Cf Mt 23,39. a causa dell'indurimento di una parte Cf Rm 11,25. nella « mancanza di fede » (Rm 11,20) verso Gesù. San Pietro dice agli Ebrei di Gerusalemme dopo la pentecoste: « Pentitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati e così possano giungere i tempi della consolazione da parte del Signore ed egli mandi quello che vi aveva destinato come Messia, cioè Gesù. Egli dev'essere accolto in cielo fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose, come ha detto Dio fin dall'antichità, per bocca dei suoi santi profeti » (At 3,19-21). E san Paolo gli fa eco: « Se infatti il loro rifiuto ha segnato la riconciliazione del mondo, quale potrà mai essere la loro riammissione se non una risurrezione dai morti? » (Rm 11,15). La partecipazione totale degli Ebrei Cf Rm 11,12. alla salvezza messianica a seguito della parte cipazione totale dei pagani Cf Rm 11,25; Lc 21,24. permetterà al popolo di Dio di arrivare « alla piena maturità di Cristo » (Ef 4,13) nella quale « Dio sarà tutto in tutti » (1 Cor 15,28).

L’ultima prova della Chiesa

Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti. Cf Lc 18,8; Mt 24,12. La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra Cf Lc 21,12; Gv 15,19-20. svelerà il « mistero di iniquità » sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell'apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell'Anti-Cristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l'uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne. Cf 2 Ts 2,4-12; 1 Ts 5,2-3; 2 Gv 7; 1 Gv 2,18.22.

Questa impostura anti-cristica si delinea già nel mondo ogniqualvolta si pretende di realizzare nella storia la speranza messianica che non può essere portata a compimento se non al di là di essa, attraverso il giudizio escatologico; anche sotto la sua forma mitigata, la Chiesa ha rigettato questa falsificazione del regno futuro sotto il nome di millenarismo, Cf Sant'Offizio, Decretum de millenarismo (19 luglio 1944): DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. soprattutto sotto la forma politica di un messianismo secolarizzato « intrinsecamente perverso ». Cf Pio XI, Lett. enc. Divini Redemptoris (19 marzo 1937): AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 29 (1937) su vatican.va — PDF scansionato (1937) 65-106, che condanna « il falso misticismo » di questa « contraffazione della redenzione degli umili » (p. 69); Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 20-21: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1040-1042.

La Chiesa non entrerà nella gloria del Regno che attraverso quest'ultima pasqua, nella quale seguirà il suo Signore nella sua morte e risurrezione. Cf Ap 19,1-9. Il Regno non si compirà dunque attraverso un trionfo storico della Chiesa Cf Ap 13,8. secondo un progresso ascendente, ma attraverso una vittoria di Dio sullo scatenarsi ultimo del male Cf Ap 20,7-10. che farà discendere dal cielo la sua Sposa. Cf Ap 21,2-4. Il trionfo di Dio sulla rivolta del male prenderà la forma dell'ultimo giudizio Cf Ap 20,12. dopo l'ultimo sommovimento cosmico di questo mondo che passa. Cf 2 Pt 3,12-13.

II.Per giudicare i vivi e i morti

In linea con i profeti Cf Dn 7,10; Gl 3-4; Ml 3,19. e con Giovanni Battista Cf Mt 3,7-12. Gesù ha annunziato nella sua predicazione il giudizio dell'ultimo giorno. Allora saranno messi in luce la condotta di ciascuno Cf Mc 12,38-40. e il segreto dei cuori. Cf Lc 12,1-3; Gv 3,20-21; Rm 2,16; 1 Cor 4,5. Allora verrà condannata l'incredulità colpevole che non ha tenuto in alcun conto la grazia offerta da Dio. Cf Mt 11,20-24; 12,41-42. L'atteggiamento verso il prossimo rivelerà l'accoglienza o il rifiuto della grazia e dell'amore divino. Cf Mt 5,22; 7,1-5. Gesù dirà nell'ultimo giorno: « Ogni volta che avete fatto queste cose ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me » (Mt 25,40).

Cristo è Signore della vita eterna. Il pieno diritto di giudicare definitivamente le opere e i cuori degli uomini appartiene a lui in quanto Redentore del mondo. Egli ha « acquisito » questo diritto con la sua croce. Anche il Padre « ha rimesso ogni giudizio al Figlio » (Gv 5,22). Cf Gv 5,27; Mt 25,31; At 10,42; 17,31; 2 Tm 4,1. Ora, il Figlio non è venuto per giudicare, ma per salvare Cf Gv 3,17. e per donare la vita che è in lui. Cf Gv 5,26. È per il rifiuto della grazia nella vita presente che ognuno si giudica già da se stesso, Cf Gv 3,18; 12,48. riceve secondo le sue opere Cf 1 Cor 3,12-15. e può anche condannarsi per l'eternità rifiutando lo Spirito d'amore. Cf Mt 12,32; Eb 6,4-6; 10,26-31.

Cristo Signore regna già attraverso la Chiesa, ma tutte le cose di questo mondo non gli sono ancora sottomesse. Il trionfo del regno di Cristo non avverrà senza un ultimo assalto delle potenze del male.

Nel giorno del giudizio, alla fine del mondo, Cristo verrà nella gloria per dare compimento al trionfo definitivo del bene sul male che, come il grano e la zizzania, saranno cresciuti insieme nel corso della storia.

Cristo glorioso, venendo alla fine dei tempi a giudicare i vivi e i morti, rivelerà la disposizione segreta dei cuori e renderà a ciascun uomo secondo le sue opere e secondo l'accoglienza o il rifiuto della grazia.

« Nessuno può dire: "Gesù è Signore" se non sotto l'azione dello Spirito Santo » (1 Cor 12,3). « Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! » (Gal 4,6). Questa conoscenza di fede è possibile solo nello Spirito Santo. Per essere in contatto con Cristo, bisogna dapprima essere stati toccati dallo Spirito Santo. È lui che ci precede e suscita in noi la fede. In forza del nostro Battesimo, primo sacramento della fede, la vita, che ha la sua sorgente nel Padre e ci è offerta nel Figlio, ci viene comunicata intimamente e personalmente dallo Spirito Santo nella Chiesa:

Il Battesimo « ci accorda la grazia della nuova nascita in Dio Padre per mezzo del Figlio suo nello Spirito Santo. Infatti coloro che hanno lo Spirito di Dio sono condotti al Verbo, ossia al Figlio; ma il Figlio li presenta al Padre, e il Padre procura loro l'incorruttibilità. Dunque, senza lo Spirito, non è possibile vedere il Figlio di Dio, e, senza il Figlio, nessuno può avvicinarsi al Padre, perché la conoscenza del Padre è il Figlio, e la conoscenza del Figlio di Dio avviene per mezzo dello Spirito Santo ». Sant'Ireneo di Lione, Demonstratio praedicationis apostolicae, 7: SC — Sources chrétiennes.

Lo Spirito Santo con la sua grazia è il primo nel destare la nostra fede e nel suscitare la vita nuova che consiste nel conoscere il Padre e colui che ha mandato, Gesù Cristo. Cf Gv 17,3. Tuttavia è l'ultimo nella rivelazione delle Persone della Santa Trinità. San Gregorio Nazianzeno, « il Teologo », spiega questa progressione con la pedagogia della « condiscendenza » divina:

« L'Antico Testamento proclamava chiaramente il Padre, più oscuramente il Figlio. Il Nuovo ha manifestato il Figlio, ha fatto intravvedere la divinità dello Spirito. Ora lo Spirito ha diritto di cittadinanza in mezzo a noi e ci accorda una visione più chiara di se stesso. Infatti non era prudente, quando non si professava ancora la divinità del Padre, proclamare apertamente il Figlio e, quando non era ancora ammessa la divinità del Figlio, aggiungere lo Spirito Santo come un fardello supplementare, per usare un'espressione un po' ardita. [...] Solo attraverso un cammino di avanzamento e di progresso "di gloria in gloria", la luce della Trinità sfolgorerà in più brillante trasparenza ». San Gregorio Nazianzeno, Oratio 31 (Theologica 5), 26: SC — Sources chrétiennes (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)).

Credere nello Spirito Santo significa dunque professare che lo Spirito Santo è una delle Persone della Santa Trinità, consostanziale al Padre e al Figlio, « con il Padre e il Figlio adorato e glorificato ». Simbolo niceno-costantinopolitano: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. Per questo motivo si è trattato del mistero divino dello Spirito Santo nella « teologia » trinitaria. Qui, dunque, si considererà lo Spirito Santo solo nell'« economia » divina.

Lo Spirito Santo è all'opera con il Padre e il Figlio dall'inizio al compimento del disegno della nostra salvezza. Tuttavia è solo negli « ultimi tempi », inaugurati con l'incarnazione redentrice del Figlio, che egli viene rivelato e donato, riconosciuto e accolto come Persona. Allora questo disegno divino, compiuto in Cristo, « Primogenito » e Capo della nuova creazione, potrà realizzarsi nell'umanità con l'effusione dello Spirito: la Chiesa, la comunione dei santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne, la vita eterna.

8.«Credo nello Spirito Santo»

« I segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio » (1 Cor 2,11). Ora, il suo Spirito, che lo rivela, ci fa conoscere Cristo, suo Verbo, sua Parola vivente, ma non manifesta se stesso. Colui che « ha parlato per mezzo dei profeti » Simbolo niceno-costantinopolitano: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. ci fa udire la parola del Padre. Lui, però, non lo sentiamo. Non lo conosciamo che nel movimento in cui ci rivela il Verbo e ci dispone ad accoglierlo nella fede. Lo Spirito di verità che ci svela Cristo non parla da sé. Cf Gv 16,13. Un tale annientamento, propriamente divino, spiega il motivo per cui « il mondo non può ricevere » lo Spirito, « perché non lo vede e non lo conosce » (Gv 14,17), mentre coloro che credono in Cristo lo conoscono perché dimora presso di loro.

La Chiesa, comunione vivente nella fede degli Apostoli che essa trasmette, è il luogo della nostra conoscenza dello Spirito Santo: — nelle Scritture, che egli ha ispirato; — nella Tradizione, di cui i Padri della Chiesa sono i testimoni sempre attuali; — nel Magistero della Chiesa, che egli assiste; — nella liturgia sacramentale, attraverso le sue parole e i suoi simboli, in cui lo Spirito Santo ci mette in comunione con Cristo; — nella preghiera, nella quale intercede per noi; — nei carismi e nei ministeri per mezzo dei quali si edifica la Chiesa; — nei segni di vita apostolica e missionaria; — nella testimonianza dei santi, in cui egli manifesta la sua santità e continua l'opera della salvezza.

I.La missione congiunta del Figlio e dello Spirito

Colui che il Padre ha mandato nei nostri cuori, lo Spirito del suo Figlio, Cf Gal 4,6. è realmente Dio. Consostanziale al Padre e al Figlio, ne è inseparabile, tanto nella vita intima della Trinità quanto nel suo dono d'amore per il mondo. Ma adorando la Santissima Trinità, vivificante, consostanziale e indivisibile, la fede della Chiesa professa anche la distinzione delle Persone. Quando il Padre invia il suo Verbo, invia sempre il suo Soffio: missione congiunta in cui il Figlio e lo Spirito Santo sono distinti ma inseparabili. Certo, è Cristo che appare, egli, l'immagine visibile del Dio invisibile, ma è lo Spirito Santo che lo rivela.

Gesù è Cristo, « unto », perché lo Spirito ne è l'unzione, e tutto ciò che avviene a partire dall'incarnazione sgorga da questa pienezza. Cf Gv 3,34. Infine, quando Cristo è glorificato, Cf Gv 7,39. può, a sua volta, dal Padre, inviare lo Spirito a coloro che credono in lui: comunica loro la sua gloria, Cf Gv 17,22. cioè lo Spirito Santo che lo glorifica. Cf Gv 16,14. La missione congiunta si dispiegherà da allora in poi nei figli adottati dal Padre nel corpo del suo Figlio: la missione dello Spirito di adozione sarà di unirli a Cristo e di farli vivere in lui:

« La nozione di unzione suggerisce [...] che non c'è alcuna distanza tra il Figlio e lo Spirito. Infatti, come tra la superficie del corpo e l'unzione dell'olio né la ragione né la sensazione conoscono intermediari, così è immediato il contatto del Figlio con lo Spirito; di conseguenza colui che sta per entrare in contatto con il Figlio mediante la fede, deve necessariamente dapprima entrare in contatto con l'olio. Nessuna parte infatti è priva dello Spirito Santo. Ecco perché la confessione della signoria del Figlio avviene nello Spirito Santo per coloro che la ricevono, dato che lo Spirito Santo viene da ogni parte incontro a coloro che si approssimano per la fede ». San Gregorio di Nissa, Adversus Macedonianos de Spiritu Sancto, 16: Gregorii Nysseni opera, ed. W. Jaeger-H. Langerbeck, v. 31 (Leiden 1958) p. 102-103 (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)).

II.Il nome, gli appellativi e i simboli dello Spirito Santo

Il nome proprio dello Spirito Santo

« Spirito Santo », tale è il nome proprio di colui che noi adoriamo e glorifichiamo con il Padre e il Figlio. La Chiesa lo ha ricevuto dal Signore e lo professa nel Battesimo dei suoi nuovi figli. Cf Mt 28,19. Il termine « Spirito » traduce il termine ebraico Ruah, che nel suo senso primario significa soffio, aria, vento. Gesù utilizza proprio l'immagine sensibile del vento per suggerire a Nicodemo la novità trascendente di colui che è il Soffio di Dio, lo Spirito divino in persona. Cf Gv 3,5-8. D'altra parte, Spirito e Santo sono attributi divini comuni alle tre Persone divine. Ma, congiungendo i due termini, la Scrittura, la liturgia e il linguaggio teologico designano la Persona ineffabile dello Spirito Santo, senza possibilità di equivoci con gli altri usi dei termini « spirito » e « santo ».

Gli appellativi dello Spirito Santo

Gesù, quando annunzia e promette la venuta dello Spirito Santo, lo chiama Paráclito, letteralmente: « Colui che è chiamato vicino », « advocatus » (Gv 14,16.26; 15,26; 16,7). Paráclito viene abitualmente tradotto « Consolatore », essendo Gesù il primo consolatore. Cf 1 Gv 2,1 (paráklêton). Il Signore stesso chiama lo Spirito Santo « Spirito di verità » (Gv 16,13).

Oltre al suo nome proprio, che è il più usato negli Atti degli Apostoli e nelle Lettere, in san Paolo troviamo gli appellativi: « Spirito [...] promesso » (Ef 1,13; Gal 3,14), « Spirito da figli adottivi » (Rm 8,15; Gal 4,6), « Spirito di Cristo » (Rm 8,9), « Spirito del Signore » (2 Cor 3,17), « Spirito di Dio » (Rm 8,9.14; 15,19; 1 Cor 6,11; 7,40) e, in san Pietro, « Spirito della gloria » (1 Pt 4,14).

I simboli dello Spirito Santo

L'acqua. Il simbolismo dell'acqua significa l'azione dello Spirito Santo nel Battesimo, poiché dopo l'invocazione dello Spirito Santo essa diviene il segno sacramentale efficace della nuova nascita: come la gestazione della nostra prima nascita si è operata nell'acqua, allo stesso modo l'acqua battesimale significa realmente che la nostra nascita alla vita divina ci è donata nello Spirito Santo. Ma, « battezzati in un solo Spirito », noi « ci siamo » anche « abbeverati a un solo Spirito » (1 Cor 12,13): lo Spirito, dunque, è anche personalmente l'Acqua viva che scaturisce da Cristo crocifisso come dalla sua sorgente Cf Gv 19,34; 1 Gv 5,8. e che in noi zampilla per la vita eterna. Cf Gv 4,10-14; 7,38; Es 17,1-6; Is 55,1; Zc 14,8; 1 Cor 10,4; Ap 21,6; 22,17.

L'unzione. Il simbolismo dell'unzione con l'olio è talmente significativo dello Spirito Santo da divenirne il sinonimo. Cf 1 Gv 2,20.27; 2 Cor 1,21. Nell'iniziazione cristiana essa è il segno sacramentale della Confermazione, chiamata giustamente nelle Chiese d'Oriente « Crismazione ». Ma per coglierne tutta la forza, bisogna tornare alla prima unzione compiuta dallo Spirito Santo: quella di Gesù. Cristo (« Messia » in ebraico) significa « unto » dallo Spirito di Dio. Nell'Antica Alleanza ci sono stati alcuni « unti » del Signore, Cf Es 30,22-32. primo fra tutti il re Davide. Cf 1 Sam 16,13. Ma Gesù è l'unto di Dio in una maniera unica: l'umanità che il Figlio assume è totalmente « unta di Spirito Santo ». Gesù è costituito « Cristo » dallo Spirito Santo. Cf Lc 4,18-19; Is 61,1. La Vergine Maria concepisce Cristo per opera dello Spirito Santo, il quale, attraverso l'angelo, lo annunzia come Cristo fin dalla nascita Cf Lc 2,11. e spinge Simeone ad andare al Tempio per vedere il Cristo del Signore; Cf Lc 2,26-27. è lui che ricolma Cristo, Cf Lc 4,1. è sua la forza che esce da Cristo negli atti di guarigione e di risanamento. Cf Lc 6,19; 8,46. È lui, infine, che risuscita Cristo dai morti. Cf Rm 1,4; 8,11. Allora, costituito pienamente « Cristo » nella sua umanità vittoriosa della morte, Cf At 2,36. Gesù effonde a profusione lo Spirito Santo, finché « i santi » costituiranno, nella loro unione all'umanità del Figlio di Dio, l'« uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo » (Ef 4,13): « il Cristo totale », secondo l'espressione di sant'Agostino. Sant'Agostino, Sermo 341, 1, 1: PL — Patrologia latina (J.P. Migne); Ibid. 9, 11: PL — Patrologia latina (J.P. Migne).

Il fuoco. Mentre l'acqua significava la nascita e la fecondità della vita donata nello Spirito Santo, il fuoco simbolizza l'energia trasformante degli atti dello Spirito Santo. Il profeta Elia, che « sorse simile al fuoco » e la cui « parola bruciava come fiaccola » (Sir 48,1), con la sua preghiera attira il fuoco del cielo sul sacrificio del monte Carmelo, Cf 1 Re 18,38-39. figura del fuoco dello Spirito Santo che trasforma ciò che tocca. Giovanni Battista, che cammina innanzi al Signore è « con lo spirito e la forza di Elia » (Lc 1,17), annunzia Cristo come colui che « battezzerà in Spirito Santo e fuoco » (Lc 3,16), quello Spirito di cui Gesù dirà: « Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! » (Lc 12,49). È sotto la forma di « lingue come di fuoco » che lo Spirito Santo si posa sui discepoli il mattino di pentecoste e li riempie di sé. Cf At 2,3-4. La tradizione spirituale riterrà il simbolismo del fuoco come uno dei più espressivi dell'azione dello Spirito Santo: Cf San Giovanni della Croce, Llama de amor viva: Biblioteca Mística Carmelitana, v. 13 (Burgos 1931) p. 1-102; 103-213. « Non spegnete lo Spirito » (1 Ts 5,19).

La nube e la luce. Questi due simboli sono inseparabili nelle manifestazioni dello Spirito Santo. Fin dalle teofanie dell'Antico Testamento, la nube, ora oscura, ora luminosa, rivela il Dio vivente e salvatore, velando la trascendenza della sua gloria: con Mosè sul monte Sinai, Cf Es 24,15-18. presso la tenda del convegno Cf Es 33,9-10. e durante il cammino nel deserto; Cf Es 40,36-38; 1 Cor 10,1-2. con Salomone al momento della dedicazione del Tempio. Cf 1 Re 8,10-12. Ora, queste figure sono portate a compimento da Cristo nello Spirito Santo. È questi che scende sulla Vergine Maria e su di lei stende la « sua ombra », affinché ella concepisca e dia alla luce Gesù. Cf Lc 1,35. Sulla montagna della trasfigurazione è lui che viene nella nube che avvolge Gesù, Mosè e Elia, Pietro, Giacomo e Giovanni, e « dalla nube » esce una voce che dice: « Questi è il mio Figlio, l'eletto; ascoltatelo » (Lc 9,35). Infine, è la stessa nube che sottrae Gesù allo sguardo dei discepoli il giorno dell'ascensione Cf At 1,9. e che lo rivelerà Figlio dell'uomo nella sua gloria il giorno della sua venuta. Cf Lc 21,27.

Il sigillo è un simbolo vicino a quello dell'unzione. Infatti su Cristo «Dio ha messo il suo sigillo» (Gv 6,27), e in lui il Padre segna anche noi con il suo sigillo. Cf 2 Cor 1,22; Ef 1,13; 4,30. Poiché indica l'effetto indelebile dell'unzione dello Spirito Santo nei sacramenti del Battesimo, della Confermazione e dell'Ordine, l'immagine del sigillo (sphragis), è stata utilizzata in certe tradizioni teologiche per esprimere il « carattere » indelebile impresso da questi tre sacramenti che non possono essere ripetuti.

La mano. Imponendo le mani Gesù guarisce i malati Cf Mc 6,5; 8,23. e benedice i bambini. Cf Mc 10,16. Nel suo nome, gli Apostoli compiranno gli stessi gesti. Cf Mc 16,18; At 5,12; 14,3. Ancor di più, è mediante l'imposizione delle mani da parte degli Apostoli che viene donato lo Spirito Santo. Cf At 8,17-19; 13,3; 19,6. La lettera agli Ebrei mette l'imposizione delle mani tra gli « articoli fondamentali » del suo insegnamento. Cf Eb 6,2. La Chiesa ha conservato questo segno dell'effusione onnipotente dello Spirito Santo nelle epiclesi sacramentali.

Il dito. « Con il dito di Dio » Gesù scaccia « i demoni ». Cf Lc 11,20. Se la Legge di Dio è stata scritta su tavole di pietra « dal dito di Dio » (Es 31,18), « la lettera di Cristo », affidata alle cure degli Apostoli, è « scritta con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei [...] cuori » (2 Cor 3,3). L'inno « Veni, Creator Spiritus » invoca lo Spirito Santo come « dexterae Dei tu digitus - dito della mano di Dio ». Domenica di Pentecoste, Inno ai I e II Vespri: Liturgia delle Ore, v. 2 (Libreria Editrice Vaticana 1981) p. 919 e 942.

La colomba. Alla fine del diluvio (il cui simbolismo riguarda il Battesimo), la colomba fatta uscire da Noè torna, portando nel becco un freschissimo ramoscello d'ulivo, segno che la terra è di nuovo abitabile. Cf Gn 8,8-12. Quando Cristo risale dall'acqua del suo battesimo, lo Spirito Santo, sotto forma di colomba, scende su di lui e in lui rimane. Cf Mt 3,16 e par. Lo Spirito scende e prende dimora nel cuore purificato dei battezzati. In alcune chiese, la santa Riserva eucaristica è conservata in una custodia metallica a forma di colomba (il columbarium) appesa al di sopra dell'altare. Il simbolo della colomba per indicare lo Spirito Santo è tradizionale nell'iconografia cristiana.

III.Lo Spirito e la Parola di Dio nel tempo delle promesse

Dalle origini fino alla « pienezza del tempo », Cf Gal 4,4. la missione congiunta del Verbo e dello Spirito del Padre rimane nascosta, ma è all'opera. Lo Spirito di Dio va preparando il tempo del Messia, e l'uno e l'altro, pur non essendo ancora pienamente rivelati, vi sono già promessi, affinché siano attesi e accolti al momento della loro manifestazione. Per questo, quando la Chiesa legge l'Antico Testamento, Cf 2 Cor 3,14. vi cerca Cf Gv 5,39.46. ciò che lo Spirito, « che ha parlato per mezzo dei profeti », Simbolo niceno-costantinopolitano: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. vuole dirci di Cristo. Con il termine « profeti » la fede della Chiesa intende in questo caso tutti coloro che furono ispirati dallo Spirito Santo nel vivo annuncio e nella redazione dei Libri Sacri, sia dell'Antico sia del Nuovo Testamento. La tradizione ebraica distingue la Legge (i primi cinque libri o Pentateuco), i Profeti (corrispondenti ai nostri libri detti storici e profetici) e gli Scritti (soprattutto sapienziali, in particolare i Salmi). Cf Lc 24,44.

Nella creazione

La Parola di Dio e il suo Soffio sono all'origine dell'essere e della vita di ogni creatura: Cf Sal 33,6; 104,30; Gn 1,2; 2,7; Qo 3,20-21; Ez 37,10.

« È proprio dello Spirito Santo governare, santificare e animare la creazione, perché egli è Dio consostanziale al Padre e al Figlio [...]. Egli ha potere sulla vita, perché, essendo Dio, custodisce la creazione nel Padre per mezzo del Figlio ». Ufficio delle Ore bizantino. Mattutino della Domenica del modo secondo, Antifone 1 e 2: Paraklêtikês (Roma 1885) p. 107.

« Quanto all'uomo, Dio l'ha plasmato con le sue proprie mani [cioè il Figlio e lo Spirito Santo] [...] e sulla carne plasmata disegnò la sua propria forma, in modo che anche ciò che era visibile portasse la forma divina ». Sant'Ireneo di Lione, Demonstratio praedicationis apostolicae, 11: SC — Sources chrétiennes.

Lo Spirito della Promessa

Sfigurato dal peccato e dalla morte, l'uomo rimane « a immagine di Dio », a immagine del Figlio, ma è privo « della gloria di Dio », Cf Rm 3,23. della « somiglianza ». La Promessa fatta ad Abramo inaugura l'Economia della salvezza, al termine della quale il Figlio stesso assumerà « l'immagine » Cf Gv 1,14; Fil 2,7. e la restaurerà nella « somiglianza » con il Padre, ridonandole la gloria, lo Spirito « che dà la vita ».

Contro ogni speranza umana, Dio promette ad Abramo una discendenza, come frutto della fede e della potenza dello Spirito Santo. Cf Gn 18,1-15; Lc 1,26-38.54-55; Gv 1,12-13; Rm 4,16-21. In essa saranno benedetti tutti i popoli della terra. Cf Gn 12,3. Questa discendenza sarà Cristo, Cf Gal 3,16. nel quale l'effusione dello Spirito Santo riunirà insieme i figli di Dio che erano dispersi. Cf Gv 11,52. Impegnandosi con giuramento, Cf Lc 1,73. Dio si impegna già al dono del suo Figlio Prediletto Cf Gn 22,17-18; Rm 8,32; Gv 3,16. e al dono dello Spirito della Promessa che prepara la redenzione del popolo che Dio si è acquistato. Cf Ef 1,13-14; Gal 3,14.

Nelle teofanie e nella Legge

Le teofanie (manifestazioni di Dio) illuminano il cammino della Promessa, dai patriarchi a Mosè e da Giosuè fino alle visioni che inaugurano la missione dei grandi profeti. La tradizione cristiana ha sempre riconosciuto che in queste teofanie si lasciava vedere e udire il Verbo di Dio, ad un tempo rivelato e « adombrato » nella nube dello Spirito Santo.

Questa pedagogia di Dio appare specialmente nel dono della Legge, Cf Es 19-20; Dt 1-11; 29-30. la quale è stata donata come un « pedagogo » per condurre il popolo a Cristo. Cf Gal 3,24. Tuttavia, la sua impotenza a salvare l'uomo, privo della « somiglianza » divina, e l'accresciuta conoscenza del peccato che da essa deriva Cf Rm 3,20. suscitano il desiderio dello Spirito Santo. I gemiti dei salmi lo testimoniano.

Nel regno e nell’esilio

La Legge, segno della Promessa e dell'Alleanza, avrebbe dovuto reggere il cuore e le istituzioni del popolo nato dalla fede di Abramo. « Se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa » (Es 19,5-6). Cf 1 Pt 2,9. Ma, dopo Davide, Israele cede alla tentazione di divenire un regno come le altre nazioni. Ora il regno, oggetto della promessa fatta a Davide, Cf 2 Sam 7; Sal 89; Lc 1,32-33. sarà opera dello Spirito Santo e apparterrà ai poveri secondo lo Spirito.

La dimenticanza della Legge e l'infedeltà all'Alleanza conducono alla morte: è l'esilio, apparente smentita delle promesse, di fatto misteriosa fedeltà del Dio salvatore e inizio della restaurazione promessa, ma secondo lo Spirito. Era necessario che il popolo di Dio subisse questa purificazione; Cf Lc 24,26. l'esilio immette già l'ombra della croce nel disegno di Dio, e il resto dei poveri che ritorna dall'esilio è una delle figure più trasparenti della Chiesa.

L’attesa del Messia e del suo Spirito

« Ecco, faccio una cosa nuova » (Is 43,19). Cominciano a delinearsi due linee profetiche, fondate l'una sull'attesa del Messia, l'altra sull'annunzio di uno Spirito nuovo; esse convergono sul piccolo « resto », il popolo dei poveri, Cf Sof 2,3. che attende nella speranza il « conforto d'Israele » e la « redenzione di Gerusalemme » (Lc 2,25.38). Si è visto precedentemente come Gesù compia le profezie che lo riguardano. Qui ci si limita a quelle in cui è più evidente la relazione fra il Messia e il suo Spirito.

I tratti del volto del Messia atteso cominciano a emergere nel Libro dell'Emmanuele Cf Is 6-12. (quando « Isaia [...] vide la gloria » di Cristo: Gv 12,41), in particolare in Is 11,1-2:

« Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore ».

I tratti del Messia sono rivelati soprattutto nei canti del Servo. Cf Is 42,1-9; Mt 12,18-21; Gv 1,32-34, e anche Is 49,16; Mt 3,17; Lc 2,32, e infine Is 50,4-10 e 52,13-15; 53,12. Questi canti annunziano il significato della passione di Gesù, e indicano così in quale modo egli avrebbe effuso lo Spirito Santo per vivificare la moltitudine: non dall'esterno, ma assumendo la nostra « condizione di servi » (Fil 2,7). Prendendo su di sé la nostra morte, può comunicarci il suo Spirito di vita.

Per questo Cristo inaugura l'annunzio della Buona Novella facendo suo questo testo di Isaia (Lc 4,18-19): Cf Is 61,1-2.

« Lo Spirito del Signore è sopra di me, per questo mi ha consacrato con l'unzione e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore ».

I testi profetici concernenti direttamente l'invio dello Spirito Santo sono oracoli in cui Dio parla al cuore del suo popolo nel linguaggio della Promessa, con gli accenti dell'amore e della fedeltà, Cf Ez 11,19; 36,25-28; 37,1-14; Ger 31,31-34; Gl 3,1-5. il cui compimento san Pietro proclamò il mattino di pentecoste. Cf At 2,17-21. Secondo queste promesse, negli « ultimi tempi », lo Spirito del Signore rinnoverà il cuore degli uomini scrivendo in essi una Legge nuova; radunerà e riconcilierà i popoli dispersi e divisi; trasformerà la primitiva creazione e Dio vi abiterà con gli uomini nella pace.

Il popolo dei « poveri », Cf Sof 2,3; Sal 22,27; 34,3; Is 49,13; 61,1; ecc. gli umili e i miti, totalmente abbandonati ai disegni misteriosi del loro Dio, coloro che attendono la giustizia, non degli uomini ma del Messia, è alla fine la grande opera della missione nascosta dello Spirito Santo durante il tempo delle promesse per preparare la venuta di Cristo. È il loro cuore, purificato e illuminato dallo Spirito, che si esprime nei salmi. In questi poveri, lo Spirito prepara al Signore « un popolo ben disposto » (Lc 1,17).

IV.Lo Spirito di Cristo nella pienezza del tempo

Giovanni, Precursore, Profeta e Battista

« Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni » (Gv 1,6). Giovanni è riempito «di Spirito Santo fin dal seno di sua madre » (Lc 1,15) Cf Lc 1,41. da Cristo stesso che la Vergine Maria aveva da poco concepito per opera dello Spirito Santo. La «visitazione » di Maria ad Elisabetta diventa così visita di Dio al suo popolo. Cf Lc 1,68.

Giovanni è « quell'Elia che deve venire »: Cf Mt 17,10-13. il fuoco dello Spirito abita in lui e lo fa «correre avanti» (come «precursore») al Signore che viene. In Giovanni il Precursore, lo Spirito Santo termina di « preparare al Signore un popolo ben disposto » (Lc 1,17).

Giovanni è « più che un profeta ». Cf Lc 7,26. In lui lo Spirito Santo termina di « parlare per mezzo dei profeti ». Giovanni chiude il ciclo dei profeti inaugurato da Elia. Cf Mt 11,13-14. Egli annunzia che la consolazione di Israele è prossima; è la « voce » del Consolatore che viene. Cf Gv 1,23; Is 40,1-3. Come farà lo Spirito di verità, egli viene « come testimone per rendere testimonianza alla Luce » (Gv 1,7). Cf Gv 15,26; 5,33. In Giovanni, lo Spirito compie così le « indagini dei profeti » e il « desiderio » degli angeli: Cf 1 Pt 1,10-12. « L'uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo. E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio. [...] Ecco l'Agnello di Dio » (Gv 1,33-36).

Infine, con Giovanni Battista lo Spirito Santo inaugura, prefigurandolo, ciò che realizzerà con Cristo e in Cristo: ridonare all'uomo « la somiglianza » divina. Il battesimo di Giovanni era per la conversione, quello nell'acqua e nello Spirito sarà una nuova nascita. Cf Gv 3,5.

«Gioisci, piena di grazia»

Maria, la santissima Madre di Dio, sempre Vergine, è il capolavoro della missione del Figlio e dello Spirito nella pienezza del tempo. Per la prima volta nel disegno della salvezza e perché il suo Spirito l'ha preparata, il Padre trova la Dimora dove il suo Figlio e il suo Spirito possono abitare tra gli uomini. In questo senso la Tradizione della Chiesa ha spesso letto riferendoli a Maria i più bei testi sulla Sapienza: Cf Prv 8,1-9,6; Sir 24. Maria è cantata e rappresentata nella liturgia come «Sede della Sapienza». In lei cominciano a manifestarsi le « meraviglie di Dio », che lo Spirito compirà in Cristo e nella Chiesa.

Lo Spirito Santo ha preparato Maria con la sua grazia. Era conveniente che fosse « piena di grazia » la Madre di colui nel quale « abita corporalmente tutta la pienezza della divinità » (Col 2,9). Per pura grazia ella è stata concepita senza peccato come la creatura più umile e più capace di accogliere il Dono ineffabile dell'Onnipotente. A giusto titolo l'angelo Gabriele la saluta come la « Figlia di Sion »: « Gioisci ». Cf Sof 3,14; Zc 2,14. È il rendimento di grazie di tutto il popolo di Dio, e quindi della Chiesa, che Maria eleva al Padre, nello Spirito, nel suo cantico, Cf Lc 1,46-55. quando ella porta in sé il Figlio eterno.

In Maria, lo Spirito Santo realizza il disegno misericordioso del Padre. È per opera dello Spirito che la Vergine concepisce e dà alla luce il Figlio di Dio. La sua verginità diventa fecondità unica in virtù della potenza dello Spirito e della fede. Cf Lc 1,26-38; Rm 4,18-21; Gal 4,26-28.

In Maria, lo Spirito Santo manifesta il Figlio del Padre divenuto Figlio della Vergine. Ella è il roveto ardente della teofania definitiva: ricolma di Spirito Santo, mostra il Verbo nell'umiltà della sua carne ed è ai poveri Cf Lc 2,15-19. e alle primizie dei popoli Cf Mt 2,11. che lo fa conoscere.

Infine, per mezzo di Maria, lo Spirito Santo comincia a mettere in comunione con Cristo gli uomini, oggetto dell'amore misericordioso di Dio. Cf Lc 2,14. Gli umili sono sempre i primi a ricerverlo: i pastori, i magi, Simeone e Anna, gli sposi di Cana e i primi discepoli.

Al termine di questa missione dello Spirito, Maria diventa la « Donna », nuova Eva, « Madre dei viventi », Madre del « Cristo totale ». Cf Gv 19,25-27. In quanto tale, ella è presente con i Dodici, « assidui e concordi nella preghiera » (At 1,14), all'alba degli « ultimi tempi » che lo Spirito inaugura il mattino di pentecoste manifestando la Chiesa.

Gesù Cristo

Tutta la missione del Figlio e dello Spirito Santo nella pienezza del tempo è racchiusa nel fatto che il Figlio è l'Unto dello Spirito del Padre dal momento dell'incarnazione: Gesù è Cristo, il Messia. Tutto il secondo articolo del Simbolo della fede deve essere letto in questa luce. L'intera opera di Cristo è missione congiunta del Figlio e dello Spirito Santo. Qui si menzionerà soltanto ciò che concerne la promessa dello Spirito Santo da parte di Gesù e il dono dello Spirito da parte del Signore glorificato.

Gesù rivela in pienezza lo Spirito Santo solo dopo che è stato egli stesso glorificato con la sua morte e risurrezione. Tuttavia, lo lascia gradualmente intravvedere anche nel suo insegnamento alle folle, quando rivela che la sua carne sarà cibo per la vita del mondo. Cf Gv 6, 27.51.62-63. Inoltre lo lascia intuire a Nicodemo, Cf Gv 3,5-8. alla Samaritana Cf Gv 4,10.14.23-24. e a coloro che partecipano alla festa delle Capanne. Cf Gv 7,37-39. Ai suoi discepoli ne parla apertamente a proposito della preghiera Cf Lc 11,13. e della testimonianza che dovranno dare. Cf Mt 10,19-20.

Solo quando giunge l'Ora in cui sarà glorificato, Gesù promette la venuta dello Spirito Santo, poiché la sua morte e la sua risurrezione saranno il compimento della Promessa fatta ai Padri: Cf Gv 14,16-17.26; 15,26; 16,7-15; 17,26. lo Spirito di verità, l'altro Paráclito, sarà donato dal Padre per la preghiera di Gesù; sarà mandato dal Padre nel nome di Gesù; Gesù lo invierà quando sarà presso il Padre, perché è uscito dal Padre. Lo Spirito Santo verrà, noi lo conosceremo, sarà con noi per sempre, dimorerà con noi; ci insegnerà ogni cosa e ci ricorderà tutto ciò che Cristo ci ha detto e gli renderà testimonianza; ci condurrà alla verità tutta intera e glorificherà Cristo; convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio.

Infine viene l'Ora di Gesù: Cf Gv 13,1; 17,1. Gesù consegna il suo spirito nelle mani del Padre Cf Lc 23,46; Gv 19,30. nel momento in cui con la sua morte vince la morte, in modo che, « risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre » (Rm 6,4), egli dona subito lo Spirito Santo « alitando » sui suoi discepoli. Cf Gv 20,22. A partire da questa Ora, la missione di Cristo e dello Spirito diviene la missione della Chiesa: « Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi » (Gv 20,21). Cf Mt 28,19; Lc 24,47-48; At 1,8.

V.Lo Spirito e la Chiesa negli ultimi tempi

La pentecoste

Il giorno di pentecoste (al termine delle sette settimane pasquali), la pasqua di Cristo si compie nell'effusione dello Spirito Santo, che è manifestato, donato e comunicato come Persona divina: dalla sua pienezza Cristo Signore effonde a profusione lo Spirito. Cf At 2,33-36.

In questo giorno è pienamente rivelata la Santissima Trinità. Da questo giorno, il Regno annunziato da Cristo è aperto a coloro che credono in lui: nell'umiltà della carne e nella fede, essi partecipano già alla comunione della Santissima Trinità. Con la sua venuta, che non ha fine, lo Spirito Santo introduce il mondo negli « ultimi tempi », il tempo della Chiesa, il Regno già ereditato, ma non ancora compiuto:

« Abbiamo visto la vera Luce, abbiamo ricevuto lo Spirito celeste, abbiamo trovato la vera fede: adoriamo la Trinità indivisibile, perché ci ha salvati ». Ufficio delle Ore bizantino. Vespri di Pentecoste, Stico 4: Pentekostárion (Roma 1884) p. 390.

Lo Spirito Santo – il Dono di Dio

« Dio è amore » (1 Gv 4,8.16) e l'amore è il primo dono, quello che contiene tutti gli altri. Questo amore, Dio l'ha « riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato » (Rm 5,5).

Poiché noi siamo morti, o, almeno, feriti per il peccato, il primo effetto del dono dell'amore è la remissione dei nostri peccati. È « la comunione dello Spirito Santo » (2 Cor 13,13) che nella Chiesa ridona ai battezzati la somiglianza divina perduta a causa del peccato.

Egli dona allora la « caparra » o le « primizie » della nostra eredità; Cf Rm 8,23; 2 Cor 1,22. la vita stessa della Santissima Trinità che consiste nell'amare come egli ci ha amati. Cf 1 Gv 4,11-12. Questo amore (la carità di 1 Cor 13) è il principio della vita nuova in Cristo, resa possibile dal fatto che abbiamo « forza dallo Spirito Santo » (At 1,8).

È per questa potenza dello Spirito che i figli di Dio possono portare frutto. Colui che ci ha innestati sulla vera Vite, farà sì che portiamo il frutto dello Spirito che « è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé » (Gal 5,22-23). Lo Spirito è la nostra vita; quanto più rinunciamo a noi stessi, Cf Mt 16,24-26. tanto più lo Spirito fa che anche operiamo. Cf Gal 5,25.

« Con lo Spirito Santo, che rende spirituali, c'è la riammissione al paradiso, il ritorno alla condizione di figlio, il coraggio di chiamare Dio Padre, il diventare partecipe della grazia di Cristo, l'essere chiamato figlio della luce, il condividere la gloria eterna ». San Basilio Magno, Liber de Spiritu Sancto, 15, 36: SC — Sources chrétiennesbis, 370 (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)).

Lo Spirito Santo e la Chiesa

La missione di Cristo e dello Spirito Santo si compie nella Chiesa, corpo di Cristo e tempio dello Spirito Santo. Questa missione congiunta associa ormai i seguaci di Cristo alla sua comunione con il Padre nello Spirito Santo: lo Spirito prepara gli uomini, li previene con la sua grazia per attirarli a Cristo. Manifesta loro il Signore risorto, ricorda loro la sua parola, apre il loro spirito all'intelligenza della sua morte e risurrezione. Rende loro presente il mistero di Cristo, soprattutto nell'Eucaristia, al fine di riconciliarli e di metterli in comunione con Dio perché portino « molto frutto ». Cf Gv 15,5.8.16.

In questo modo la missione della Chiesa non si aggiunge a quella di Cristo e dello Spirito Santo, ma ne è il sacramento: con tutto il suo essere e in tutte le sue membra essa è inviata ad annunziare e testimoniare, attualizzare e diffondere il mistero della comunione della Santa Trinità (sarà questo l'argomento del prossimo articolo):

« Noi tutti che abbiamo ricevuto l'unico e medesimo spirito, cioè lo Spirito Santo, siamo uniti tra di noi e con Dio. Infatti, sebbene, presi separatamente, siamo in molti e in ciascuno di noi Cristo faccia abitare lo Spirito del Padre e suo, tuttavia unico e indivisibile è lo Spirito. Egli riunisce nell'unità spiriti che tra loro sono distinti [...] e fa di tutti in se stesso un'unica e medesima cosa. Come la potenza della santa umanità di Cristo rende concorporei coloro nei quali si trova, allo stesso modo l'unico e indivisibile Spirito di Dio che abita in tutti conduce tutti all'unità spirituale ». San Cirillo di Alessandria, Commentarius in Iohannem, 11, 11: PG — Patrologia graeca (J.P. Migne).

Poiché lo Spirito Santo è l'unzione di Cristo, è Cristo, Capo del corpo, a diffonderlo nelle sue membra per nutrirle, guarirle, organizzarle nelle loro mutue funzioni, vivificarle, inviarle per la testimonianza, associarle alla sua offerta al Padre e alla sua intercessione per il mondo intero. È per mezzo dei sacramenti della Chiesa che Cristo comunica alle membra del suo corpo il suo Spirito Santo e santificatore (questo sarà l'argomento della seconda parte del Catechismo).

Queste « meraviglie di Dio », offerte ai credenti nei sacramenti della Chiesa, portano i loro frutti nella vita nuova, in Cristo, secondo lo Spirito (questo sarà l'argomento della terza parte del Catechismo).

« Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede per noi, con gemiti inesprimibili » (Rm 8,26). Lo Spirito Santo, artefice delle opere di Dio, è il maestro della preghiera (questo sarà l'argomento della quarta parte del Catechismo).

« E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre » (Gal 4,6).

Dall'inizio alla fine dei tempi, quando Dio invia suo Figlio, invia sempre il suo Spirito: la loro missione è congiunta e inseparabile.

Nella pienezza del tempo, lo Spirito Santo porta a compimento in Maria tutte le preparazioni alla venuta di Cristo nel popolo di Dio. Mediante l'opera dello Spirito Santo in lei, il Padre dona al mondo l'Emmanuele, « Dio-con-noi » (Mt 1,23).

Il Figlio di Dio è consacrato Cristo (Messia) attraverso l'unzione dello Spirito Santo nell'incarnazione. Cf Sal 2,6-7.

Per la sua morte e risurrezione, Gesù è costituito Signore e Cristo nella gloria. Cf At 2,36. Dalla sua pienezza, egli effonde lo Spirito Santo sugli Apostoli e sulla Chiesa.

Lo Spirito Santo, che Cristo, Capo, diffonde nelle sue membra, edifica, anima e santifica la Chiesa, sacramento della comunione della Santissima Trinità e degli uomini.

9.«Credo la Santa Chiesa Cattolica»

« Cristo è la luce delle genti, e questo sacro Concilio, adunato nello Spirito Santo, ardentemente desidera che la luce di Cristo, riflessa sul volto della Chiesa, illumini tutti gli uomini, annunziando il Vangelo a ogni creatura ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 1: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 5. Con queste parole si apre la « Costituzione dogmatica sulla Chiesa » del Concilio Vaticano II. Con ciò il Concilio indica che l'articolo di fede sulla Chiesa dipende interamente dagli articoli concernenti Gesù Cristo. La Chiesa non ha altra luce che quella di Cristo. Secondo un'immagine cara ai Padri della Chiesa, essa è simile alla luna, la cui luce è tutta riflesso del sole.

L'articolo sulla Chiesa dipende anche interamente da quello sullo Spirito Santo, che lo precede. « In quello, infatti, lo Spirito Santo ci appare come la fonte totale di ogni santità; in questo, il divino Spirito ci appare come la sorgente della santità della Chiesa ». Catechismo Romano, 1, 10, 1: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 104. Secondo l'espressione dei Padri, la Chiesa è il luogo « dove fiorisce lo Spirito ». Sant'Ippolito di Roma, Traditio apostolica, 35: ed. B. Botte (Münster i.W. 1989) p. 82.

Credere che la Chiesa è « Santa » e « Cattolica » e che è « Una » e « Apostolica » (come aggiunge il Simbolo niceno-costantinopolitano) è inseparabile dalla fede in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. Nel Simbolo degli Apostoli professiamo di credere la santa Chiesa (« Credo [...] Ecclesiam »), e non nella Chiesa, per non confondere Dio con le sue opere e per attribuire chiaramente alla bontà di Dio tutti i doni che egli ha riversato nella sua Chiesa. Cf Catechismo Romano, 1, 10, 22: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 118.

Paragrafo 1 LA CHIESA NEL DISEGNO DI DIO

I.I nomi e le immagini della Chiesa

La parola « Chiesa » [« ekklesia, », dal greco « ek-kalein », chiamare fuori] significa « convocazione ». Designa assemblee del popolo, Cf At 19,39. generalmente di carattere religioso. È il termine frequentemente usato nell'Antico Testamento greco per indicare l'assemblea del popolo eletto riunita davanti a Dio, soprattutto l'assemblea del Sinai, dove Israele ricevette la Legge e fu costituito da Dio come suo popolo santo. Cf Es 19. Definendosi « Chiesa », la prima comunità di coloro che credevano in Cristo si riconosce erede di quell'assemblea. In essa, Dio « convoca » il suo popolo da tutti i confini della terra. Il termine Kyriaké, da cui sono derivati Church, Kirche, significa « colei che appartiene al Signore ».

Nel linguaggio cristiano, il termine « Chiesa » designa l'assemblea liturgica, Cf 1 Cor 11,18; 14,19.28.34-35. ma anche la comunità locale Cf 1 Cor 1,2; 16,1. o tutta la comunità universale dei credenti. Cf 1 Cor 15,9; Gal 1,13; Fil 3,6. Di fatto questi tre significati sono inseparabili. La « Chiesa » è il popolo che Dio raduna nel mondo intero. Essa esiste nelle comunità locali e si realizza come assemblea liturgica, soprattutto eucaristica. Essa vive della Parola e del Corpo di Cristo, divenendo così essa stessa corpo di Cristo.

I simboli della Chiesa

Nella Sacra Scrittura troviamo moltissime immagini e figure tra loro connesse mediante le quali la Rivelazione parla del mistero insondabile della Chiesa. Le immagini dell'Antico Testamento sono variazioni di un'idea di fondo, quella del « popolo di Dio ». Nel Nuovo Testamento Cf Ef 1,22; Col 1,18. tutte queste immagini trovano un nuovo centro, per il fatto che Cristo diventa il « Capo » di questo popolo, Cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 9: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 13. che è quindi il suo corpo. Attorno a questo centro si sono raggruppate immagini « desunte sia dalla pastorizia o dall'agricoltura, sia dalla costruzione di edifici o anche dalla famiglia e dagli sponsali ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 6: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 8.

« Così la Chiesa è l'ovile, la cui porta unica e necessaria è Cristo. Cf Gv 10,1-10. È pure il gregge, di cui Dio stesso ha preannunziato che sarebbe il pastore Cf Is 40,11; Ez 34,11-31. e le cui pecore, anche se governate da pastori umani, sono però incessantemente condotte al pascolo e nutrite dallo stesso Cristo, il Pastore buono e il Principe dei pastori, Cf Gv 10,11; 1 Pt 5,4. il quale ha dato la sua vita per le pecore Cf Gv 10,11-15. ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 6: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 8.

« La Chiesa è il podere o campo di Dio. Cf 1 Cor 3,9. In quel campo cresce l'antico olivo, la cui santa radice sono stati i patriarchi e nel quale è avvenuta e avverrà la riconciliazione dei Giudei e delle genti. Cf Rm 11,13-26. Essa è stata piantata dal celeste Agricoltore come vigna scelta. Cf Mt 21,33-43 e par.; Is 5,1-7. Cristo è la vera Vite, che dà vita e fecondità ai tralci, cioè a noi, che per mezzo della Chiesa rimaniamo in lui e senza di lui nulla possiamo fare Cf Gv 15,1-5. ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 6: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 8.

« Più spesso ancora la Chiesa è detta l'edificio di Dio. Cf 1 Cor 3,9. Il Signore stesso si è paragonato alla pietra che i costruttori hanno rigettata, ma che è divenuta la pietra angolare (Mt 21,42 par.; At 4,11; 1 Pt 2,7; Sal 118,22). Sopra quel fondamento la Chiesa è stata costruita dagli Apostoli Cf 1 Cor 3,11. e da esso riceve stabilità e coesione. Questa costruzione viene chiamata in varie maniere: casa di Dio, Cf 1 Tm 3,15. nella quale abita la sua famiglia, la dimora di Dio nello Spirito, Cf Ef 2,19-22. la dimora di Dio con gli uomini, Cf Ap 21,3. e soprattutto tempio santo, rappresentato da santuari di pietra, che è lodato dai santi Padri e che la liturgia giustamente paragona alla Città santa, la nuova Gerusalemme. In essa, infatti, quali pietre viventi, veniamo a formare su questa terra un tempio spirituale. Cf 1 Pt 2,5. E questa Città santa Giovanni la contempla mentre nel finale rinnovamento del mondo essa scende dal cielo, da presso Dio, "preparata come una sposa che si è ornata per il suo sposo" (Ap 21,1-2) ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 6: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 8-9.

« La Chiesa, che è chiamata "Gerusalemme che è in alto" e "Madre nostra" (Gal 4,26); Cf Ap 12,17. viene pure descritta come l'immacolata Sposa dell'Agnello immacolato, Cf Ap 19,7; 21,2.9; 22,17. Sposa che Cristo "ha amato [...] e per la quale ha dato se stesso, al fine di renderla santa" (Ef 5,25-26), che si è associata con patto indissolubile e che incessantemente "nutre e [...] cura" (Ef 5,29) ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 6: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 9.

II.Origine, fondazione e missione della Chiesa

Per scrutare il mistero della Chiesa, è bene considerare innanzi tutto la sua origine nel disegno della Santissima Trinità e la sua progressiva realizzazione nella storia.

Un disegno nato nel cuore del Padre

« L'eterno Padre, con liberissimo e arcano disegno di sapienza e di bontà, ha creato l'universo, ha decretato di elevare gli uomini alla partecipazione della sua vita divina », alla quale chiama tutti gli uomini nel suo Figlio: « I credenti in Cristo li ha voluti convocare nella santa Chiesa ». Questa « famiglia di Dio » si costituisce e si realizza gradualmente lungo le tappe della storia umana, secondo le disposizioni del Padre: la Chiesa, infatti, « prefigurata sino dal principio del mondo, mirabilmente preparata nella storia del popolo d'Israele e nell'Antica Alleanza, e istituita "negli ultimi tempi", è stata manifestata dall'effusione dello Spirito e avrà glorioso compimento alla fine dei secoli ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 2: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 5-6.

La Chiesa – prefigurata fin dall’origine del mondo

« Il mondo fu creato in vista della Chiesa », dicevano i cristiani dei primi tempi. Erma, Pastor, 8, 1 (Visio 2, 4, 1): SC — Sources chrétiennes; cf Aristide, Apologia, 16, 7: BP — Biblioteca patristica; San Giustino, Apologia, 2, 7: CA — Corpus apologetarum Christianorum saeculi secundi (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)). Dio ha creato il mondo in vista della comunione alla sua vita divina, comunione che si realizza mediante la « convocazione » degli uomini in Cristo, e questa « convocazione » è la Chiesa. La Chiesa è il fine di tutte le cose Cf Sant'Epifanio, Panarion, 1, 1, 5, Haereses, 2, 4: GCS — Die griechischen christlichen Schriftsteller (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)). e le stesse vicissitudini dolorose, come la caduta degli angeli e il peccato dell'uomo, furono permesse da Dio solo in quanto occasione e mezzo per dispiegare tutta la potenza del suo braccio, tutta l'immensità d'amore che voleva donare al mondo:

« Come la volontà di Dio è un atto, e questo atto si chiama mondo, così la sua intenzione è la salvezza dell'uomo, ed essa si chiama Chiesa ». Clemente d'Alessandria, Paedagogus, 1, 6, 27, 2: GCS — Die griechischen christlichen Schriftsteller (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)).

La Chiesa – preparata nell’Antica Alleanza

La convocazione del popolo di Dio ha inizio nel momento in cui il peccato distrugge la comunione degli uomini con Dio e quella degli uomini tra di loro. La convocazione della Chiesa è, per così dire, la reazione di Dio di fronte al caos provocato dal peccato. Questa riunificazione si realizza segretamente in seno a tutti i popoli: « Chi teme [...] [Dio] e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto » (At 10,35) Cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 9: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 12; Ibid., 13: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 17-18; Ibid., 16: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 20..

La preparazione remota della riunione del popolo di Dio comincia con la vocazione di Abramo, al quale Dio promette che diverrà padre di un grande popolo. Cf Gn 12,2; 15,5-6. La preparazione immediata comincia con l'elezione di Israele come popolo di Dio. Cf Es 19,5-6; Dt 7,6. Con la sua elezione, Israele deve essere il segno della riunione futura di tutte le nazioni. Cf Is 2,2-5; Mic 4,1-4. Ma già i profeti accusano Israele di aver rotto l'Alleanza e di essersi comportato come una prostituta. Cf Os 1; Is 1,2-4; Ger 2; ecc. Essi annunziano un'Alleanza nuova ed eterna. Cf Ger 31,31-34; Is 55,3. « Cristo istituì questo nuovo Patto ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 9: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 13.

La Chiesa – istituita da Gesù Cristo

È compito del Figlio realizzare, nella pienezza dei tempi, il piano di salvezza del Padre; è questo il motivo della sua « missione ». Cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 3: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 6; Id., Decr. Ad gentes, 3: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 949. «Il Signore Gesù diede inizio alla sua Chiesa predicando la Buona Novella, cioè la venuta del regno di Dio da secoli promesso nelle Scritture». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 5: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 7. Per compiere la volontà del Padre, Cristo inaugurò il regno dei cieli sulla terra. La Chiesa è « il regno di Cristo già presente in mistero». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 3: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 6.

« Questo regno si manifesta chiaramente agli uomini nelle parole, nelle opere e nella presenza di Cristo ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 5: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 7. Accogliere la parola di Gesù significa accogliere « il regno stesso di Dio ». Cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 5: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 7. Il germe e l'inizio del regno sono il « piccolo gregge » (Lc 12,32) di coloro che Gesù è venuto a convocare attorno a sé e di cui egli stesso è il pastore. Cf Mt 10,16; 26,31; Gv 10,1-21. Essi costituiscono la vera famiglia di Gesù. Cf Mt 12,49. A coloro che ha così radunati attorno a sé, ha insegnato un modo « nuovo di comportarsi », ma anche una preghiera loro propria. Cf Mt 5-6.

Il Signore Gesù ha dotato la sua comunità di una struttura che rimarrà fino al pieno compimento del Regno. Innanzi tutto vi è la scelta dei Dodici con Pietro come loro capo. Cf Mc 3,14-15. Rappresentando le dodici tribù d'Israele, Cf Mt 19,28; Lc 22,30. essi sono i basamenti della nuova Gerusalemme. Cf Ap 21,12-14. I Dodici Cf Mc 6,7. e gli altri discepoli Cf Lc 10,1-2. partecipano alla missione di Cristo, al suo potere, ma anche alla sua sorte. Cf Mt 10,25; Gv 15,20. Attraverso tutte queste azioni Cristo prepara ed edifica la sua Chiesa.

Ma la Chiesa è nata principalmente dal dono totale di Cristo per la nostra salvezza, anticipato nell'istituzione dell'Eucaristia e realizzato sulla croce. L'inizio e la crescita della Chiesa « sono simboleggiati dal sangue e dall'acqua che uscirono dal costato aperto di Gesù crocifisso ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 3: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 6. « Infatti dal costato di Cristo dormiente sulla croce è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa ». Concilio Vaticano II, Cost. Sacrosanctum Concilium, 5: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 56 (1964) su vatican.va — PDF scansionato (1964) 99. Come Eva è stata formata dal costato di Adamo addormentato, così la Chiesa è nata dal cuore trafitto di Cristo morto sulla croce. Cf Sant'Ambrogio, Expositio evangelii secundum Lucam, 2, 85-89: CCL — Corpus Christianorum (Series Latina) (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)).

La Chiesa – manifestata dallo Spirito Santo

« Compiuta l'opera che il Padre aveva affidato al Figlio sulla terra, il giorno di pentecoste fu inviato lo Spirito Santo per santificare continuamente la Chiesa ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 4: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 6. Allora « la Chiesa fu manifestata pubblicamente alla moltitudine [ed] ebbe inizio attraverso la predicazione e la diffusione del Vangelo ». Concilio Vaticano II, Decr. Ad gentes, 4: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 950. Essendo « convocazione » di tutti gli uomini alla salvezza, la Chiesa è missionaria per sua natura, inviata da Cristo a tutti i popoli, per farli discepoli. Cf Mt 28,19-20; Concilio Vaticano II, Decr. Ad gentes, 2: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 948; Ibid., 5-6: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 951-955.

Perché la Chiesa possa realizzare la sua missione, lo Spirito Santo « la provvede di diversi doni gerarchici e carismatici, con i quali la dirige ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 4: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 7. « La Chiesa perciò, fornita dei doni del suo Fondatore e osservando fedelmente i suoi precetti di carità, di umiltà e di abnegazione, riceve la missione di annunziare e instaurare in tutte le genti il regno di Cristo e di Dio, e di questo regno costituisce in terra il germe e l'inizio ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 5: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 8.

La Chiesa – pienamente compiuta nella gloria

« La Chiesa [...] non avrà il suo compimento se non nella gloria del cielo », Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 48: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 53. al momento del ritorno glorioso di Cristo. Fino a quel giorno, « la Chiesa prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio ». Sant'Agostino, De civitate Dei, 18, 51: CSEL — Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)); cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 8: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 12. Quaggiù si sente in esilio, lontana dal Signore; Cf 2 Cor 5,6; Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 6: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 9. « anela al regno perfetto e con tutte le sue forze spera e brama di unirsi al suo Re nella gloria ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 5: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 8. Il compimento della Chiesa – e per suo mezzo del mondo – nella gloria non avverrà se non attraverso molte prove. Allora soltanto, « tutti i giusti, a partire da Adamo, "dal giusto Abele fino all'ultimo eletto", saranno riuniti presso il Padre nella Chiesa universale ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 2: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 6.

III.Il mistero della Chiesa

La Chiesa è nella storia, ma nello stesso tempo la trascende. È unicamente « con gli occhi della fede » Catechismo Romano, 1, 10, 20: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 117. che si può scorgere nella sua realtà visibile una realtà contemporaneamente spirituale, portatrice di vita divina.

La Chiesa – insieme visibile e spirituale

« Cristo, unico mediatore, ha costituito sulla terra la sua Chiesa santa, comunità di fede, di speranza e di carità, come un organismo visibile; incessantemente la sostenta e per essa diffonde su tutti la verità e la grazia ». La Chiesa è ad un tempo: — « la società costituita di organi gerarchici e il corpo mistico di Cristo »; — « l'assemblea visibile e la comunità spirituale »; — « la Chiesa della terra e la Chiesa ormai in possesso dei beni celesti ». Queste dimensioni « formano una sola complessa realtà risultante di un elemento umano e di un elemento divino ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 8: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 11.

La Chiesa « ha la caratteristica di essere nello stesso tempo umana e divina, visibile ma dotata di realtà invisibili, fervente nell'azione e dedita alla contemplazione, presente nel mondo e, tuttavia, pellegrina; tutto questo in modo che quanto in lei è umano sia ordinato e subordinato al divino, il visibile all'invisibile, l'azione alla contemplazione, la realtà presente alla città futura verso la quale siamo incamminati ». Concilio Vaticano II, Cost. Sacrosanctum Concilium, 2: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 56 (1964) su vatican.va — PDF scansionato (1964) 98. « O umiltà! O sublimità! Tabernacolo di Cedar, santuario di Dio; abitazione terrena, celeste reggia; dimora di fango, sala regale; corpo di morte, tempio di luce; infine, rifiuto per i superbi, ma sposa di Cristo! Bruna sei, ma bella, o figlia di Gerusalemme: se anche la fatica e il dolore del lungo esilio ti sfigurano, ti adorna tuttavia la bellezza celeste ». San Bernardo di Chiaravalle, In Canticum sermo, 27, 7, 14: Opera, ed. J. Leclercq-C.H. Talbot-H. Rochais, v. 1 (Roma 1957) p. 191.

La Chiesa – mistero dell’unione degli uomini con Dio

È nella Chiesa che Cristo compie e rivela il suo proprio mistero come il fine del disegno di Dio: « ricapitolare in Cristo tutte le cose » (Ef 1,10). San Paolo chiama « mistero grande » (Ef 5,32) l'unione sponsale di Cristo con la Chiesa. Poiché la Chiesa è unita a Cristo come al suo Sposo, Cf Ef 5,25-27. diventa essa stessa a sua volta mistero. Cf Ef 3,9-11. Contemplando in essa il mistero, san Paolo scrive: « Cristo in voi, speranza della gloria» (Col 1,27).

Nella Chiesa questa comunione degli uomini con Dio mediante la carità che « non avrà mai fine » (1 Cor 13,8) è lo scopo cui tende tutto ciò che in essa è mezzo sacramentale, legato a questo mondo destinato a passare. Cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 48: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 53. « La sua struttura è completamente ordinata alla santità delle membra di Cristo. E la santità si misura secondo il "grande mistero", nel quale la Sposa risponde col dono dell'amore al dono dello Sposo ». Giovanni Paolo II, Lett. ap. Mulieris dignitatem, 27: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 80 (1988) su vatican.va — PDF scansionato (1988) 1718. Maria precede tutti noi sulla via verso la santità che è il mistero della Chiesa in quanto Sposa senza macchia né ruga. Cf Ef 5,27. Per questo motivo « la dimensione mariana della Chiesa precede la sua dimensione petrina ». Giovanni Paolo II, Lett. ap. Mulieris dignitatem, 27: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 80 (1988) su vatican.va — PDF scansionato (1988) 1718, nota 55.

La Chiesa – sacramento universale di salvezza

La parola greca mysterion è stata tradotta in latino con due termini: mysterium e sacramentum. Nell'interpretazione ulteriore, il termine sacramentum esprime più precisamente il segno visibile della realtà nascosta della salvezza, indicata dal termine mysterium. In questo senso, Cristo stesso è il mistero della salvezza: « Non est enim aliud Dei mysterium, nisi Christus – Non v'è altro mistero di Dio, se non Cristo ». Sant'Agostino, Epistula 187, 11, 34: CSEL — Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)). L'opera salvifica della sua umanità santa e santificante è il sacramento della salvezza che si manifesta e agisce nei sacramenti della Chiesa (che le Chiese d'Oriente chiamano anche « i santi misteri »). I sette sacramenti sono i segni e gli strumenti mediante i quali lo Spirito Santo diffonde la grazia di Cristo, che è il Capo, nella Chiesa, che è il suo corpo. La Chiesa, dunque, contiene e comunica la grazia invisibile che essa significa. È in questo senso analogico che viene chiamata « sacramento ».

« La Chiesa è in Cristo come sacramento, cioè segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 1: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 5. Essere il sacramento dell'intima unione degli uomini con Dio: ecco il primo fine della Chiesa. Poiché la comunione tra gli uomini si radica nell'unione con Dio, la Chiesa è anche il sacramento dell'unità del genere umano. In essa, tale unità è già iniziata poiché essa raduna uomini « di ogni nazione, razza, popolo e lingua » (Ap 7,9); nello stesso tempo, la Chiesa è « segno e strumento » della piena realizzazione di questa unità che deve ancora compiersi.

In quanto sacramento, la Chiesa è strumento di Cristo. Nelle sue mani essa è lo « strumento della redenzione di tutti », Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 9: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 13. « il sacramento universale della salvezza », Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 48: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 53. attraverso il quale Cristo « svela e insieme realizza il mistero dell'amore di Dio verso l'uomo ». Cf Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 45: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1066. Essa « è il progetto visibile dell'amore di Dio per l'umanità », Paolo VI, Discorso al Sacro Collegio dei Cardinali (22 giugno 1973): AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 65 (1973) su vatican.va — PDF scansionato (1973) 391. progetto che vuole « la costituzione di tutto il genere umano nell'unico popolo di Dio, la sua riunione nell'unico corpo di Cristo, la sua edificazione nell'unico tempio dello Spirito Santo ». Concilio Vaticano II, Decr. Ad gentes, 7: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 956; cf Id., Cost. dogm. Lumen gentium, 17: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 20-21.

La parola « Chiesa » significa « convocazione ». Designa l'assemblea di coloro che la Parola di Dio convoca per formare il popolo di Dio e che, nutriti dal Corpo di Cristo, diventano essi stessi corpo di Cristo.

La Chiesa è ad un tempo via e fine del disegno di Dio: prefigurata nella creazione, preparata nell'Antica Alleanza, fondata dalle parole e dalle azioni di Gesù Cristo, realizzata mediante la sua croce redentrice e la sua risurrezione, essa è manifestata come mistero di salvezza con l'effusione dello Spirito Santo. Avrà il suo compimento nella gloria del cielo come assemblea di tutti i redenti della terra. Cf Ap 14,4.

La Chiesa è ad un tempo visibile e spirituale, società gerarchica e corpo mistico di Cristo. È una, formata di un elemento umano e di un elemento divino. Questo è il suo mistero, che solo la fede può accogliere.

La Chiesa è in questo mondo il sacramento della salvezza, il segno e lo strumento della comunione di Dio e degli uomini.

Paragrafo 2 LA CHIESA – POPOLO DI DIO, CORPO DI CRISTO, TEMPIO DELLO SPIRITO SANTO

I.La Chiesa – popolo di Dio

« In ogni tempo e in ogni nazione è accetto a Dio chiunque lo teme e opera la sua giustizia. Tuttavia piacque a Dio di santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse nella verità e santamente lo servisse. Si scelse quindi per sé il popolo israelita, stabilì con lui un'alleanza e lo formò progressivamente [...]. Tutto questo però avvenne in preparazione e in figura di quella nuova e perfetta Alleanza che doveva concludersi in Cristo [...] cioè la Nuova Alleanza nel suo sangue, chiamando gente dai Giudei e dalle nazioni, perché si fondesse in unità non secondo la carne, ma nello Spirito ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 9: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 12-13.

Le caratteristiche del popolo di Dio

Il popolo di Dio presenta caratteristiche che lo distinguono nettamente da tutti i raggruppamenti religiosi, etnici, politici o culturali della storia: — È il popolo di Dio: Dio non appartiene in proprio ad alcun popolo. Ma egli si è acquistato un popolo da coloro che un tempo erano non-popolo: « la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa » (1 Pt 2,9). — Si diviene membri di questo popolo non per la nascita fisica, ma per la « nascita dall'alto », « dall'acqua e dallo Spirito » (Gv 3,3-5), cioè mediante la fede in Cristo e il Battesimo. — Questo popolo ha per Capo Gesù Cristo (Unto, Messia): poiché la medesima unzione, lo Spirito Santo, scorre dal Capo al corpo, esso è « il popolo messianico ». — « Questo popolo ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo Spirito Santo come nel suo tempio ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 9: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 13. — « Ha per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 9: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 13; cf Gv 13,34. È la legge « nuova » dello Spirito Santo. Cf Rm 8,2; Gal 5,25. — Ha per missione di essere il sale della terra e la luce del mondo. Cf Mt 5,13-16. « Costituisce per tutta l'umanità un germe validissimo di unità, di speranza e di salvezza ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 9: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 13. — « E, da ultimo, ha per fine il regno di Dio, incominciato in terra dallo stesso Dio, e che deve essere ulteriormente dilatato, finché alla fine dei secoli sia da lui portato a compimento ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 9: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 13.

Un popolo sacerdotale, profetico e regale

Gesù Cristo è colui che il Padre ha unto con lo Spirito Santo e ha costituito « Sacerdote, Profeta e Re ». L'intero popolo di Dio partecipa a queste tre funzioni di Cristo e porta le responsabilità di missione e di servizio che ne derivano. Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptor hominis, 18-21: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 71 (1979) su vatican.va — PDF scansionato (1979) 301-320.

Entrando nel popolo di Dio mediante la fede e il Battesimo, si è resi partecipi della vocazione unica di questo popolo, la vocazione sacerdotale: « Cristo Signore, Pontefice assunto di mezzo agli uomini, fece del nuovo popolo "un regno e dei sacerdoti per Dio, suo Padre". Infatti, per la rigenerazione e l'unzione dello Spirito Santo i battezzati vengono consacrati a formare una dimora spirituale e un sacerdozio santo ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 10: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 14.

« Il popolo santo di Dio partecipa pure alla funzione profetica di Cristo ». Ciò soprattutto per il senso soprannaturale della fede che è di tutto il popolo, laici e gerarchia, quando « aderisce indefettibilmente alla fede una volta per tutte trasmessa ai santi » Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 12: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 16. e ne approfondisce la comprensione e diventa testimone di Cristo in mezzo a questo mondo.

Il popolo di Dio partecipa infine alla funzione regale di Cristo. Cristo esercita la sua regalità attirando a sé tutti gli uomini mediante la sua morte e la sua risurrezione. Cf Gv 12,32. Cristo, Re e Signore dell'universo, si è fatto il servo di tutti, non essendo « venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti » (Mt 20,28). Per il cristiano « regnare » è « servire » Cristo, Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 36: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 41. soprattutto « nei poveri e nei sofferenti », nei quali la Chiesa riconosce « l'immagine del suo Fondatore, povero e sofferente ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 8: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 12. Il popolo di Dio realizza la sua « dignità regale » vivendo conformemente a questa vocazione di servire con Cristo.

« Tutti quelli che sono rinati in Cristo conseguono dignità regale per il segno della croce. Con l'unzione dello Spirito Santo sono consacrati sacerdoti. Non c'è quindi solo quel servizio specifico proprio del nostro ministero, perché tutti i cristiani, rivestiti di un carisma spirituale e usando della loro ragione, si riconoscono membra di questa stirpe regale e partecipi della funzione sacerdotale. Non è forse funzione regale il fatto che un'anima governi il suo corpo in sottomissione a Dio? Non è forse funzione sacerdotale consacrare al Signore una coscienza pura e offrirgli sull'altare del proprio cuore i sacrifici immacolati del nostro culto? ». San Leone Magno, Sermo 4, 1: CCL — Corpus Christianorum (Series Latina) (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)).

II.La Chiesa – corpo di Cristo

La Chiesa è comunione con Gesù

Fin dall'inizio Gesù ha associato i suoi discepoli alla sua vita; Cf Mc 1,16-20; 3,13-19. ha loro rivelato il mistero del Regno; Cf Mt 13,10-17. li ha resi partecipi della sua missione, della sua gioia Cf Lc 10,17-20. e delle sue sofferenze. Cf Lc 22,28-30. Gesù parla di una comunione ancora più intima tra sé e coloro che lo seguiranno: « Rimanete in me e io in voi. [...] Io sono la vite, voi i tralci » (Gv 15,4-5). Annunzia inoltre una comunione misteriosa e reale tra il suo proprio corpo e il nostro: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui» (Gv 6,56).

Quando la sua presenza visibile è stata tolta ai discepoli, Gesù non li ha lasciati orfani. Cf Gv 14,18. Ha promesso di restare con loro sino alla fine dei tempi, Cf Mt 28,20. ha mandato loro il suo Spirito. Cf Gv 20,22; At 2,33. In un certo senso, la comunione con Gesù è diventata più intensa: « Comunicando infatti il suo Spirito, costituisce misticamente come suo corpo i suoi fratelli, chiamati da tutte le genti ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 7: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 9.

Il paragone della Chiesa con il corpo illumina l'intimo legame tra la Chiesa e Cristo. Essa non è soltanto radunata attorno a lui; è unificata in lui, nel suo corpo. Tre aspetti della Chiesa-corpo di Cristo vanno sottolineati in modo particolare: l'unità di tutte le membra tra di loro in forza della loro unione a Cristo; Cristo Capo del corpo; la Chiesa, Sposa di Cristo.

«Un solo corpo»

I credenti che rispondono alla Parola di Dio e diventano membra del corpo di Cristo, vengono strettamente uniti a Cristo: « In quel corpo la vita di Cristo si diffonde nei credenti che attraverso i sacramenti vengono uniti in modo arcano ma reale a Cristo che ha sofferto ed è stato glorificato ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 7: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 9. Ciò è particolarmente vero del Battesimo, in virtù del quale siamo uniti alla morte e alla risurrezione di Cristo, Cf Rm 6,4-5; 1 Cor 12,13. e dell'Eucaristia, mediante la quale « partecipando realmente al Corpo del Signore, siamo elevati alla comunione con lui e tra di noi ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 7: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 9.

L'unità del corpo non elimina la diversità delle membra: « Nell'edificazione del corpo di Cristo vige la diversità delle membra e delle funzioni. Uno è lo Spirito, il quale per l'utilità della Chiesa distribuisce i suoi vari doni con magnificenza proporzionata alla sua ricchezza e alle necessità dei servizi ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 7: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 10. L'unità del corpo mistico genera e stimola tra i fedeli la carità: « E quindi se un membro soffre, soffrono con esso tutte le altre membra; se un membro è onorato, ne gioiscono con esso tutte le altre membra ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 7: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 10. Infine, l'unità del corpo mistico vince tutte le divisioni umane: « Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c'è più né giudeo né greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù » (Gal 3,27-28).

«Capo di questo corpo è Cristo»

Cristo « è il Capo del corpo, cioè della Chiesa » (Col 1,18). È il Principio della creazione e della redenzione. Elevato alla gloria del Padre, ha « il primato su tutte le cose » (Col 1,18), principalmente sulla Chiesa, per mezzo della quale estende il suo regno su tutte le cose.

Egli ci unisce alla sua pasqua. Tutte le membra devono sforzarsi di conformarsi a lui finché in esse « non sia formato Cristo » (Gal 4,19). « Per questo siamo assunti ai misteri della sua vita. [...] Come il corpo al Capo veniamo associati alle sue sofferenze e soffriamo con lui per essere con lui glorificati ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 7: ASS — Acta Sanctae Sedis (1965) 10.

Egli provvede alla nostra crescita. Cf Col 2,19. Per farci crescere verso di lui, nostro Capo, Cf Ef 4,11-16. Cristo dispone nel suo corpo, la Chiesa, i doni e i ministeri attraverso i quali noi ci aiutiamo reciprocamente lungo il cammino della salvezza.

Cristo e la Chiesa formano, dunque, il « Cristo totale » [« Christus totus »]. La Chiesa è una con Cristo. I santi hanno una coscienza vivissima di tale unità:

« Rallegriamoci, rendiamo grazie a Dio, non soltanto perché ci ha fatti diventare cristiani, ma perché ci ha fatto diventare Cristo stesso. Vi rendete conto, fratelli, di quale grazia ci ha fatto Dio, donandoci Cristo come Capo? Esultate, gioite, siamo divenuti Cristo. Se egli è il Capo, noi siamo le membra: siamo un uomo completo, egli e noi. [...] Pienezza di Cristo: il Capo e le membra. Qual è la Testa, e quali sono le membra? Cristo e la Chiesa ». Sant'Agostino, In Iohannis evangelium tractatus, 21, 8: CCL — Corpus Christianorum (Series Latina) (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)). « Redemptor noster unam se personam cum sancta Ecclesia, quam assumpsit, exhibuit – Il nostro Redentore presentò se stesso come unica persona unita alla santa Chiesa, da lui assunta ». San Gregorio Magno, Moralia in Iob, Praefatio, 6, 14: CCL — Corpus Christianorum (Series Latina) (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)). « Caput et membra, quasi una persona mystica – Capo e membra sono, per così dire, una sola persona mistica ». San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, III, q. 48, a. 2, ad 1: Ed. Leon. — Sancti Thomae Aquinatis Opera omnia, editio Leonina. Una parola di santa Giovanna d'Arco ai suoi giudici riassume la fede dei santi dottori ed esprime il giusto sentire del credente: « A mio avviso, Gesù Cristo e la Chiesa sono un tutt'uno, e non bisogna sollevare difficoltà ». Santa Giovanna d'Arco, Dictum: Procès de condamnation, ed. P. Tisset (Paris 1960) p. 166 (testo francese).

La Chiesa è la Sposa di Cristo

L'unità di Cristo e della Chiesa, Capo e membra del corpo, implica anche la distinzione dei due in una relazione personale. Questo aspetto spesso viene espresso con l'immagine dello sposo e della sposa. Il tema di Cristo Sposo della Chiesa è stato preparato dai profeti e annunziato da Giovanni Battista. Cf Gv 3,29. Il Signore stesso si è definito come lo « Sposo » (Mc 2,19). Cf Mt 22,1-14; 25,1-13. L'Apostolo presenta la Chiesa e ogni fedele, membro del suo corpo, come una Sposa « fidanzata » a Cristo Signore, per formare con lui un solo Spirito. Cf 1 Cor 6,15-17; 2 Cor 11,2. Essa è la Sposa senza macchia dell'Agnello immacolato, Cf Ap 22,17; Ef 1,4; 5,27. che Cristo ha amato e per la quale ha dato se stesso, « per renderla santa » (Ef 5,26), che ha unito a sé con una Alleanza eterna e di cui non cessa di prendersi cura come del suo proprio corpo. Cf Ef 5,29.

« Ecco il Cristo totale, capo e corpo, uno solo formato da molti. [...] Sia il capo a parlare, o siano le membra, è sempre Cristo che parla: parla nella persona del capo [« ex persona capitis »], parla nella persona del corpo ["ex persona corporis"]. Che cosa, infatti, sta scritto? "Saranno due in una carne sola. Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa" (Ef 5,31-32). E Cristo stesso nel Vangelo: "Non sono più due, ma una carne sola" (Mt 19,6). Difatti, come ben sapete, queste persone sono sì due, ma poi diventano una sola nell'unione sponsale. [...] Dice di essere "sposo" in quanto capo, e "sposa" in quanto corpo ». Sant'Agostino, Enarratio in Psalmum 74, 4: CCL — Corpus Christianorum (Series Latina) (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)).

III.La Chiesa – tempio dello Spirito Santo

« Quod est spiritus noster, id est anima nostra, ad membra nostra, hoc est Spiritus Sanctus ad membra Christi, ad corpus Christi, quod est Ecclesia – Quello che il nostro spirito, ossia la nostra anima, è per le nostre membra, lo stesso è lo Spirito Santo per le membra di Cristo, per il corpo di Cristo, che è la Chiesa ». Sant'Agostino, Sermo 268, 2: PL — Patrologia latina (J.P. Migne). « Bisogna attribuire allo Spirito di Cristo, come ad un principio nascosto, il fatto che tutte le parti del corpo siano unite tanto fra loro quanto col loro sommo Capo, poiché egli risiede tutto intero nel Capo, tutto intero nel corpo, tutto intero in ciascuna delle sue membra ». Pio XII, Lett. enc. Mystici corporis: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. Lo Spirito Santo fa della Chiesa « il tempio del Dio vivente » (2 Cor 6,16). Cf 1 Cor 3,16-17; Ef 2,21.

« È alla Chiesa che è stato affidato il dono di Dio. [...] In essa è stata posta la comunione con Cristo, cioè lo Spirito Santo, caparra dell'incorruttibilità, confermazione della nostra fede, scala per ascendere a Dio. [...] Infatti, dove è la Chiesa, ivi è anche lo Spirito di Dio e dove è lo Spirito di Dio, ivi è la Chiesa e ogni grazia ». Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, 3, 24, 1: SC — Sources chrétiennes (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)).

Lo Spirito Santo è « il principio di ogni azione vitale e veramente salvifica in ciascuna delle diverse membra del corpo ». Pio XII, Lett. enc. Mystici corporis: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. Egli opera in molti modi l'edificazione dell'intero corpo nella carità: Cf Ef 4,16. mediante la Parola di Dio « che ha il potere di edificare » (At 20,32); mediante il Battesimo con il quale forma il corpo di Cristo; Cf 1 Cor 12,13. mediante i sacramenti che fanno crescere e guariscono le membra di Cristo; mediante la grazia degli Apostoli che, fra i vari doni, viene al primo posto; Cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 7: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 10. mediante le virtù che fanno agire secondo il bene, e infine mediante le molteplici grazie speciali (chiamate « carismi »), con le quali rende i fedeli « adatti e pronti ad assumersi varie opere o uffici, utili al rinnovamento della Chiesa e allo sviluppo della sua costruzione ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 12: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 16; cf Id., Decr. Apostolicam actuositatem, 3: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 839-840.

I carismi

Straordinari o semplici e umili, i carismi sono grazie dello Spirito Santo che, direttamente o indirettamente, hanno un'utilità ecclesiale, ordinati come sono all'edificazione della Chiesa, al bene degli uomini e alle necessità del mondo.

I carismi devono essere accolti con riconoscenza non soltanto da chi li riceve, ma anche da tutti i membri della Chiesa. Infatti sono una meravigliosa ricchezza di grazia per la vitalità apostolica e per la santità di tutto il corpo di Cristo, purché si tratti di doni che provengono veramente dallo Spirito Santo e siano esercitati in modo pienamente conforme agli autentici impulsi dello stesso Spirito, cioè secondo la carità, vera misura dei carismi. Cf 1 Cor 13.

È in questo senso che si dimostra sempre necessario il discernimento dei carismi. Nessun carisma dispensa dal riferirsi e sottomettersi ai Pastori della Chiesa, « ai quali spetta specialmente, non di estinguere lo Spirito, ma di esaminare tutto e ritenere ciò che è buono », Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 12: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 17. affinché tutti i carismi, nella loro diversità e complementarità, cooperino all'« utilità comune » (1 Cor 12,7). Cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 30: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 37; Giovanni Paolo II, Esort. ap. Christifideles laici, 24: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 81 (1989) su vatican.va — PDF scansionato (1989) 435.

Gesù Cristo « ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formarsi un popolo puro che gli appartenga » (Tt 2,14).

« Voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato » (1 Pt 2,9).

Si entra nel popolo di Dio mediante la fede e il Battesimo. « Tutti gli uomini sono chiamati a formare il nuovo popolo di Dio », Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 13: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 17. affinché, in Cristo, « gli uomini costituiscano una sola famiglia e un solo popolo di Dio ». Concilio Vaticano II, Decr. Ad gentes, 1: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 947.

La Chiesa è il corpo di Cristo. Per mezzo dello Spirito e della sua azione nei sacramenti, soprattutto l'Eucaristia, Cristo, morto e risorto, costituisce la comunità dei credenti come suo corpo.

Nell'unità di questo corpo c'è diversità di membra e di funzioni. Tutte le membra sono legate le une alle altre, particolarmente a quelle che soffrono, che sono povere e perseguitate.

La Chiesa è questo corpo, di cui Cristo è il Capo: essa vive di lui, in lui e per lui; egli vive con essa e in essa.

La Chiesa è la Sposa di Cristo: egli l'ha amata e ha dato se stesso per lei. L'ha purificata con il suo sangue. Ha fatto di lei la Madre feconda di tutti i figli di Dio.

La Chiesa è il tempio dello Spirito Santo. Lo Spirito è come l'anima del corpo mistico, principio della sua vita, dell'unità nella diversità e della ricchezza dei suoi doni e carismi.

« Così la Chiesa universale si presenta come "un popolo adunato dall'unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo" ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 4: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 7; cf San Cipriano di Cartagine, De dominica Oratione, 23: CCL — Corpus Christianorum (Series Latina)A, 105 (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)).

Paragrafo 3 LA CHIESA E' UNA, SANTA, CATTOLICA E APOSTOLICA

« Questa è l'unica Chiesa di Cristo, che nel Simbolo professiamo una, santa, cattolica e apostolica ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 8: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 11. Questi quattro attributi, legati inseparabilmente tra di loro, Cf Sant'Offizio, Lettera ai Vescovi d'Inghilterra (14 settembre 1864): DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. indicano tratti essenziali della Chiesa e della sua missione. La Chiesa non se li conferisce da se stessa; è Cristo che, per mezzo dello Spirito Santo, concede alla sua Chiesa di essere una, santa, cattolica e apostolica, ed è ancora lui che la chiama a realizzare ciascuna di queste caratteristiche.

Soltanto la fede può riconoscere che la Chiesa trae tali caratteristiche dalla sua origine divina. Tuttavia le loro manifestazioni storiche sono segni che parlano chiaramente alla ragione umana. « La Chiesa – ricorda il Concilio Vaticano –, a causa della sua eminente santità [...], della sua cattolica unità, della sua incrollabile stabilità, è per se stessa un grande e perenne motivo di credibilità e una irrefragabile testimonianza della sua missione divina ». Concilio Vaticano I, Cost. dogm. Dei Filius, c. 3: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

I.La Chiesa è una

La Chiesa è una per la sua origine: « Il supremo modello e il principio di questo mistero è l'unità nella Trinità delle Persone di un solo Dio Padre e Figlio nello Spirito Santo ». Concilio Vaticano II, Decr. Unitatis redintegratio, 2: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 92. La Chiesa è una per il suo Fondatore: « Il Figlio incarnato, infatti, [...] per mezzo della sua croce ha riconciliato tutti gli uomini con Dio, [...] ristabilendo l'unità di tutti i popoli in un solo popolo e in un solo corpo ». Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 78: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1101. La Chiesa è una per la sua « anima »: « Lo Spirito Santo, che abita nei credenti e tutta riempie e regge la Chiesa, produce quella meravigliosa comunione dei fedeli e tanto intimamente tutti unisce in Cristo, da essere il principio dell'unità della Chiesa ». Concilio Vaticano II, Decr. Unitatis redintegratio, 2: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 91. È dunque proprio dell'essenza stessa della Chiesa di essere una:

« Che stupendo mistero! Vi è un solo Padre dell'universo, un solo Logos dell'universo e anche un solo Spirito Santo, ovunque identico; vi è anche una sola Vergine divenuta Madre, e io amo chiamarla Chiesa ». Clemente d'Alessandria, Paedagogus, 1, 6, 42: GCS — Die griechischen christlichen Schriftsteller (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)).

Fin dal principio, questa Chiesa « una » si presenta tuttavia con una grande diversità, che proviene sia dalla varietà dei doni di Dio sia dalla molteplicità delle persone che li ricevono. Nell'unità del popolo di Dio si radunano le diversità dei popoli e delle culture. Tra i membri della Chiesa esiste una diversità di doni, di funzioni, di condizioni e modi di vita; « nella comunione ecclesiastica vi sono legittimamente delle Chiese particolari, che godono di proprie tradizioni ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 13: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 18. La grande ricchezza di tale diversità non si oppone all'unità della Chiesa. Tuttavia, il peccato e il peso delle sue conseguenze minacciano continuamente il dono dell'unità. Anche l'Apostolo deve esortare a « conservare l'unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace » (Ef 4,3).

Quali sono i vincoli dell'unità? Al di sopra di tutto la carità, che « è il vincolo di perfezione » (Col 3,14). Ma l'unità della Chiesa nel tempo è assicurata anche da legami visibili di comunione: — la professione di una sola fede ricevuta dagli Apostoli; — la celebrazione comune del culto divino, soprattutto dei sacramenti; — la successione apostolica mediante il sacramento dell'Ordine, che custodisce la concordia fraterna della famiglia di Dio. Cf Concilio Vaticano II, Decr. Unitatis redintegratio, 2: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 91-92; Id., Cost. dogm. Lumen gentium, 14: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 18-19; CIC — Codex Iuris Canonici canone 205.

« L'unica Chiesa di Cristo... » è quella « che il Salvatore nostro, dopo la sua risurrezione, diede da pascere a Pietro, affidandone a lui e agli altri Apostoli la diffusione e la guida [...]. Questa Chiesa, in questo mondo costituita e organizzata come una società, sussiste ["subsistit in"] nella Chiesa cattolica, governata dal Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 8: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 11-12.

Il decreto sull'ecumenismo del Concilio Vaticano II esplicita: « Solo per mezzo della cattolica Chiesa di Cristo, che è lo strumento generale della salvezza, si può ottenere tutta la pienezza dei mezzi di salvezza. In realtà al solo collegio apostolico con a capo Pietro crediamo che il Signore ha affidato tutti i beni della Nuova Alleanza, per costituire l'unico corpo di Cristo sulla terra, al quale bisogna che siano pienamente incorporati tutti quelli che già in qualche modo appartengono al popolo di Dio ». Concilio Vaticano II, Decr. Unitatis redintegratio, 3: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 94.

Le ferite dell’unità

Di fatto, « in questa Chiesa di Dio una e unica sono sorte fino dai primissimi tempi alcune scissioni, che l'Apostolo riprova con gravi parole come degne di condanna; ma nei secoli posteriori sono nati dissensi più ampi e comunità non piccole si sono staccate dalla piena comunione della Chiesa cattolica, talora non senza colpa di uomini d'entrambe le parti ». Concilio Vaticano II, Decr. Unitatis redintegratio, 3: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 92-93. Le scissioni che feriscono l'unità del corpo di Cristo (cioè l'eresia, l'apostasia e lo scisma) Cf CIC — Codex Iuris Canonici canone 751. non avvengono senza i peccati degli uomini:

« Dove c'è il peccato, lì troviamo la molteplicità, lì gli scismi, lì le eresie, lì le controversie. Dove, invece, regna la virtù, lì c'è unità, lì comunione, grazie alle quali tutti i credenti erano un cuor solo e un'anima sola ». Origene, In Ezechielem homilia, 9, 1: SC — Sources chrétiennes (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)).

Coloro che oggi nascono in comunità sorte da tali scissioni « e sono istruiti nella fede di Cristo [...] non possono essere accusati del peccato di separazione, e la Chiesa cattolica li abbraccia con fraterno rispetto e amore. [...] Giustificati nel Battesimo dalla fede, sono incorporati a Cristo e perciò sono a ragione insigniti del nome di cristiani e dai figli della Chiesa cattolica sono giustamente riconosciuti come fratelli nel Signore ». Concilio Vaticano II, Decr. Unitatis redintegratio, 3: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 93.

Inoltre, « parecchi elementi di santificazione e di verità » Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 8: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 12. « si trovano fuori dei confini visibili della Chiesa cattolica, come la Parola di Dio scritta, la vita della grazia, la fede, la speranza e la carità, e altri doni interiori dello Spirito Santo ed elementi visibili ». Concilio Vaticano II, Decr. Unitatis redintegratio, 3: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 93; cf Id., Cost. dogm. Lumen gentium, 15: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 19. Lo Spirito di Cristo si serve di queste Chiese e comunità ecclesiali come di strumenti di salvezza, la cui forza deriva dalla pienezza di grazia e di verità che Cristo ha dato alla Chiesa cattolica. Tutti questi beni provengono da Cristo e a lui conducono Cf Concilio Vaticano II, Decr. Unitatis redintegratio, 3: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 93. e « spingono verso l'unità cattolica ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 8: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 12.

Verso l’unità

L'unità, « che Cristo ha donato alla sua Chiesa fin dall'inizio, [...] noi crediamo che sussista, senza possibilità di essere perduta, nella Chiesa cattolica e speriamo che crescerà ogni giorno di più sino alla fine dei secoli ». Concilio Vaticano II, Decr. Unitatis redintegratio, 4: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 95. Cristo fa sempre alla sua Chiesa il dono dell'unità, ma la Chiesa deve sempre pregare e impegnarsi per custodire, rafforzare e perfezionare l'unità che Cristo vuole per lei. Per questo Gesù stesso ha pregato nell'ora della sua passione e non cessa di pregare il Padre per l'unità dei suoi discepoli: « ...Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato » (Gv 17,21). Il desiderio di ritrovare l'unità di tutti i cristiani è un dono di Cristo e un appello dello Spirito Santo. Cf Concilio Vaticano II, Decr. Unitatis redintegratio, 1: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 90-91.

Per rispondervi adeguatamente sono necessari: — un rinnovamento permanente della Chiesa in una accresciuta fedeltà alla sua vocazione. Tale rinnovamento è la forza del movimento verso l'unità; Cf Concilio Vaticano II, Decr. Unitatis redintegratio, 6: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 96-97. — la conversione del cuore per « condurre una vita più conforme al Vangelo », Concilio Vaticano II, Decr. Unitatis redintegratio, 7: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 97. poiché è l'infedeltà delle membra al dono di Cristo a causare le divisioni; — la preghiera in comune; infatti la « conversione del cuore » e la « santità della vita, insieme con le preghiere private e pubbliche per l'unità dei cristiani, si devono ritenere come l'anima di tutto il movimento ecumenico e si possono giustamente chiamare ecumenismo spirituale»; Concilio Vaticano II, Decr. Unitatis redintegratio, 8: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 98. — la reciproca conoscenza fraterna; Cf Concilio Vaticano II, Decr. Unitatis redintegratio, 9: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 98. — la formazione ecumenica dei fedeli e specialmente dei sacerdoti; Cf Concilio Vaticano II, Decr. Unitatis redintegratio, 10: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 99. — il dialogo tra i teologi e gli incontri tra i cristiani delle differenti Chiese e comunità; Cf Concilio Vaticano II, Decr. Unitatis redintegratio, 4: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 94; Ibid., 9: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 98; Ibid., 11: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 99. — la cooperazione tra cristiani nei diversi ambiti del servizio agli uomini. Cf Concilio Vaticano II, Decr. Unitatis redintegratio, 12: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 99-100.

« La cura di ristabilire l'unione riguarda tutta la Chiesa, sia i fedeli che i Pastori ». Concilio Vaticano II, Decr. Unitatis redintegratio, 5: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 96. Ma bisogna anche essere consapevoli « che questo santo proposito di riconciliare tutti i cristiani nell'unità della Chiesa di Cristo, una e unica, supera le forze e le doti umane ». Perciò riponiamo tutta la nostra speranza « nell'orazione di Cristo per la Chiesa, nell'amore del Padre per noi e nella forza dello Spirito Santo ». Concilio Vaticano II, Decr. Unitatis redintegratio, 24: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 107.

II.La Chiesa è santa

« Noi crediamo che la Chiesa [...] è indefettibilmente santa. Infatti Cristo, Figlio di Dio, il quale col Padre e lo Spirito è proclamato "il solo Santo", ha amato la Chiesa come sua Sposa e ha dato se stesso per essa, al fine di santificarla, e l'ha unita a sé come suo corpo e l'ha riempita col dono dello Spirito Santo, per la gloria di Dio ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 39: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 44. La Chiesa è dunque « il popolo santo di Dio », Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 12: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 16. e i suoi membri sono chiamati « santi ». Cf At 9,13; 1 Cor 6,1; 16,1.

La Chiesa, unita a Cristo, da lui è santificata; per mezzo di lui e in lui diventa anche santificante. Tutte le attività della Chiesa convergono, come a loro fine, « verso la santificazione degli uomini e la glorificazione di Dio in Cristo ». Concilio Vaticano II, Cost. Sacrosanctum Concilium, 10: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 56 (1964) su vatican.va — PDF scansionato (1964) 102. È nella Chiesa che si trova « tutta la pienezza dei mezzi di salvezza ». Concilio Vaticano II, Decr. Unitatis redintegratio, 3: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 94. È in essa che « per mezzo della grazia di Dio acquistiamo la santità». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 48: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 53.

« La Chiesa già sulla terra è adornata di una santità vera, anche se imperfetta ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 48: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 53. Nei suoi membri, la santità perfetta deve ancora essere raggiunta. « Muniti di tanti e così mirabili mezzi di salvezza, tutti i fedeli d'ogni stato e condizione sono chiamati dal Signore, ognuno per la sua via, a quella perfezione di santità di cui è perfetto il Padre celeste ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 11: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 16.

La carità è l'anima della santità alla quale tutti sono chiamati: essa « dirige tutti i mezzi di santificazione, dà loro forma e li conduce al loro fine »: Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 42: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 48.

« Capii che se la Chiesa aveva un corpo, composto da diverse membra, il più necessario, il più nobile di tutti non le mancava: capii che la Chiesa aveva un Cuore e che questo Cuore era acceso d'Amore. Capii che solo l'Amore faceva agire le membra della Chiesa: che se l'Amore si dovesse spegnere, gli Apostoli non annuncerebbero più il Vangelo, i Martiri rifiuterebbero di versare il loro sangue... Capii che l'Amore racchiudeva tutte le Vocazioni, che l'Amore era tutto, che abbracciava tutti i tempi e tutti i luoghi!... Insomma che è Eterno!... ». Santa Teresa di Gesù Bambino, Manoscritto B, 3v: Manoscritti autobiografici: Opere complete (Libreria Editrice Vaticana 1997) p. 223.

« Mentre Cristo "santo, innocente, immacolato", non conobbe il peccato, ma venne allo scopo di espiare i soli peccati del popolo, la Chiesa che comprende nel suo seno i peccatori, santa e insieme sempre bisognosa di purificazione, incessantemente si applica alla penitenza e al suo rinnovamento ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 8: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 12; cf Id., Decr. Unitatis redintegratio, 3: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 92-94; Ibid., 6: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 96-97. Tutti i membri della Chiesa, compresi i suoi ministri, devono riconoscersi peccatori. Cf 1 Gv 1,8-10. In tutti, sino alla fine dei tempi, la zizzania del peccato si trova ancora mescolata al buon grano del Vangelo. Cf Mt 13,24-30. La Chiesa raduna dunque peccatori raggiunti dalla salvezza di Cristo, ma sempre in via di santificazione:

« La Chiesa è santa, pur comprendendo nel suo seno dei peccatori, giacché essa non possiede altra vita se non quella della grazia: appunto vivendo della sua vita, i suoi membri si santificano, come, sottraendosi alla sua vita, cadono nei peccati e nei disordini, che impediscono l'irradiazione della sua santità. Perciò la Chiesa soffre e fa penitenza per tali peccati, da cui peraltro ha il potere di guarire i suoi figli con il sangue di Cristo e il dono dello Spirito Santo ». Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 19: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 60 (1968) su vatican.va — PDF scansionato (1968) 440.

Canonizzando alcuni fedeli, ossia proclamando solennemente che tali fedeli hanno praticato in modo eroico le virtù e sono vissuti nella fedeltà alla grazia di Dio, la Chiesa riconosce la potenza dello Spirito di santità che è in lei, e sostiene la speranza dei fedeli offrendo loro i santi quali modelli e intercessori. Cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 40: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 44-45; Ibid., 48-51: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 53-58. « I santi e le sante sono sempre stati sorgente e origine di rinnovamento nei momenti più difficili della storia della Chiesa ». Giovanni Paolo II, Esort. ap. Christifideles laici, 16: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 81 (1989) su vatican.va — PDF scansionato (1989) 417. Infatti, « la santità è la sorgente segreta e la misura infallibile della sua attività apostolica e del suo slancio missionario ». Giovanni Paolo II, Esort. ap. Christifideles laici, 17: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 81 (1989) su vatican.va — PDF scansionato (1989) 419-420.

« Mentre la Chiesa ha già raggiunto nella beatissima Vergine la perfezione che la rende senza macchia e senza ruga, i fedeli si sforzano ancora di crescere nella santità debellando il peccato; e per questo innalzano gli occhi a Maria »: Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 65: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 64. in lei la Chiesa è già tutta santa.

III.La Chiesa è cattolica

Che cosa vuol dire «cattolica»?

La parola « cattolica » significa « universale » nel senso di « secondo la totalità » o « secondo l'integralità ». La Chiesa è cattolica in un duplice senso. È cattolica perché in essa è presente Cristo. « Là dove è Cristo Gesù, ivi è la Chiesa cattolica». Sant'Ignazio di Antiochia, Epistula ad Smyrnaeos, 8, 2: SC — Sources chrétiennesbis, p. 138 (Funk — F.X. Funk, Patres apostolici). In essa sussiste la pienezza del corpo di Cristo unito al suo Capo, Cf Ef 1,22-23. e questo implica che essa riceve da lui « in forma piena e totale i mezzi di salvezza » Concilio Vaticano II, Decr. Ad gentes, 6: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 953. che egli ha voluto: confessione di fede retta e completa, vita sacramentale integrale e ministero ordinato nella successione apostolica. La Chiesa, in questo senso fondamentale, era cattolica il giorno di pentecoste Cf Concilio Vaticano II, Decr. Ad gentes, 4: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 950-951. e lo sarà sempre fino al giorno della Parusia.

Essa è cattolica perché è inviata in missione da Cristo alla totalità del genere umano: Cf Mt 28,19.

« Tutti gli uomini sono chiamati a formare il nuovo popolo di Dio. Perciò questo popolo, restando uno e unico, si deve estendere a tutto il mondo e a tutti i secoli, affinché si adempia l'intenzione della volontà di Dio, il quale in principio ha creato la natura umana una, e vuole radunare insieme infine i suoi figli, che si erano dispersi. [...] Questo carattere di universalità che adorna il popolo di Dio, è un dono dello stesso Signore, e con esso la Chiesa cattolica efficacemente e senza soste tende a ricapitolare tutta l'umanità, con tutti i suoi beni, in Cristo Capo nell'unità del suo Spirito». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 13: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 17.

Ogni Chiesa particolare è «cattolica»

La « Chiesa di Cristo è veramente presente in tutte le legittime assemblee locali di fedeli, le quali, aderendo ai loro Pastori, sono anche esse chiamate Chiese nel Nuovo Testamento. [...] In esse con la predicazione del Vangelo di Cristo vengono radunati i fedeli e si celebra il mistero della Cena del Signore [...]. In queste comunità, sebbene spesso piccole e povere o che vivono nella dispersione, è presente Cristo, per virtù del quale si raccoglie la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 26: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 31.

Per Chiesa particolare, che è in primo luogo la diocesi (o l'eparchia), si intende una comunità di fedeli cristiani in comunione nella fede e nei sacramenti con il loro Vescovo ordinato nella successione apostolica. Cf Concilio Vaticano II, Decr. Christus Dominus, 11: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 677; CIC — Codex Iuris Canonici canoni 368-369; CCEO — Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium canoni 177, § 1. 178. 311, § 1. 312. Queste Chiese particolari sono « formate a immagine della Chiesa universale »; in esse e a partire da esse « esiste la sola e unica Chiesa cattolica ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 23: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 27.

Le Chiese particolari sono pienamente cattoliche per la comunione con una di loro: la Chiesa di Roma, « che presiede alla carità ». Sant'Ignazio di Antiochia, Epistula ad Romanos, Inscr.: SC — Sources chrétiennesbis, p. 106 (Funk — F.X. Funk, Patres apostolici). « È sempre stato necessario che ogni Chiesa, cioè i fedeli di ogni luogo, si volgesse alla Chiesa romana in forza del suo sacro primato ». Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, 3, 3, 2: SC — Sources chrétiennes (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)); cf Concilio Vaticano I, Cost. dogm. Pastor aeternus, c. 2: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. « Infatti, dalla discesa del Verbo Incarnato verso di noi, tutte le Chiese cristiane sparse in ogni luogo hanno ritenuto e ritengono la grande Chiesa che è qui [a Roma] come unica base e fondamento perché, secondo le promesse del Salvatore, le porte degli inferi non hanno mai prevalso su di essa ». San Massimo il Confessore, Opuscula theologica et polemica: PG — Patrologia graeca (J.P. Migne).

« Ma dobbiamo ben guardarci dal concepire la Chiesa universale come la somma o, per così dire, la federazione [...] di Chiese particolari [...]. È la stessa Chiesa che, essendo universale per vocazione e per missione, quando getta le sue radici nella varietà dei terreni culturali, sociali, umani, assume in ogni parte del mondo fisionomie ed espressioni esteriori diverse ». Paolo VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 62: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 68 (1976) su vatican.va — PDF scansionato (1976) 52. La ricca varietà di discipline ecclesiastiche, di riti liturgici, di patrimoni teologici e spirituali propri alle « Chiese locali tra loro concordi dimostra con maggior evidenza la cattolicità della Chiesa indivisa ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 23: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 29.

Chi appartiene alla Chiesa cattolica?

« Tutti gli uomini sono chiamati a questa cattolica unità del popolo di Dio [...], alla quale in vario modo appartengono o sono ordinati sia i fedeli cattolici, sia gli altri credenti in Cristo, sia, infine, tutti gli uomini, che dalla grazia di Dio sono chiamati alla salvezza». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 13: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 18.

« Sono pienamente incorporati nella società della Chiesa quelli che, avendo lo Spirito di Cristo, accettano integra la sua struttura e tutti i mezzi di salvezza in essa istituiti, e nel suo organismo visibile sono uniti con Cristo – che la dirige mediante il Sommo Pontefice e i Vescovi – dai vincoli della professione di fede, dei sacramenti, del governo ecclesiastico e della comunione. Non si salva, però, anche se incorporato alla Chiesa, colui che, non perseverando nella carità, rimane, sì, in seno alla Chiesa col "corpo" ma non col "cuore"». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 14: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 18-19.

« Con coloro che, battezzati, sono sì insigniti del nome cristiano, ma non professano la fede integrale o non conservano l'unità della comunione sotto il Successore di Pietro, la Chiesa sa di essere per più ragioni unita». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 15: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 19. «Quelli infatti che credono in Cristo e hanno ricevuto debitamente il Battesimo sono costituiti in una certa comunione, sebbene imperfetta, con la Chiesa cattolica». Concilio Vaticano II, Decr. Unitatis redintegratio, 3: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 93. Con le Chiese ortodosse, questa comunione è così profonda « che le manca ben poco per raggiungere la pienezza che autorizzi una celebrazione comune della Eucaristia del Signore». Paolo VI, Discorso nella Cappella Sistina nella ricorrenza del decimo anniversario della mutua cancellazione delle scomuniche fra le Chiese di Roma e di Costantinopoli (14 dicembre 1975): AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 68 (1976) su vatican.va — PDF scansionato (1976) 121; cf Concilio Vaticano II, Decr. Unitatis redintegratio, 13-18: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 100-104.

La Chiesa e i non cristiani

« Quelli che non hanno ancora ricevuto il Vangelo, in vari modi sono ordinati al popolo di Dio». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 16: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 20. Il rapporto della Chiesa con il popolo ebraico. La Chiesa, popolo di Dio nella Nuova Alleanza, scrutando il suo proprio mistero, scopre il proprio legame con il popolo ebraico, Cf Concilio Vaticano II, Dich. Nostra aetate, 4: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 742-743. che Dio « scelse primi fra tutti gli uomini ad accogliere la sua parola ». Venerdì Santo nella passione del Signore, Celebrazione della passione del Signore, Preghiera universale VI: Messale Romano (Libreria Editrice Vaticana 1993) p. 149. A differenza delle altre religioni non cristiane, la fede ebraica è già risposta alla rivelazione di Dio nell'Antica Alleanza. È al popolo ebraico che appartengono « l'adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne » (Rm 9,4-5) perché « i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili! » (Rm 11,29).

Del resto, quando si considera il futuro, il popolo di Dio dell'Antica Alleanza e il nuovo popolo di Dio tendono a fini analoghi: l'attesa della venuta (o del ritorno) del Messia. Ma tale attesa è, da una parte, rivolta al ritorno del Messia, morto e risorto, riconosciuto come Signore e Figlio di Dio, dall'altra è rivolta alla venuta del Messia, i cui tratti rimangono velati, alla fine dei tempi: si ha un'attesa accompagnata dall'ignoranza o dal misconoscimento di Gesù Cristo.

Le relazioni della Chiesa con i musulmani. « Il disegno della salvezza abbraccia anche coloro che riconoscono il Creatore, e tra questi in primo luogo i musulmani, i quali, professando di tenere la fede di Abramo, adorano con noi un Dio unico, misericordioso, che giudicherà gli uomini nel giorno finale ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 16: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 20; cf Id., Dich. Nostra aetate, 3: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 741-742.

Il legame della Chiesa con le religioni non cristiane è anzitutto quello della comune origine e del comune fine del genere umano:

« Infatti tutti i popoli costituiscono una sola comunità. Essi hanno una sola origine poiché Dio ha fatto abitare l'intero genere umano su tutta la faccia della terra; essi hanno anche un solo fine ultimo, Dio, del quale la provvidenza, la testimonianza di bontà e il disegno di salvezza si estendono a tutti, finché gli eletti si riuniscano nella città santa ». Concilio Vaticano II, Dich. Nostra aetate, 1: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 740.

La Chiesa riconosce nelle altre religioni la ricerca, ancora « nelle ombre e nelle immagini », di un Dio ignoto ma vicino, poiché è lui che dà a tutti vita, respiro e ogni cosa, e vuole che tutti gli uomini siano salvi. Pertanto la Chiesa considera tutto ciò che di buono e di vero si trova nelle religioni come una preparazione al Vangelo, « e come dato da colui che illumina ogni uomo, affinché abbia finalmente la vita ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 16: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 20; cf Id., Dich. Nostra aetate, 2: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 740-741; Paolo VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 53: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 68 (1976) su vatican.va — PDF scansionato (1976) 41.

Ma nel loro comportamento religioso, gli uomini mostrano anche limiti ed errori che sfigurano in loro l'immagine di Dio:

« Molto spesso gli uomini, ingannati dal maligno, hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e hanno scambiato la verità divina con la menzogna, servendo la creatura piuttosto che il Creatore, oppure vivendo e morendo senza Dio in questo mondo, sono esposti alla disperazione finale ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 16: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 20.

Proprio per riunire di nuovo tutti i suoi figli, dispersi e sviati dal peccato, il Padre ha voluto convocare l'intera umanità nella Chiesa del Figlio suo. La Chiesa è il luogo in cui l'umanità deve ritrovare l'unità e la salvezza. È il « mondo riconciliato ». Cf Sant'Agostino, Sermo 96, 7, 9: PL — Patrologia latina (J.P. Migne). È la nave che, « pleno dominicae crucis velo Sancti Spiritus flatu in hoc bene navigat mundo – spiegate le vele della croce del Signore al soffio dello Spirito Santo, naviga sicura in questo mondo »; Sant'Ambrogio, De virginitate, 18, 119: Sancti Ambrosii Episcopi Mediolanensis opera, v. 142 (Milano-Roma 1989) p. 96 (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)). secondo un'altra immagine, cara ai Padri della Chiesa, è l'arca di Noè che, sola, salva dal diluvio. Cf già 1 Pt 3,20-21.

«Fuori della Chiesa non c’è salvezza»

Come bisogna intendere questa affermazione spesso ripetuta dai Padri della Chiesa? Formulata in modo positivo, significa che ogni salvezza viene da Cristo-Capo per mezzo della Chiesa che è il suo corpo:

Il santo Concilio « insegna, appoggiandosi sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione, che questa Chiesa pellegrinante è necessaria alla salvezza. Infatti solo Cristo, presente per noi nel suo corpo, che è la Chiesa, è il Mediatore e la Via della salvezza; ora egli, inculcando espressamente la necessità della fede e del Battesimo, ha insieme confermato la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano mediante il Battesimo come per la porta. Perciò non potrebbero salvarsi quegli uomini, i quali, non ignorando che la Chiesa cattolica è stata da Dio per mezzo di Gesù Cristo fondata come necessaria, non avessero tuttavia voluto entrare in essa o in essa perseverare ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 14: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 18.

Questa affermazione non si riferisce a coloro che, senza loro colpa, ignorano Cristo e la Chiesa:

« Infatti, quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, e tuttavia cercano sinceramente Dio, e sotto l'influsso della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di Dio, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 16: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 20; cf Sant'Offizio, Lettera all'Arcivescovo di Boston (8 agosto 1949): DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

« Benché Dio, attraverso vie a lui note, possa portare gli uomini, che senza loro colpa ignorano il Vangelo, alla fede, senza la quale è impossibile piacergli, Cf Eb 11,6. è tuttavia compito imprescindibile della Chiesa, ed insieme sacro diritto, evangelizzare » Concilio Vaticano II, Decr. Ad gentes, 7: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 955. tutti gli uomini.

La missione – un’esigenza della cattolicità della Chiesa

Il mandato missionario. « Inviata da Dio alle genti per essere "sacramento universale di salvezza", la Chiesa, per le esigenze più profonde della sua cattolicità e obbedendo all'ordine del suo Fondatore, si sforza di annunciare il Vangelo a tutti gli uomini »: Concilio Vaticano II, Decr. Ad gentes, 1: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 947. « Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo » (Mt 28,19-20).

L'origine e lo scopo della missione. Il mandato missionario del Signore ha la sua ultima sorgente nell'amore eterno della Santissima Trinità: « La Chiesa pellegrinante per sua natura è missionaria, in quanto essa trae origine dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo, secondo il disegno di Dio Padre ». Concilio Vaticano II, Decr. Ad gentes, 2: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 948. E il fine ultimo della missione altro non è che di rendere partecipi gli uomini della comunione che esiste tra il Padre e il Figlio nel loro Spirito d'amore. Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, 23: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 83 (1991) su vatican.va — PDF scansionato (1991) 269-270.

Il motivo della missione. Da sempre la Chiesa ha tratto l'obbligo e la forza del suo slancio missionario dall'amore di Dio per tutti gli uomini: « poiché l'amore di Cristo ci spinge... » (2 Cor 5,14). Cf Concilio Vaticano II, Decr. Apostolicam actuositatem, 6: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 842-843; Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, 11: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 83 (1991) su vatican.va — PDF scansionato (1991) 259-260. Infatti Dio « vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità » (1 Tm 2,4). Dio vuole la salvezza di tutti attraverso la conoscenza della verità. La salvezza si trova nella verità. Coloro che obbediscono alla mozione dello Spirito di verità sono già sul cammino della salvezza; ma la Chiesa, alla quale questa verità è stata affidata, deve andare incontro al loro desiderio offrendola loro. Proprio perché crede al disegno universale di salvezza, la Chiesa deve essere missionaria.

Le vie della missione. « Lo Spirito Santo è il protagonista di tutta la missione ecclesiale ». Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, 21: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 83 (1991) su vatican.va — PDF scansionato (1991) 268. È lui che conduce la Chiesa sulle vie della missione. Essa continua e sviluppa nel corso della storia la missione del Cristo stesso, inviato a portare la Buona Novella ai poveri; « sotto l'influsso dello Spirito di Cristo, la Chiesa deve procedere per la stessa strada seguita da Cristo, la strada cioè della povertà, dell'obbedienza, del servizio e del sacrificio di se stesso, fino alla morte, da cui uscì vincitore con la sua risurrezione ». Concilio Vaticano II, Decr. Ad gentes, 5: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 952. È così che « il sangue dei martiri è seme di cristiani ». Tertulliano, Apologeticum, 50, 13: CCL — Corpus Christianorum (Series Latina) (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)).

Ma anche in questo nostro tempo sa bene la Chiesa « quanto distanti siano tra loro il messaggio ch'essa reca e l'umana debolezza di coloro cui è affidato il Vangelo ». Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 43: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1064. Solo applicandosi incessantemente « alla penitenza e al rinnovamento » Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 8: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 12; cf Ibid., 15: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 20. e « camminando per l'angusta via della croce », Concilio Vaticano II, Decr. Ad gentes, 1: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 947. il popolo di Dio può estendere il regno di Cristo. Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, 12-20: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 83 (1991) su vatican.va — PDF scansionato (1991) 260-268. Infatti, « come Cristo ha compiuto la sua opera di redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 8: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 12.

Per mezzo della sua stessa missione, la Chiesa « cammina insieme con l'umanità tutta e sperimenta assieme al mondo la medesima sorte terrena, ed è come il fermento e quasi l'anima della società umana, destinata a rinnovarsi in Cristo e a trasformarsi in famiglia di Dio ». Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 40: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1058. L'impegno missionario esige dunque la pazienza. Incomincia con l'annunzio del Vangelo ai popoli e ai gruppi che ancora non credono a Cristo; Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, 42-47: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 83 (1991) su vatican.va — PDF scansionato (1991) 289-295. prosegue con la costituzione di comunità cristiane che siano segni della presenza di Dio nel mondo, Cf Concilio Vaticano II, Decr. Ad gentes, 15: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 964. e con la fondazione di Chiese locali; Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, 48-49: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 83 (1991) su vatican.va — PDF scansionato (1991) 295-297. avvia un processo di inculturazione per incarnare il Vangelo nelle culture dei popoli; Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, 52-54: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 83 (1991) su vatican.va — PDF scansionato (1991) 299-302. non mancherà di conoscere anche degli insuccessi. « Per quanto riguarda gli uomini, i gruppi e i popoli, solo gradatamente la Chiesa li raggiunge e li penetra, e li assume così nella pienezza cattolica ». Concilio Vaticano II, Decr. Ad gentes, 6: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 953.

La missione della Chiesa richiede lo sforzo verso l'unità dei cristiani. Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, 50: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 83 (1991) su vatican.va — PDF scansionato (1991) 297-298. Infatti, « le divisioni dei cristiani impediscono che la Chiesa stessa attui la pienezza della cattolicità ad essa propria in quei figli, che le sono bensì uniti col Battesimo, ma sono separati dalla sua piena comunione. Anzi, alla Chiesa stessa diventa più difficile esprimere sotto ogni aspetto la pienezza della cattolicità proprio nella realtà della vita ». Concilio Vaticano II, Decr. Unitatis redintegratio, 4: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 96.

L'attività missionaria implica un dialogo rispettoso con coloro che non accettano ancora il Vangelo. Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, 55: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 83 (1991) su vatican.va — PDF scansionato (1991) 302-304. I credenti possono trarre profitto per se stessi da questo dialogo, imparando a conoscere meglio « tutto ciò che di verità e di grazia era già riscontrabile, per una nascosta presenza di Dio, in mezzo alle genti ». Concilio Vaticano II, Decr. Ad gentes, 9: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 958. Se infatti essi annunziano la Buona Novella a coloro che la ignorano, è per consolidare, completare ed elevare la verità e il bene che Dio ha diffuso tra gli uomini e i popoli, e per purificarli dall'errore e dal male « per la gloria di Dio, la confusione del demonio e la felicità dell'uomo ». Concilio Vaticano II, Decr. Ad gentes, 9: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 958.

IV.La Chiesa è apostolica

La Chiesa è apostolica, perché è fondata sugli Apostoli, e ciò in un triplice senso: — essa è stata e rimane costruita sul « fondamento degli Apostoli » (Ef 2,20 Cf Ap 21,14.), testimoni scelti e mandati in missione da Cristo stesso; Cf Mt 28,16-20; At 1,8; 1 Cor 9,1; 15,7-8; Gal 1,1; ecc. — custodisce e trasmette, con l'aiuto dello Spirito che abita in essa, l'insegnamento, Cf At 2,42. il buon deposito, le sane parole udite dagli Apostoli; Cf 2 Tm 1,13-14. — fino al ritorno di Cristo, continua ad essere istruita, santificata e guidata dagli Apostoli grazie ai loro successori nella missione pastorale: il Collegio dei Vescovi, « coadiuvato dai sacerdoti ed unito al Successore di Pietro e Supremo Pastore della Chiesa ». Concilio Vaticano II, Decr. Ad gentes, 5: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 952.

« Pastore eterno, tu non abbandoni il tuo gregge, ma lo custodisci e proteggi sempre per mezzo dei tuoi santi Apostoli, e lo conduci attraverso i tempi, sotto la guida di coloro che tu stesso hai eletto vicari del tuo Figlio e hai costituito Pastori ». Prefazio degli Apostoli I: Messale Romano (Libreria Editrice Vaticana 1993) p. 361.

La missione degli Apostoli

Gesù è l'Inviato del Padre. Fin dall'inizio del suo ministero, « chiamò a sé quelli che egli volle [...]. Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare » (Mc 3,13-14). Da quel momento, essi saranno i suoi « inviati » (è questo il significato del termine greco apostoloi). In loro Gesù continua la sua missione: « Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi » (Gv 20,21). Cf Gv 13,20; 17,18. Il loro ministero è quindi la continuazione della sua missione: « Chi accoglie voi, accoglie me », dice ai Dodici (Mt 10,40). Cf Lc 10,16.

Gesù li unisce alla missione che ha ricevuto dal Padre. Come «il Figlio da sé non può fare nulla» (Gv 5,19.30), ma riceve tutto dal Padre che lo ha inviato, così coloro che Gesù invia non possono fare nulla senza di lui, Cf Gv 15,5. dal quale ricevono il mandato della missione e il potere di compierla. Gli Apostoli di Cristo sanno di essere resi da Dio «ministri adatti di una Nuova Alleanza» (2 Cor 3,6), « ministri di Dio » (2 Cor 6,4), «ambasciatori per Cristo» (2 Cor 5,20), «ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio» (1 Cor 4,1).

Nella missione degli Apostoli c'è un aspetto che non può essere trasmesso: essere i testimoni scelti della risurrezione del Signore e le fondamenta della Chiesa. Ma vi è anche un aspetto permanente della loro missione. Cristo ha promesso di rimanere con loro sino alla fine del mondo. Cf Mt 28,20. La « missione divina, affidata da Cristo agli Apostoli, dovrà durare sino alla fine dei secoli, poiché il Vangelo, che essi devono trasmettere, è per la Chiesa principio di tutta la sua vita in ogni tempo. Per questo gli Apostoli [...] ebbero cura di costituirsi dei successori ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 20: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 23.

I Vescovi successori degli Apostoli

«Perché la missione loro affidata venisse continuata dopo la loro morte, [gli Apostoli] lasciarono quasi in testamento ai loro immediati cooperatori l'incarico di completare e consolidare l'opera da essi incominciata, raccomandando loro di attendere a tutto il gregge, nel quale lo Spirito Santo li aveva posti per pascere la Chiesa di Dio. Essi stabilirono dunque questi uomini e in seguito diedero disposizione che, quando essi fossero morti, altri uomini provati prendessero la successione del loro ministero». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 20: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 23; cf San Clemente Romano, Epistula ad Corinthios, 42, 4: SC — Sources chrétiennes (Funk — F.X. Funk, Patres apostolici, 1, 152); Ibid., 44, 2: SC — Sources chrétiennes (Funk — F.X. Funk, Patres apostolici, 1, 154-156).

«Come quindi permane l'ufficio dal Signore concesso singolarmente a Pietro, il primo degli Apostoli, e da trasmettersi ai suoi successori, così permane l'ufficio degli Apostoli di pascere la Chiesa, da esercitarsi ininterrottamente dal sacro ordine dei Vescovi ». Perciò la Chiesa insegna che « i Vescovi per divina istituzione sono succeduti al posto degli Apostoli, quali Pastori della Chiesa: chi li ascolta, ascolta Cristo, chi li disprezza, disprezza Cristo e colui che Cristo ha mandato». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 20: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 24.

L’apostolato

Tutta la Chiesa è apostolica in quanto rimane in comunione di fede e di vita con la sua origine attraverso i successori di san Pietro e degli Apostoli. Tutta la Chiesa è apostolica, in quanto è « inviata » in tutto il mondo; tutti i membri della Chiesa, sia pure in modi diversi, partecipano a questa missione. « La vocazione cristiana infatti è per sua natura anche vocazione all'apostolato ». Si chiama « apostolato » « tutta l'attività del corpo mistico » ordinata alla « diffusione del regno di Cristo su tutta la terra ». Concilio Vaticano II, Decr. Apostolicam actuositatem, 2: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 838.

« Siccome la fonte e l'origine di tutto l'apostolato della Chiesa è Cristo, mandato dal Padre, è evidente che la fecondità dell'apostolato », sia quello dei ministri ordinati sia quello « dei laici, dipende dalla loro unione vitale con Cristo ». Concilio Vaticano II, Decr. Apostolicam actuositatem, 4: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 840; cf Gv 15,5. Secondo le vocazioni, le esigenze dei tempi, i vari doni dello Spirito Santo, l'apostolato assume le forme più diverse. Ma la carità, attinta soprattutto nell'Eucaristia, rimane sempre « come l'anima di tutto l'apostolato ». Concilio Vaticano II, Decr. Apostolicam actuositatem, 3: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 839.

La Chiesa è una, santa, cattolica e apostolica nella sua identità profonda e ultima, perché in essa già esiste e si compirà alla fine dei tempi « il regno dei cieli », « il regno di Dio », Cf Ap 19,6. che è venuto nella persona di Cristo e che misteriosamente cresce nel cuore di coloro che a lui sono incorporati, fino alla sua piena manifestazione escatologica. Allora tutti gli uomini da lui redenti, in lui resi « santi e immacolati al cospetto » di Dio « nella carità », Cf Ef 1,4. saranno riuniti come l'unico popolo di Dio, « la Sposa dell'Agnello » Cf Ap 21,9., « la Città santa » che scende « dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio »; Cf Ap 21,10-11. e « le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici Apostoli dell'Agnello » (Ap 21,14).

La Chiesa è una: essa ha un solo Signore, professa una sola fede, nasce da un solo Battesimo, forma un solo corpo, vivificato da un solo Spirito, in vista di un'unica speranza, Cf Ef 4,3-5. al compimento della quale saranno superate tutte le divisioni.

La Chiesa è santa: il Dio Santissimo è il suo autore; Cristo, suo Sposo, ha dato se stesso per lei, per santificarla; lo Spirito di santità la vivifica. Benché comprenda in sé uomini peccatori, è senza peccato fatta di peccatori. Nei santi risplende la sua santità; in Maria è già tutta santa.

La Chiesa è cattolica: essa annunzia la totalità della fede; porta in sé e amministra la pienezza dei mezzi di salvezza; è mandata a tutti i popoli; si rivolge a tutti gli uomini; abbraccia tutti i tempi; « per sua natura è missionaria ». Concilio Vaticano II, Decr. Ad gentes, 2: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 948.

La Chiesa è apostolica: è costruita su basamenti duraturi: i dodici Apostoli dell'Agnello; Cf Ap 21,14. è indistruttibile; Cf Mt 16,18. è infallibilmente conservata nella verità; Cristo la governa per mezzo di Pietro e degli altri Apostoli, presenti nei loro successori, nel Sommo Pontefice e nel Collegio dei Vescovi.

« Questa è l'unica Chiesa di Cristo, che nel Simbolo professiamo una, santa, cattolica e apostolica ». [...] Essa « sussiste nella Chiesa cattolica, governata dal Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui, ancorché al di fuori del suo organismo visibile si trovino parecchi elementi di santificazione e di verità ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 8: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 11-12.

Paragrafo 4 I FEDELI – GERARCHIA, LAICI, VITA CONSACRATA

« I fedeli sono coloro che, essendo stati incorporati a Cristo mediante il Battesimo, sono costituiti popolo di Dio e perciò, resi partecipi nel modo loro proprio della funzione sacerdotale, profetica e regale di Cristo, sono chiamati ad attuare, secondo la condizione propria di ciascuno, la missione che Dio ha affidato alla Chiesa da compiere nel mondo ». CIC — Codex Iuris Canonici canone 204, § 1; cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 31: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 37-38.

« Fra tutti i fedeli, in forza della loro rigenerazione in Cristo, sussiste una vera uguaglianza nella dignità e nell'agire, e per tale uguaglianza tutti cooperano all'edificazione del corpo di Cristo, secondo la condizione e i compiti propri di ciascuno ». CIC — Codex Iuris Canonici canone 208; cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 32: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 38-39.

Le differenze stesse che il Signore ha voluto stabilire fra le membra del suo corpo sono in funzione della sua unità e della sua missione. Infatti « c'è nella Chiesa diversità di ministeri, ma unità di missione. Gli Apostoli e i loro successori hanno avuto da Cristo l'ufficio di insegnare, santificare, reggere in suo nome e con la sua autorità. Ma i laici, resi partecipi dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, nella missione di tutto il popolo di Dio assolvono compiti propri nella Chiesa e nel mondo ». Concilio Vaticano II, Decr. Apostolicam actuositatem, 2: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 838-839. Infine dai ministri sacri e dai laici « provengono fedeli i quali, con la professione dei consigli evangelici [...], in modo speciale sono consacrati a Dio e danno incremento alla missione salvifica della Chiesa ». CIC — Codex Iuris Canonici canone 207, § 2.

I.La costituzione gerarchica della Chiesa

Perché il ministero ecclesiale?

È Cristo stesso l'origine del ministero nella Chiesa. Egli l'ha istituita, le ha dato autorità e missione, orientamento e fine:

« Cristo Signore, per pascere e sempre più accrescere il popolo di Dio, ha istituito nella sua Chiesa vari ministeri, che tendono al bene di tutto il corpo. I ministri infatti, che sono dotati di sacra potestà, sono a servizio dei loro fratelli, perché tutti coloro che appartengono al popolo di Dio [...] arrivino alla salvezza ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 18: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 21-22.

« E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi? E come lo annunzieranno, senza essere prima inviati? » (Rm 10,14-15). Nessuno, né individuo né comunità, può annunziare a se stesso il Vangelo. « La fede dipende [...] dalla predicazione » (Rm 10,17). Nessuno può darsi da sé il mandato e la missione di annunziare il Vangelo. L'inviato del Signore parla e agisce non per autorità propria, ma in forza dell'autorità di Cristo; non come membro della comunità, ma parlando ad essa in nome di Cristo. Nessuno può conferire a se stesso la grazia, essa deve essere data e offerta. Ciò suppone che vi siano ministri della grazia, autorizzati e abilitati da Cristo. Da lui i Vescovi e i presbiteri ricevono la missione e la facoltà (la « sacra potestà ») di agire in persona di Cristo Capo, i diaconi la forza di servire il popolo di Dio nella « diaconia » della liturgia, della parola e della carità, in comunione con il Vescovo e il suo presbiterio. La tradizione della Chiesa chiama « sacramento » questo ministero, attraverso il quale gli inviati di Cristo compiono e danno per dono di Dio quello che da se stessi non possono né compiere né dare. Il ministero della Chiesa viene conferito mediante uno specifico sacramento.

Alla natura sacramentale del ministero ecclesiale è intrinsecamente legato il carattere di servizio. I ministri, infatti, in quanto dipendono interamente da Cristo, il quale conferisce missione e autorità, sono veramente « servi di Cristo » (Rm 1,1), ad immagine di lui che ha assunto liberamente per noi « la condizione di servo » (Fil 2,7). Poiché la parola e la grazia di cui sono i ministri non sono loro, ma di Cristo che le ha loro affidate per gli altri, essi si faranno liberamente servi di tutti. Cf 1 Cor 9,19.

Allo stesso modo, è proprio della natura sacramentale del ministero ecclesiale avere un carattere collegiale. Infatti il Signore Gesù, fin dall'inizio del suo ministero, istituì i Dodici, che « furono ad un tempo il seme del nuovo Israele e l'origine della sacra gerarchia ». Concilio Vaticano II, Decr. Ad gentes, 5: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 951. Scelti insieme, sono anche mandati insieme, e la loro unione fraterna sarà al servizio della comunione fraterna di tutti i fedeli; essa sarà come un riflesso e una testimonianza della comunione delle Persone divine. Cf Gv 17,21-23. Per questo ogni Vescovo esercita il suo ministero in seno al Collegio episcopale, in comunione col Vescovo di Roma, Successore di san Pietro e capo del Collegio; i sacerdoti esercitano il loro ministero in seno al presbiterio della diocesi, sotto la direzione del loro Vescovo.

Infine è proprio della natura sacramentale del ministero ecclesiale avere un carattere personale. Se i ministri di Cristo agiscono in comunione, agiscono però sempre anche in maniera personale. Ognuno è chiamato personalmente: « Tu seguimi » (Gv 21,22), Cf Mt 4,19.21; Gv 1,43. per essere, nella missione comune, testimone personale, personalmente responsabile davanti a colui che conferisce la missione, agendo « in sua persona » e per delle persone: « Io ti battezzo nel nome del Padre... »; « Io ti assolvo... ».

Pertanto il ministero sacramentale nella Chiesa è un servizio esercitato in nome di Cristo. Esso ha un carattere personale e una forma collegiale. Ciò si verifica sia nei legami tra il Collegio episcopale e il suo capo, il Successore di san Pietro, sia nel rapporto tra la responsabilità pastorale del Vescovo per la sua Chiesa particolare e la sollecitudine di tutto il Collegio episcopale per la Chiesa universale.

Il Collegio episcopale e il suo capo, il Papa

Cristo istituì i Dodici « sotto la forma di un collegio o di un gruppo stabile, del quale mise a capo Pietro, scelto di mezzo a loro ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 19: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 22. « Come san Pietro e gli altri Apostoli costituirono, per istituzione del Signore, un unico collegio apostolico, similmente il Romano Pontefice, Successore di Pietro, e i Vescovi, successori degli Apostoli, sono tra loro uniti ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 22: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 25; cf CIC — Codex Iuris Canonici canone 330.

Del solo Simone, al quale diede il nome di Pietro, il Signore ha fatto la pietra della sua Chiesa. A lui ne ha affidato le chiavi; Cf Mt 16,18-19. l'ha costituito pastore di tutto il gregge. Cf Gv 21,15-17. « Ma l'incarico di legare e di sciogliere, che è stato dato a Pietro, risulta essere stato pure concesso al collegio degli Apostoli, unito col suo capo ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 22: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 26. Questo ufficio pastorale di Pietro e degli altri Apostoli costituisce uno dei fondamenti della Chiesa; è continuato dai Vescovi sotto il primato del Papa.

Il Papa, Vescovo di Roma e Successore di san Pietro, « è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell'unità sia dei Vescovi sia della moltitudine dei fedeli ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 23: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 27. « Infatti il Romano Pontefice, in virtù del suo ufficio di Vicario di Cristo e di Pastore di tutta la Chiesa, ha sulla Chiesa la potestà piena, suprema e universale, che può sempre esercitare liberamente ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 22: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 26; cf Id, Decr. Christus Dominus, 2: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 673; Ibid., 9: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 676.

« Il Collegio o Corpo dei Vescovi non ha autorità, se non lo si concepisce insieme con il Romano Pontefice, [...] quale suo capo ». Come tale, questo Collegio « è pure soggetto di suprema e piena potestà su tutta la Chiesa: potestà che non può essere esercitata se non con il consenso del Romano Pontefice ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 22: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 26; cf CIC — Codex Iuris Canonici canone 336.

« Il Collegio dei Vescovi esercita in modo solenne la potestà sulla Chiesa universale nel Concilio Ecumenico ». CIC — Codex Iuris Canonici canone 337, § 1. « Mai si ha Concilio Ecumenico, che come tale non sia confermato o almeno accettato dal Successore di Pietro ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 22: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 27.

« Il Collegio episcopale, in quanto composto da molti, esprime la varietà e l'universalità del popolo di Dio; in quanto raccolto sotto un solo capo, esprime l'unità del gregge di Cristo ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 22: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 26.

« I Vescovi, singolarmente presi, sono il principio visibile e il fondamento dell'unità nelle loro Chiese particolari ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm Lumen gentium, 23: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 27. In quanto tali « esercitano il loro pastorale governo sopra la porzione del popolo di Dio che è stata loro affidata », Concilio Vaticano II, Cost. dogm Lumen gentium, 23: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 27. coadiuvati dai presbiteri e dai diaconi. Ma, in quanto membri del Collegio episcopale, ognuno di loro è partecipe della sollecitudine per tutte le Chiese, Cf Concilio Vaticano II, Decr. Christus Dominus, 3: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 674. e la esercita innanzi tutto «reggendo bene la propria Chiesa come porzione della Chiesa universale», contribuendo così «al bene di tutto il corpo mistico che è pure il corpo delle Chiese». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 23: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 28. Tale sollecitudine si estenderà particolarmente ai poveri, Cf Gal 2,10. ai perseguitati per la fede, come anche ai missionari che operano in tutta la terra.

Le Chiese particolari vicine e di cultura omogenea formano province ecclesiastiche o realtà più vaste chiamate patriarcati o regioni. Cf Canoni degli Apostoli, 34 [Constitutiones apostolicae, 8, 47, 34]: SC — Sources chrétiennes (Funk — F.X. Funk, Patres apostolici, Didascalia et constitutiones Apostolorum, 1, 572-574). I Vescovi di questi raggruppamenti possono riunirsi in Sinodi o in Concilii provinciali. « Così pure, le Conferenze Episcopali possono, oggi, contribuire in modo molteplice e fecondo a che lo spirito collegiale si attui concretamente ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 23: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 29.

L’ufficio di insegnare

I Vescovi, con i presbiteri, loro cooperatori, « hanno anzitutto il dovere di annunziare a tutti il Vangelo di Dio », Concilio Vaticano II, Decr. Presbyterorum ordinis, 4: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 995. secondo il comando del Signore. Cf Mc 16,15. Essi sono « gli araldi della fede, che portano a Cristo nuovi discepoli, sono i dottori autentici » della fede apostolica, « rivestiti dell'autorità di Cristo ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 25: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 29.

Per mantenere la Chiesa nella purezza della fede trasmessa dagli Apostoli, Cristo, che è la verità, ha voluto rendere la sua Chiesa partecipe della propria infallibilità. Mediante il « senso soprannaturale della fede », il popolo di Dio « aderisce indefettibilmente alla fede », sotto la guida del Magistero vivente della Chiesa. Cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 12: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 16; cf Id., Cost. dogm. Dei Verbum, 10: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 822.

La missione del Magistero è legata al carattere definitivo dell'Alleanza che Dio in Cristo ha stretto con il suo popolo; deve salvaguardarlo dalle deviazioni e dai cedimenti, e garantirgli la possibilità oggettiva di professare senza errore l'autentica fede. Il compito pastorale del Magistero è quindi ordinato a vigilare affinché il popolo di Dio rimanga nella verità che libera. Per compiere questo servizio, Cristo ha dotato i Pastori del carisma dell'infallibilità in materia di fede e di costumi. L'esercizio di questo carisma può avere parecchie modalità.

« Di questa infallibilità il Romano Pontefice, capo del Collegio dei Vescovi, fruisce in virtù del suo ufficio, quando, quale supremo Pastore e Dottore di tutti i fedeli, che conferma nella fede i suoi fratelli, proclama con un atto definitivo una dottrina riguardante la fede o la morale. [...] L'infallibilità promessa alla Chiesa risiede pure nel Corpo episcopale, quando questi esercita il supremo Magistero col Successore di Pietro » soprattutto in un Concilio Ecumenico. Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 25: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 30; cf Concilio Vaticano I, Cost. dogm. Pastor aeternus, c. 4: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. Quando la Chiesa, mediante il suo Magistero supremo, propone qualche cosa « da credere come rivelato da Dio » Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Dei Verbum, 10: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 822. e come insegnamento di Cristo, « a tali definizioni si deve aderire con l'ossequio della fede ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 25: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 30. Tale infallibilità abbraccia l'intero deposito della rivelazione divina. Cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 25: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 30.

L'assistenza divina è inoltre data ai successori degli Apostoli, che insegnano in comunione con il Successore di Pietro, e, in modo speciale, al Vescovo di Roma, Pastore di tutta la Chiesa, quando, pur senza arrivare ad una definizione infallibile e senza pronunciarsi in « maniera definitiva », propongono, nell'esercizio del Magistero ordinario, un insegnamento che porta ad una migliore intelligenza della Rivelazione in materia di fede e di costumi. A questo insegnamento ordinario i fedeli devono « aderire col religioso ossequio dello spirito » Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 25: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 29-30. che, pur distinguendosi dall'ossequio della fede, tuttavia ne è il prolungamento.

L’ufficio di santificare

Il Vescovo « è il dispensatore della grazia del supremo sacerdozio », Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 26: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 31. specialmente nell'Eucaristia che egli stesso offre o di cui assicura l'offerta mediante i presbiteri, suoi cooperatori. L'Eucaristia, infatti, è il centro della vita della Chiesa particolare. Il Vescovo e i presbiteri santificano la Chiesa con la loro preghiera e il loro lavoro, con il ministero della parola e dei sacramenti. La santificano con il loro esempio, « non spadroneggiando sulle persone » loro « affidate », ma facendosi « modelli del gregge » (1 Pt 5,3), in modo che « possano, insieme col gregge loro affidato, giungere alla vita eterna ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 26: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 32.

L’ufficio di governare

« I Vescovi reggono le Chiese particolari, come vicari e delegati di Cristo, col consiglio, la persuasione, l'esempio, ma anche con l'autorità e la sacra potestà », Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 27: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 32. che però dev'essere da loro esercitata allo scopo di edificare, nello spirito di servizio che è proprio del loro Maestro. Cf Lc 22,26-27.

« Questa potestà, che personalmente esercitano in nome di Cristo, è propria, ordinaria e immediata, quantunque il suo esercizio sia in definitiva regolato dalla suprema autorità della Chiesa». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 27: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 32. Ma i Vescovi non devono essere considerati come dei vicari del Papa, la cui autorità ordinaria e immediata su tutta la Chiesa non annulla quella dei Vescovi, ma anzi la conferma e la difende. Tale autorità deve esercitarsi in comunione con tutta la Chiesa sotto la guida del Papa.

Il Buon Pastore sarà il modello e la « forma » dell'ufficio pastorale del Vescovo. Cosciente delle proprie debolezze, « il Vescovo può compatire quelli che sono nell'ignoranza o nell'errore. Non rifugga dall'ascoltare i sudditi che cura come veri figli suoi. [...] I fedeli poi devono aderire al Vescovo come la Chiesa a Gesù Cristo e come Gesù Cristo al Padre »: Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 27: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 33.

« Obbedite tutti al Vescovo, come Gesù Cristo al Padre, e al presbiterio come agli Apostoli; quanto ai diaconi, rispettateli come la Legge di Dio. Nessuno compia qualche azione riguardante la Chiesa, senza il Vescovo ». Sant'Ignazio di Antiochia, Epistula ad Smyrnaeos, 8, 1: SC — Sources chrétiennesbis, 138 (Funk — F.X. Funk, Patres apostolici).

II.I fedeli laici

« Col nome di laici si intendono qui tutti i fedeli a esclusione dei membri dell'ordine sacro e dello stato religioso riconosciuto dalla Chiesa, i fedeli cioè, che, dopo essere stati incorporati a Cristo col Battesimo e costituiti popolo di Dio, e nella loro misura resi partecipi della funzione sacerdotale, profetica e regale di Cristo, per la loro parte compiono, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 31: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 37.

La vocazione dei laici

« Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. [...] A loro quindi particolarmente spetta illuminare e ordinare tutte le realtà temporali, alle quali essi sono strettamente legati, in modo che sempre siano fatte secondo Cristo, e crescano e siano di lode al Creatore e al Redentore ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 31: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 37-38.

L'iniziativa dei cristiani laici è particolarmente necessaria quando si tratta di scoprire, di ideare mezzi per permeare delle esigenze della dottrina e della vita cristiana le realtà sociali, politiche ed economiche. Questa iniziativa è un elemento normale della vita della Chiesa:

« I fedeli laici si trovano sulla linea più avanzata della vita della Chiesa; grazie a loro, la Chiesa è il principio vitale della società. Per questo essi soprattutto devono avere una coscienza sempre più chiara non soltanto di appartenere alla Chiesa, ma di essere la Chiesa, cioè la comunità dei fedeli sulla terra sotto la guida dell'unico capo, il Papa, e dei Vescovi in comunione con lui. Essi sono la Chiesa ». Pio XII, Discorso ai nuovi Cardinali (20 febbraio 1946): AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 38 (1946) su vatican.va — PDF scansionato (1946) 149; citato da Giovanni Paolo II, Esort. ap. Christifideles laici, 9: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 81 (1989) su vatican.va — PDF scansionato (1989) 406.

I laici, come tutti i fedeli, in virtù del Battesimo e della Confermazione, ricevono da Dio l'incarico dell'apostolato; pertanto hanno l'obbligo e godono del diritto, individualmente o riuniti in associazioni, di impegnarsi affinché il messaggio divino della salvezza sia conosciuto e accolto da tutti gli uomini e su tutta la terra; tale obbligo è ancora più pressante nei casi in cui solo per mezzo loro gli uomini possono ascoltare il Vangelo e conoscere Cristo. Nelle comunità ecclesiali, la loro azione è così necessaria che, senza di essa, l'apostolato dei Pastori, la maggior parte delle volte, non può raggiungere il suo pieno effetto. Cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 33: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 39.

La partecipazione dei laici all’ufficio sacerdotale di Cristo

« I laici, essendo dedicati a Cristo e consacrati dallo Spirito Santo, sono in modo mirabile chiamati e istruiti perché lo Spirito produca in essi frutti sempre più copiosi. Tutte infatti le opere, le preghiere e le iniziative apostoliche, la vita coniugale e familiare, il lavoro giornaliero, il sollievo spirituale e corporale, se sono compiute nello Spirito, e persino le molestie della vita, se sono sopportate con pazienza, diventano sacrifici spirituali graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo; Cf 1 Pt 2,5. e queste cose nella celebrazione dell'Eucaristia sono piissimamente offerte al Padre insieme all'oblazione del Corpo del Signore. Così anche i laici, operando santamente dappertutto come adoratori, consacrano a Dio il mondo stesso ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 34: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 40; cf Ibid., 10: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 14-15.

In modo particolare i genitori partecipano all'ufficio di santificazione « conducendo la vita coniugale secondo lo spirito cristiano e attendendo all'educazione cristiana dei figli ». CIC — Codex Iuris Canonici canone 835, § 4.

I laici, se hanno le doti richieste, possono essere assunti stabilmente ai ministeri di lettori e di accoliti. Cf CIC — Codex Iuris Canonici canone 230, § 1. « Ove lo suggerisca la necessità della Chiesa, in mancanza di ministri, anche i laici, pur senza essere lettori o accoliti, possono supplire alcuni dei loro uffici, cioè esercitare il ministero della parola, presiedere alle preghiere liturgiche, amministrare il Battesimo e distribuire la sacra Comunione, secondo le disposizioni del diritto ». CIC — Codex Iuris Canonici canone 230, § 3.

La loro partecipazione all’ufficio profetico di Cristo

« Cristo [...] adempie la sua funzione profetica... non solo per mezzo della gerarchia, [...] ma anche per mezzo dei laici, che perciò costituisce suoi testimoni e forma nel senso della fede e nella grazia della parola »: Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 35: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 40.

«Istruire qualcuno per condurlo alla fede è il compito di ogni predicatore e anche di ogni credente». San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, III, q. 71, a. 4, ad 3: Ed. Leon. — Sancti Thomae Aquinatis Opera omnia, editio Leonina.

I laici compiono la loro missione profetica anche mediante l'evangelizzazione, cioè « con l'annunzio di Cristo fatto con la testimonianza della vita e con la parola ». Questa azione evangelizzatrice ad opera dei laici « acquista una certa nota specifica e una particolare efficacia dal fatto che viene compiuta nelle comuni condizioni del secolo»: Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 35: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 40.

« Tale apostolato non consiste nella sola testimonianza della vita: il vero apostolo cerca le occasioni per annunziare Cristo con la parola, sia ai credenti [...], sia agli infedeli ». Concilio Vaticano II, Decr. Apostolicam actuositatem, 6: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 843; cf Id., Decr. Ad gentes, 15: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 965.

Tra i fedeli laici coloro che ne sono capaci e che vi si preparano possono anche prestare la loro collaborazione alla formazione catechistica, Cf CIC — Codex Iuris Canonici canoni 774. 776. 780. all'insegnamento delle scienze sacre, Cf CIC — Codex Iuris Canonici canone 229. ai mezzi di comunicazione sociale. Cf CIC — Codex Iuris Canonici canone 822, § 3.

« In rapporto alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa e di renderlo noto agli altri fedeli, salva restando l'integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i Pastori, tenendo inoltre presente l'utilità comune e la dignità della persona ». CIC — Codex Iuris Canonici canone 212, § 3.

La loro partecipazione all’ufficio regale di Cristo

Mediante la sua obbedienza fino alla morte, Cf Fil 2,8-9. Cristo ha comunicato ai suoi discepoli il dono della libertà regale, « perché con l'abnegazione di sé e la vita santa vincano in se stessi il regno del peccato ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 36: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 41.

« Colui che sottomette il proprio corpo e governa la sua anima senza lasciarsi sommergere dalle passioni è padrone di sé: può essere chiamato re perché è capace di governare la propria persona; è libero e indipendente e non si lascia imprigionare da una colpevole schiavitù ». Sant'Ambrogio, Expositio psalmi CXVIII, 14, 30: CSEL — Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)).

« Inoltre i laici, anche mettendo in comune la loro forza, risanino le istituzioni e le condizioni di vita del mondo, se ve ne sono che spingano i costumi al peccato, così che tutte siano rese conformi alle norme della giustizia e, anziché ostacolare, favoriscano l'esercizio delle virtù. Così agendo impregneranno di valore morale la cultura e i lavori dell'uomo ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 36: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 42.

« I laici [...] possono anche sentirsi chiamati o essere chiamati a collaborare con i loro Pastori nel servizio della comunità ecclesiale, per la crescita e la vitalità della medesima, esercitando ministeri diversissimi, secondo la grazia e i carismi che il Signore vorrà loro dispensare ». Paolo VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 73: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 68 (1976) su vatican.va — PDF scansionato (1976) 61.

Nella Chiesa, nell'esercizio della medesima potestà di governo, « i fedeli laici possono cooperare a norma del diritto ». CIC — Codex Iuris Canonici canone 129, § 2. E questo mediante la loro presenza nei Concili particolari, Cf CIC — Codex Iuris Canonici canone 443, § 4. nei Sinodi diocesani, Cf CIC — Codex Iuris Canonici canone 463, § 1-2. nei Consigli pastorali; Cf CIC — Codex Iuris Canonici canoni 511-512. 536. nell'esercizio della cura pastorale di una parrocchia; Cf CIC — Codex Iuris Canonici canone 517, § 2. nella collaborazione ai Consigli degli affari economici; Cf CIC — Codex Iuris Canonici canoni 492, § 1. 537. nella partecipazione ai tribunali ecclesiastici, Cf CIC — Codex Iuris Canonici canone 1421, § 2. ecc.

I fedeli devono « distinguere accuratamente tra i diritti e i doveri che loro incombono in quanto sono aggregati alla Chiesa, e quelli che loro competono in quanto membri della società umana. Cerchino di metterli in armonia, ricordandosi che in ogni cosa temporale devono essere guidati dalla coscienza cristiana, poiché nessuna attività umana, neanche in materia temporale, può essere sottratta al dominio di Dio ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 36: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 42.

« Così ogni laico, in ragione degli stessi doni ricevuti, è un testimone e insieme uno strumento vivo della missione della Chiesa stessa "secondo la misura del dono di Cristo" (Ef 4,7) ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 33: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 39.

III.La vita consacrata

« Lo stato [di vita] che è costituito dalla professione dei consigli evangelici, pur non appartenendo alla struttura gerarchica della Chiesa, interessa tuttavia indiscutibilmente la sua vita e la sua santità ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 44: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 51.

Consigli evangelici, vita consacrata

I consigli evangelici, nella loro molteplicità, sono proposti ad ogni discepolo di Cristo. La perfezione della carità, alla quale tutti i fedeli sono chiamati, comporta per coloro che liberamente accolgono la vocazione alla vita consacrata l'obbligo di praticare la castità nel celibato per il Regno, la povertà e l'obbedienza. È la professione di tali consigli, in uno stato di vita stabile riconosciuto dalla Chiesa, che caratterizza la « vita consacrata » a Dio. Cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 42-43: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 47-50; Id., Decr. Perfectae caritatis, 1: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 702-703.

Lo stato di vita consacrata appare quindi come uno dei modi di conoscere una consacrazione « più intima », che si radica nel Battesimo e si dedica totalmente a Dio. Cf Concilio Vaticano II, Decr. Perfectae caritatis, 5: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 704-705. Nella vita consacrata, i fedeli di Cristo si propongono, sotto la mozione dello Spirito Santo, di seguire Cristo più da vicino, di donarsi a Dio amato sopra ogni cosa e, tendendo alla perfezione della carità a servizio del Regno, di significare e annunziare nella Chiesa la gloria del mondo futuro. Cf CIC — Codex Iuris Canonici canone 573.

Un grande albero dai molti rami

« Come in un albero piantato da Dio e in un modo mirabile e molteplice ramificatosi nel campo del Signore, sono cresciute varie forme di vita solitaria o comune e varie Famiglie, che si sviluppano sia per il profitto dei loro membri, sia per il bene di tutto il corpo di Cristo ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 43: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 49.

« Fin dai primi tempi della Chiesa vi furono uomini e donne che per mezzo della pratica dei consigli evangelici intesero seguire Cristo con maggiore libertà e imitarlo più da vicino e condussero, ciascuno a loro modo, una vita consacrata a Dio. Molti di essi, dietro l'impulso dello Spirito Santo, o vissero una vita solitaria o fondarono Famiglie religiose, che la Chiesa con la sua autorità volentieri accolse e approvò ». Concilio Vaticano II, Decr. Perfectae caritatis, 1: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 702.

I Vescovi si premureranno sempre di discernere i nuovi doni della vita consacrata affidati dallo Spirito Santo alla sua Chiesa; l'approvazione di nuove forme di vita consacrata è riservata alla Sede Apostolica. Cf CIC — Codex Iuris Canonici canone 605.

La vita eremitica

Senza professare sempre pubblicamente i tre consigli evangelici, gli eremiti, « in una più rigorosa separazione dal mondo, nel silenzio della solitudine e nell'assidua preghiera e nella penitenza, dedicano la propria vita alla lode di Dio e alla salvezza del mondo ». CIC — Codex Iuris Canonici canone 603, § 1.

Essi indicano a ogni uomo quell'aspetto interiore del mistero della Chiesa che è l'intimità personale con Cristo. Nascosta agli occhi degli uomini, la vita dell'eremita è predicazione silenziosa di colui al quale ha consegnato la sua vita, poiché egli è tutto per lui. È una chiamata particolare a trovare nel deserto, proprio nel combattimento spirituale, la gloria del Crocifisso.

Le vergini e le vedove consacrate

Fin dai tempi apostolici, ci furono vergini Cf 1 Cor 7,34-36. e vedove Cf Giovanni Paolo II, Esort. ap. Vita consecrata, 7: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 88 (1996) su vatican.va — PDF scansionato (1996) 382. cristiane che, chiamate dal Signore a dedicarsi esclusivamente a lui in una maggiore libertà di cuore, di corpo e di spirito, hanno preso la decisione, approvata dalla Chiesa, di vivere nello stato rispettivamente di verginità o di castità perpetua « per il regno dei cieli » (Mt 19,12).

« Emettendo il santo proposito di seguire Cristo più da vicino, [le vergini] dal Vescovo diocesano sono consacrate a Dio secondo il rito liturgico approvato e, unite in mistiche nozze a Cristo Figlio di Dio, si dedicano al servizio della Chiesa ». CIC — Codex Iuris Canonici canone 604, § 1. Mediante questo rito solenne (Consecratio virginum), « la vergine è costituita persona consacrata » quale « segno trascendente dell'amore della Chiesa verso Cristo, immagine escatologica della Sposa celeste e della vita futura». Consacrazione delle vergini, Premesse, 1 (Libreria Editrice Vaticana 1980) p. 59.

Aggiungendosi alle altre forme di vita consacrata, Cf CIC — Codex Iuris Canonici canone 604, § 1. l'ordine delle vergini stabilisce la donna che vive nel mondo (o la monaca) nella preghiera, nella penitenza, nel servizio dei fratelli e nel lavoro apostolico, secondo lo stato e i rispettivi carismi offerti ad ognuna. Cf Consacrazione delle vergini, Premesse, 2 (Libreria Editrice Vaticana 1980) p. 59. Le vergini consacrate possono associarsi al fine di mantenere più fedelmente il loro proposito. Cf CIC — Codex Iuris Canonici canone 604, § 2.

La vita religiosa

Nata in Oriente nei primi secoli del cristianesimo Cf Concilio Vaticano II, Decr. Unitatis redintegratio, 15: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 102. e continuata negli istituti canonicamente eretti dalla Chiesa, Cf CIC — Codex Iuris Canonici canone 573. la vita religiosa si distingue dalle altre forme di vita consacrata per l'aspetto cultuale, la professione pubblica dei consigli evangelici, la vita fraterna condotta in comune, la testimonianza resa all'unione di Cristo e della Chiesa. Cf CIC — Codex Iuris Canonici canone 607.

La vita religiosa sgorga dal mistero della Chiesa. È un dono che la Chiesa riceve dal suo Signore e che essa offre come uno stato di vita stabile al fedele chiamato da Dio nella professione dei consigli. Così la Chiesa può manifestare Cristo e insieme riconoscersi Sposa del Salvatore. Alla vita religiosa, nelle sue molteplici forme, è chiesto di esprimere la carità stessa di Dio, nel linguaggio del nostro tempo.

Tutti i religiosi, esenti o non esenti, Cf CIC — Codex Iuris Canonici canone 591. sono annoverati fra i cooperatori del Vescovo diocesano nel suo ufficio pastorale. Concilio Vaticano II, Decr. Christus Dominus, 33-35: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 690-692. La fondazione e l'espansione missionaria della Chiesa richiedono la presenza della vita religiosa in tutte le sue forme fin dagli inizi dell'evangelizzazione. Cf Concilio Vaticano II, Decr. Ad gentes, 18: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 968-969; Ibid., 40: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 987-988. « La storia attesta i grandi meriti delle Famiglie religiose nella propagazione della fede e nella formazione di nuove Chiese, dalle antiche istituzioni monastiche e dagli Ordini medievali fino alle moderne Congregazioni ». Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, 69: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 83 (1991) su vatican.va — PDF scansionato (1991) 317.

Gli istituti secolari

« L'istituto secolare è un istituto di vita consacrata in cui i fedeli, vivendo nel mondo, tendono alla perfezione della carità e si impegnano per la santificazione del mondo, soprattutto operando all'interno di esso ». CIC — Codex Iuris Canonici canone 710.

Mediante una « vita perfettamente e interamente consacrata a [tale] santificazione », Pio XII, Cost. ap. Provida Mater: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 39 (1947) su vatican.va — PDF scansionato (1947) 118. i membri di questi istituti « partecipano della funzione evangelizzatrice della Chiesa », « nel mondo e dal mondo », CIC — Codex Iuris Canonici canone 713, § 2. in cui la loro presenza agisce come un fermento. Cf Concilio Vaticano II, Decr. Perfectae caritatis, 11: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 707. La loro testimonianza di vita cristiana mira a ordinare secondo Dio le realtà temporali e a vivificare il mondo con la forza del Vangelo. Essi assumono con vincoli sacri i consigli evangelici e custodiscono tra loro la comunione e la fraternità che sono proprie al loro modo di vita secolare. Cf CIC — Codex Iuris Canonici canone 713.

Le società di vita apostolica

Alle diverse forme di vita consacrata « si aggiungono le società di vita apostolica i cui membri, senza voti religiosi, perseguono il fine apostolico proprio della società e, conducendo vita fraterna in comunità secondo un proprio stile, tendono alla perfezione della carità mediante l'osservanza delle costituzioni. Fra queste vi sono società i cui membri assumono i consigli evangelici », secondo le loro costituzioni. CIC — Codex Iuris Canonici canone 731, § 1-2.

Consacrazione e missione: annunziare il Re che viene

Consegnato a Dio sommamente amato, colui che già era stato votato a lui dal Battesimo, si trova in tal modo più intimamente consacrato al servizio divino e dedito al bene della Chiesa. Con lo stato di consacrazione a Dio, la Chiesa manifesta Cristo e mostra come lo Spirito Santo agisca in essa in modo mirabile. Coloro che professano i consigli evangelici hanno, dunque, come prima missione, quella di vivere la loro consacrazione. Ma « dal momento che in forza della stessa consacrazione si dedicano al servizio della Chiesa, sono tenuti all'obbligo di prestare l'opera loro in modo speciale nell'azione missionaria, con lo stile proprio dell'Istituto ». CIC — Codex Iuris Canonici canone 783; cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, 69: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 83 (1991) su vatican.va — PDF scansionato (1991) 317-318.

Nella Chiesa che è come il sacramento, cioè il segno e lo strumento della vita di Dio, la vita consacrata appare come un segno particolare del mistero della redenzione. Seguire e imitare Cristo « più da vicino », manifestare « più chiaramente » il suo annientamento, significa trovarsi « più profondamente » presenti, nel cuore di Cristo, ai propri contemporanei. Coloro, infatti, che camminano in questa via « più stretta » stimolano con il proprio esempio i loro fratelli e «testimoniano in modo splendido che il mondo non può essere trasfigurato e offerto a Dio senza lo spirito delle beatitudini». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 31: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 37.

Che tale testimonianza sia pubblica, come nello stato religioso, oppure più discreta, o addirittura segreta, la venuta di Cristo rimane per tutti i consacrati l'origine e l'orientamento della loro vita:

« Poiché il popolo di Dio non ha qui città permanente, [...] (lo stato religioso) rende visibile per tutti i credenti la presenza, già in questo mondo, dei beni celesti; meglio testimonia la vita nuova ed eterna acquistata dalla redenzione di Cristo, e meglio preannunzia la futura risurrezione e la gloria del regno celeste ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 44: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 50-51.

« Per istituzione divina vi sono nella Chiesa tra i fedeli i ministri sacri, che nel diritto sono chiamati anche chierici; gli altri poi sono chiamati anche laici ». Dagli uni e dagli altri provengono fedeli, i quali, con la professione dei consigli evangelici, sono consacrati a Dio e così danno incremento alla missione della Chiesa. Cf CIC — Codex Iuris Canonici canone 207, § 1-2.

Per annunziare la fede e instaurare il suo regno, Cristo invia i suoi Apostoli e i loro successori. Li rende partecipi della sua missione. Da lui ricevono il potere di agire in sua persona.

Il Signore ha fatto di san Pietro il fondamento visibile della sua Chiesa. A lui ne ha affidato le chiavi. Il Vescovo della Chiesa di Roma, Successore di san Pietro, è « Capo del Collegio dei Vescovi, Vicario di Cristo e Pastore qui in terra della Chiesa universale ». CIC — Codex Iuris Canonici canone 331.

Il Papa « è per divina istituzione rivestito di un potere supremo, pieno, immediato e universale per il bene delle anime ». Concilio Vaticano II, Decr. Christus Dominus, 2: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 673.

I Vescovi, costituiti per mezzo dello Spirito Santo, succedono agli Apostoli. «Singolarmente presi, sono il principio visibile e il fondamento dell'unità nelle loro Chiese particolari». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 23: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 27.

Aiutati dai presbiteri, loro cooperatori, e dai diaconi, i Vescovi hanno l'ufficio di insegnare autenticamente la fede, di celebrare il culto divino, soprattutto l'Eucaristia, e di guidare la loro Chiesa da veri Pastori. È inerente al loro ufficio anche la sollecitudine per tutte le Chiese, con il Papa e sotto di lui.

« I laici, essendo proprio del loro stato che vivano nel mondo e in mezzo agli affari secolari, sono chiamati da Dio affinché, ripieni di spirito cristiano, a modo di fermento esercitino nel mondo il loro apostolato ». Concilio Vaticano II, Decr. Apostolicam actuositatem, 2: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 839.

I laici partecipano al sacerdozio di Cristo: sempre più uniti a lui, dispiegano la grazia del Battesimo e della Confermazione in tutte le dimensioni della vita personale, familiare, sociale ed ecclesiale, e realizzano così la chiamata alla santità rivolta a tutti i battezzati.

Grazie alla loro missione profetica, « i laici sono chiamati anche ad essere testimoni di Cristo in mezzo a tutti, e cioè pure in mezzo alla società umana ». Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 43: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1063.

Grazie alla loro missione regale, i laici hanno il potere di vincere in se stessi e nel mondo il regno del peccato con l'abnegazione di sé e la santità della loro vita. Cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 36: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 41.

La vita consacrata a Dio si caratterizza mediante la professione pubblica dei consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza in uno stato di vita stabile riconosciuto dalla Chiesa.

Consegnato a Dio sommamente amato, colui che era già stato destinato a lui dal Battesimo si trova, nello stato di vita consacrata, più intimamente votato al servizio divino e dedito al bene di tutta la Chiesa.

Paragrafo 5 LA COMUNIONE DEI SANTI

Dopo aver confessato « la santa Chiesa cattolica », il Simbolo degli Apostoli aggiunge « la comunione dei santi ». Questo articolo è, per certi aspetti, una esplicitazione del precedente: « Che cosa è la Chiesa se non l'assemblea di tutti i santi? ». San Niceta di Remesiana, Instructio ad competentes, 5, 3, 23 [Explanatio Symboli, 10]: TPL — Textus patristici et liturgici (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)). La comunione dei santi è precisamente la Chiesa.

« Poiché tutti i credenti formano un solo corpo, il bene degli uni è comunicato agli altri. [...] Allo stesso modo bisogna credere che esista una comunione di beni nella Chiesa. Ma il membro più importante è Cristo, poiché è il Capo. [...] Pertanto, il bene di Cristo è comunicato a tutte le membra; ciò avviene mediante i sacramenti della Chiesa ». San Tommaso d'Aquino, In Symbolum Apostolorum scilicet « Credo in Deum » expositio, 13: Opera omnia, v. 27 (Parigi 1875) p. 224. « L'unità dello Spirito, da cui la Chiesa è animata e retta, fa sì che tutto quanto essa possiede sia comune a tutti coloro che vi appartengono ». Catechismo Romano, 1, 10, 24: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 119.

Il termine « comunione dei santi » ha pertanto due significati, strettamente legati: « comunione alle cose sante (sancta) e « comunione tra le persone sante (sancti) ».

« Sancta sanctis! » – le cose sante ai santi – viene proclamato dal celebrante nella maggior parte delle liturgie orientali, al momento dell'elevazione dei santi Doni, prima della distribuzione della Comunione. I fedeli (sancti) vengono nutriti del Corpo e del Sangue di Cristo (sancta) per crescere nella comunione dello Spirito Santo (Koinonia) e comunicarla al mondo.

I.La comunione dei beni spirituali

Nella prima comunità di Gerusalemme, i discepoli « erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli Apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere » (At 2,42). La comunione nella fede. La fede dei fedeli è la fede della Chiesa ricevuta dagli Apostoli, tesoro di vita che si accresce mentre viene condiviso.

La comunione dei sacramenti. « Il frutto di tutti i sacramenti appartiene così a tutti i fedeli, i quali per mezzo dei sacramenti stessi, come altrettante arterie misteriose, sono uniti e incorporati in Cristo. Soprattutto il Battesimo è al tempo stesso porta per cui si entra nella Chiesa e vincolo dell'unione a Cristo [...]. La comunione dei santi significa questa unione operata dai sacramenti [...]. Il nome di "comunione" conviene a tutti i sacramenti in quanto ci uniscono a Dio [...]; più propriamente però esso si addice all'Eucaristia che in modo affatto speciale attua questa intima e vitale comunione soprannaturale ». Catechismo Romano, 1, 10, 24: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 119.

La comunione dei carismi. Nella comunione della Chiesa, lo Spirito Santo « dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali » per l'edificazione della Chiesa. Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 12: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 16. Ora « a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l'utilità comune » (1 Cor 12,7).

« Ogni cosa era fra loro comune » (At 4,32). « Il cristiano veramente tale nulla possiede di così strettamente suo che non lo debba ritenere in comune con gli altri, pronto quindi a sollevare la miseria dei fratelli più poveri ». Catechismo Romano, 1, 10, 27: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 121. Il cristiano è un amministratore dei beni del Signore. Cf Lc 16,1-3.

La comunione della carità. Nella « comunione dei santi » « nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso » (Rm 14,7). « Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte » (1 Cor 12,26-27). « La carità non cerca il proprio interesse » (1 Cor 13,5). Cf 1 Cor 10,24. Il più piccolo dei nostri atti compiuto nella carità ha ripercussioni benefiche per tutti, in forza di questa solidarietà con tutti gli uomini, vivi o morti, solidarietà che si fonda sulla comunione dei santi. Ogni peccato nuoce a questa comunione.

II.La comunione della Chiesa del cielo e della terra

I tre stati della Chiesa. « Fino a che il Signore non verrà nella sua gloria e tutti gli angeli con lui e, distrutta la morte, non gli saranno sottomesse tutte le cose, alcuni dei suoi discepoli sono pellegrini sulla terra, altri che sono passati da questa vita stanno purificandosi, altri infine godono della gloria contemplando "chiaramente Dio uno e trino, qual è" »: Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 49: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 54.

« Tutti però, sebbene in grado e modo diverso, comunichiamo nella stessa carità di Dio e del prossimo e cantiamo al nostro Dio lo stesso inno di gloria. Tutti quelli che sono di Cristo, infatti, avendo il suo Spirito formano una sola Chiesa e sono tra loro uniti in lui ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 49: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 54-55.

« L'unione quindi di coloro che sono in cammino coi fratelli morti nella pace di Cristo non è minimamente spezzata, anzi, secondo la perenne fede della Chiesa, è consolidata dalla comunicazione dei beni spirituali ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 49: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 55.

L'intercessione dei santi. « A causa infatti della loro più intima unione con Cristo, i beati rinsaldano tutta la Chiesa nella santità [...]. Non cessano di intercedere per noi presso il Padre, offrendo i meriti acquistati in terra mediante Gesù Cristo, unico mediatore tra Dio e gli uomini. [...] La nostra debolezza quindi è molto aiutata dalla loro fraterna sollecitudine »: Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 49: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 55.

« Non piangete. Io vi sarò più utile dopo la mia morte e vi aiuterò più efficacemente di quando ero in vita ». San Domenico, morente, ai suoi frati: Relatio iuridica 4 (Fra Rodolfo da Faenza), 42: Acta sanctorum, Augustus I, p. 636; cf Giordano di Sassonia, Vita 4, 69: Acta sanctorum, Augustus I, p. 551. « Passerò il mio cielo a fare del bene sulla terra ». Santa Teresa di Gesù Bambino, Ultimi colloqui (17 luglio 1897): Opere complete (Libreria Editrice Vaticana 1997) p. 1028.

La comunione con i santi. « Non veneriamo la memoria dei santi solo a titolo d'esempio, ma più ancora perché l'unione di tutta la Chiesa nello Spirito sia consolidata dall'esercizio della fraterna carità. Poiché come la cristiana comunione tra coloro che sono in cammino ci porta più vicino a Cristo, così la comunione con i santi ci unisce a Cristo, dal quale, come dalla fonte e dal capo, promana tutta la grazia e tutta la vita dello stesso popolo di Dio »: Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 50: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 56.

« Noi adoriamo Cristo quale Figlio di Dio, mentre ai martiri siamo giustamente devoti in quanto discepoli e imitatori del Signore e per la loro suprema fedeltà verso il loro Re e Maestro; e sia dato anche a noi di farci loro compagni e condiscepoli ». Martyrium sancti Polycarpi, 17, 3: SC — Sources chrétiennesbis, 232 (Funk — F.X. Funk, Patres apostolici).

La comunione con i defunti. « La Chiesa di quelli che sono in cammino, riconoscendo benissimo questa comunione di tutto il corpo mistico di Gesù Cristo, fino dai primi tempi della religione cristiana ha coltivato con una grande pietà la memoria dei defunti e, poiché "santo e salutare è il pensiero di pregare per i defunti perché siano assolti dai peccati" (2 Mac 12,46), ha offerto per loro anche i suoi suffragi ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 50: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 55. La nostra preghiera per loro può non solo aiutarli, ma anche rendere efficace la loro intercessione in nostro favore.

Nell'unica famiglia di Dio. « Tutti noi che siamo figli di Dio e costituiamo in Cristo una sola famiglia, mentre comunichiamo tra di noi nella mutua carità e nell'unica lode della Trinità Santissima, corrispondiamo all'intima vocazione della Chiesa ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 51: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 58.

La Chiesa è « comunione dei santi »: questa espressione designa primariamente le « cose sante » (sancta), e innanzi tutto l'Eucaristia con la quale « viene rappresentata e prodotta l'unità dei fedeli, che costituiscono un solo corpo in Cristo ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 3: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 6.

Questo termine designa anche la comunione delle « persone sante » (sancti) nel Cristo che è « morto per tutti », in modo che quanto ognuno fa o soffre in e per Cristo porta frutto per tutti.

« Noi crediamo alla comunione di tutti i fedeli di Cristo, di coloro che sono pellegrini su questa terra, dei defunti che compiono la loro purificazione e dei beati del cielo; tutti insieme formano una sola Chiesa; noi crediamo che in questa comunione l'amore misericordioso di Dio e dei suoi santi ascolta costantemente le nostre preghiere ». Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 30: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 60 (1968) su vatican.va — PDF scansionato (1968) 445.

Paragrafo 6 MARIA – MADRE DI CRISTO, MADRE DELLA CHIESA

Dopo aver parlato del ruolo della beata Vergine Maria nel mistero di Cristo e dello Spirito, è ora opportuno considerare il suo posto nel mistero della Chiesa. « Infatti la Vergine Maria [...] è riconosciuta e onorata come la vera Madre di Dio e del Redentore. [...] Insieme però [...] è veramente "Madre delle membra" (di Cristo), [...] perché ha cooperato con la sua carità alla nascita dei fedeli nella Chiesa, i quali di quel Capo sono le membra ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 53: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 57-58; cf Sant'Agostino, De sancta virginitate, 6, 6: CSEL — Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)). « Maria, [...] Madre di Cristo, Madre della Chiesa ». Paolo VI, Discorso ai Padri Conciliari alla conclusione della terza Sessione del Concilio Ecumenico II (21 novembre 1964): AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 56 (1964) su vatican.va — PDF scansionato (1964) 1015.

I.La maternità di Maria verso la Chiesa

Interamente unita al Figlio suo...

Il ruolo di Maria verso la Chiesa è inseparabile dalla sua unione a Cristo e da essa direttamente deriva. « Questa unione della Madre col Figlio nell'opera della redenzione si manifesta dal momento della concezione verginale di Cristo fino alla morte di lui ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 57: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 61. Essa viene particolarmente manifestata nell'ora della sua passione:

« La beata Vergine ha avanzato nel cammino della fede e ha conservato fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce, dove, non senza un disegno divino, se ne stette ritta, soffrì profondamente col suo Figlio unigenito e si associò con animo materno al sacrificio di lui, amorosamente consenziente all'immolazione della vittima da lei generata; e finalmente, dallo stesso Cristo Gesù morente in croce fu data come madre al discepolo con queste parole: "Donna, ecco il tuo figlio" (cf Gv 19,26-27)». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 58: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 61-62.

Dopo l'ascensione del suo Figlio, Maria « con le sue preghiere aiutò le primizie della Chiesa». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 69: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 66. Riunita con gli Apostoli e alcune donne, « anche Maria implorava con le sue preghiere il dono dello Spirito, che l'aveva già presa sotto la sua ombra nell'annunciazione». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 59: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 62.

...anche nella sua assunzione...

« Infine, l'immacolata Vergine, preservata immune da ogni macchia di colpa originale, finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla celeste gloria col suo corpo e con la sua anima, e dal Signore esaltata come la Regina dell'universo, perché fosse più pienamente conformata al Figlio suo, il Signore dei dominanti, il vincitore del peccato e della morte ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 59: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 62; cf Pio XII, Cost. ap. Munificentissimus Deus (1o novembre 1950): DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. L'assunzione della santa Vergine è una singolare partecipazione alla risurrezione del suo Figlio e un'anticipazione della risurrezione degli altri cristiani:

« Nella tua maternità hai conservato la verginità, nella tua dormizione non hai abbandonato il mondo, o Madre di Dio; hai raggiunto la sorgente della Vita, tu che hai concepito il Dio vivente e che con le tue preghiere libererai le nostre anime dalla morte ». Tropario della festa della dormizione della beata Vergine Maria: Horológion tò mega (Roma 1876) p. 215.

...Ella è nostra Madre nell’ordine della grazia

Per la sua piena adesione alla volontà del Padre, all'opera redentrice del suo Figlio, ad ogni mozione dello Spirito Santo, la Vergine Maria è il modello della fede e della carità per la Chiesa. «Per questo è riconosciuta quale sovreminente e del tutto singolare membro della Chiesa» Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 53: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 59. «ed è la figura (typus) della Chiesa». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 63: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 64.

Ma il suo ruolo in rapporto alla Chiesa e a tutta l'umanità va ancora più lontano. « Ella ha cooperato in modo tutto speciale all'opera del Salvatore, con l'obbedienza, la fede, la speranza e l'ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime. Per questo è stata per noi la Madre nell'ordine della grazia ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 61: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 63.

« Questa maternità di Maria nell'economia della grazia perdura senza soste dal momento del consenso prestato nella fede al tempo dell'annunciazione, e mantenuto senza esitazioni sotto la croce, fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti. Difatti, assunta in cielo ella non ha deposto questa missione di salvezza, ma con la sua molteplice intercessione continua ad ottenerci i doni della salvezza eterna. [...] Per questo la beata Vergine è invocata nella Chiesa con i titoli di Avvocata, Ausiliatrice, Soccorritrice, Mediatrice ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 62: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 63.

« La funzione materna di Maria verso gli uomini in nessun modo oscura o diminuisce [...] l'unica mediazione di Cristo, ma ne mostra l'efficacia. Infatti ogni salutare influsso della beata Vergine [...] sgorga dalla sovrabbondanza dei meriti di Cristo, si fonda sulla mediazione di lui, da essa assolutamente dipende e attinge tutta la sua efficacia ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 60: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 62. « Nessuna creatura infatti può mai essere paragonata col Verbo incarnato e redentore; ma come il sacerdozio di Cristo è in vari modi partecipato dai sacri ministri e dal popolo fedele, e come l'unica bontà di Dio è realmente diffusa in vari modi nelle creature, così anche l'unica mediazione del Redentore non esclude, ma suscita nelle creature una varia cooperazione partecipata dall'unica fonte ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 62: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 63.

II.Il culto della santa Vergine

« Tutte le generazioni mi chiameranno beata » (Lc 1,48). « La pietà della Chiesa verso la santa Vergine è elemento intrinseco del culto cristiano ». Paolo VI, Esort. ap. Marialis cultus, 56: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 66 (1974) su vatican.va — PDF scansionato (1974) 162. La santa Vergine « viene dalla Chiesa giustamente onorata con un culto speciale. In verità dai tempi più antichi la beata Vergine è venerata col titolo di "Madre di Dio", sotto il cui presidio i fedeli, pregandola, si rifugiano in tutti i loro pericoli e le loro necessità. [...] Questo culto [...], sebbene del tutto singolare, differisce essenzialmente dal culto di adorazione, prestato al Verbo incarnato come al Padre e allo Spirito Santo, e particolarmente lo promuove »; Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 66: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 65. esso trova la sua espressione nelle feste liturgiche dedicate alla Madre di Dio Cf Concilio Vaticano II, Cost. Sacrosanctum Concilium, 103: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 56 (1964) su vatican.va — PDF scansionato (1964) 125. e nella preghiera mariana come il santo Rosario, « compendio di tutto quanto il Vangelo ». Paolo VI, Esort. ap. Marialis cultus, 42: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 66 (1974) su vatican.va — PDF scansionato (1974) 152-153.

III.Maria – icona escatologica della Chiesa

Dopo aver parlato della Chiesa, della sua origine, della sua missione e del suo destino, non sapremmo concludere meglio che volgendo lo sguardo verso Maria per contemplare in lei ciò che la Chiesa è nel suo mistero, nel suo « pellegrinaggio della fede », e quello che sarà nella patria al termine del suo cammino, dove l'attende, nella « gloria della Santissima e indivisibile Trinità », «nella comunione di tutti i santi» Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 69: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 66-67. colei che la Chiesa venera come la Madre del suo Signore e come sua propria Madre:

« La Madre di Gesù, come in cielo, glorificata ormai nel corpo e nell'anima, è l'immagine e la primizia della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell'età futura, così sulla terra brilla come un segno di sicura speranza e di consolazione per il popolo di Dio in cammino ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 68: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 66.

Pronunziando il « Fiat » dell'annunciazione e dando il suo consenso al mistero dell'incarnazione, Maria già collabora a tutta l'opera che il Figlio suo deve compiere. Ella è Madre dovunque egli è Salvatore e Capo del corpo mistico.

La santissima Vergine Maria, dopo aver terminato il corso della sua vita terrena, fu elevata, corpo e anima, alla gloria del cielo, dove già partecipa alla gloria della risurrezione del suo Figlio, anticipando la risurrezione di tutte le membra del suo corpo.

« Noi crediamo che la santissima Madre di Dio, nuova Eva, Madre della Chiesa, continua in cielo il suo ruolo materno verso le membra di Cristo ». Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 15: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 60 (1968) su vatican.va — PDF scansionato (1968) 439.

10.«Credo la Remissione dei Peccati»

Il Simbolo degli Apostoli lega la fede nel perdono dei peccati alla fede nello Spirito Santo, ma anche alla fede nella Chiesa e nella comunione dei santi. Proprio donando ai suoi Apostoli lo Spirito Santo, Cristo risorto ha loro conferito il suo potere divino di perdonare i peccati: « Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi » (Gv 20,22-23). (La seconda parte del Catechismo tratterà esplicitamente del perdono dei peccati per mezzo del Battesimo, del sacramento della Penitenza e degli altri sacramenti, specialmente dell'Eucaristia. Pertanto qui è sufficiente richiamare brevemente qualche dato fondamentale).

I.Un solo Battesimo per la remissione dei peccati

Nostro Signore ha legato il perdono dei peccati alla fede e al Battesimo: « Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo » (Mc 16,15-16). Il Battesimo è il primo e principale sacramento per il perdono dei peccati perché ci unisce a Cristo messo a morte per i nostri peccati e risuscitato per la nostra giustificazione, Cf Rm 4,25. affinché « anche noi possiamo camminare in una vita nuova » (Rm 6,4).

« La remissione dei peccati nella Chiesa avviene innanzi tutto quando l'anima professa per la prima volta la fede. Con l'acqua battesimale, infatti, viene concesso un perdono talmente ampio che non rimane più alcuna colpa — né originale né ogni altra contratta posteriormente — e viene rimessa ogni pena da scontare. La grazia del Battesimo, peraltro, non libera la nostra natura dalla sua debolezza; anzi non vi è quasi nessuno » che non debba lottare « contro la concupiscenza, fomite continuo del peccato ». Catechismo Romano, 1, 11, 3: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 123.

In tale combattimento contro l'inclinazione al male, chi potrebbe resistere con tanta energia e con tanta vigilanza da riuscire ad evitare ogni ferita del peccato? « Fu quindi necessario che nella Chiesa vi fosse la potestà di rimettere i peccati anche in modo diverso dal sacramento del Battesimo. Per questa ragione Cristo consegnò alla Chiesa le chiavi del regno dei cieli, in virtù delle quali potesse perdonare a qualsiasi peccatore pentito i peccati commessi dopo il Battesimo, fino all'ultimo giorno della vita ». Catechismo Romano, 1, 11, 4: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 123.

È per mezzo del sacramento della Penitenza che il battezzato può essere riconciliato con Dio e con la Chiesa:

« I Padri hanno giustamente chiamato la Penitenza "un Battesimo laborioso". Cf San Gregorio Nazianzeno, Oratio 39, 17: SC — Sources chrétiennes (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)). Per coloro che sono caduti dopo il Battesimo questo sacramento della Penitenza è necessario alla salvezza come lo stesso Battesimo per quelli che non sono stati ancora rigenerati ». Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 2: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

II.Il potere delle chiavi

Cristo dopo la sua risurrezione ha inviato i suoi Apostoli a predicare « nel suo nome [...] a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati » (Lc 24,47). Tale « ministero della riconciliazione » (2 Cor 5,18) non viene compiuto dagli Apostoli e dai loro successori solamente annunziando agli uomini il perdono di Dio meritato per noi da Cristo e chiamandoli alla conversione e alla fede, ma anche comunicando loro la remissione dei peccati per mezzo del Battesimo e riconciliandoli con Dio e con la Chiesa grazie al potere delle chiavi ricevuto da Cristo:

La Chiesa « ha ricevuto le chiavi del regno dei cieli, affinché in essa si compia la remissione dei peccati per mezzo del sangue di Cristo e dell'azione dello Spirito Santo. In questa Chiesa l'anima, che era morta a causa dei peccati, rinasce per vivere con Cristo, la cui grazia ci ha salvati ». Sant'Agostino, Sermo 214, 11: ed. P. Verbraken: Revue Bénédictine 72 (1962) 21 (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)).

Non c'è nessuna colpa, per grave che sia, che non possa essere perdonata dalla santa Chiesa. « Non si può ammettere che ci sia un uomo, per quanto infame e scellerato, che non possa avere con il pentimento la certezza del perdono ». Catechismo Romano, 1, 11, 5: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 124. Cristo, che è morto per tutti gli uomini, vuole che, nella sua Chiesa, le porte del perdono siano sempre aperte a chiunque si allontani dal peccato. Cf Mt 18,21-22.

La catechesi si sforzerà di risvegliare e coltivare nei fedeli la fede nella incomparabile grandezza del dono che Cristo risorto ha fatto alla sua Chiesa: la missione e il potere di perdonare veramente i peccati, mediante il ministero degli Apostoli e dei loro successori.

« Il Signore vuole che i suoi discepoli abbiano i più ampi poteri; vuole che i suoi servi facciano in suo nome ciò che faceva egli stesso, quando era sulla terra ». Sant'Ambrogio, De Paenitentia, 1, 8, 34: CSEL — Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)). I sacerdoti « hanno ricevuto un potere che Dio non ha concesso né agli angeli né agli arcangeli. [...] Quello che i sacerdoti compiono quaggiù, Dio lo conferma lassù ». San Giovanni Crisostomo, De sacerdotio, 3, 5: SC — Sources chrétiennes (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)). Se nella Chiesa non ci fosse la remissione dei peccati, « non ci sarebbe nessuna speranza: nessuna speranza di una vita eterna e di una liberazione eterna. Rendiamo grazie a Dio che ha fatto alla sua Chiesa un tale dono ». Sant'Agostino, Sermo 213, 8, 8: ed. G. Morin, Sancti Augustini sermones post Maurinos reperti [Guelferbytanus 1, 9]: (Roma 1930) p. 448 (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)).

Il Credo mette in relazione « la remissione dei peccati » con la professione di fede nello Spirito Santo. Infatti, Cristo risorto ha affidato agli Apostoli il potere di perdonare i peccati quando ha loro donato lo Spirito Santo.

Il Battesimo è il primo e principale sacramento per il perdono dei peccati: ci unisce a Cristo morto e risorto e ci dona lo Spirito Santo.

Secondo la volontà di Cristo, la Chiesa possiede il potere di perdonare i peccati dei battezzati e lo esercita per mezzo dei Vescovi e dei sacerdoti normalmente nel sacramento della Penitenza.

« I sacerdoti e i sacramenti sono gli strumenti per il perdono dei peccati; strumenti per mezzo dei quali Gesù Cristo, autore e dispensatore della salvezza, opera in noi la remissione dei peccati e genera la grazia ». Catechismo Romano, 1, 11, 6: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 124-125.

11.«Credo la Risurrezione della Carne»

Il Credo cristiano – professione della nostra fede in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, e nella sua azione creatrice, salvifica e santificante – culmina nella proclamazione della risurrezione dei morti alla fine dei tempi, e nella vita eterna.

Noi fermamente crediamo e fermamente speriamo che, come Cristo è veramente risorto dai morti e vive per sempre, così pure i giusti, dopo la loro morte, vivranno per sempre con Cristo risorto, e che egli li risusciterà nell'ultimo giorno. Cf Gv 6,39-40. Come la sua, anche la nostra risurrezione sarà opera della Santissima Trinità:

« Se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi » (Rm 8,11). Cf 1 Ts 4,14; 1 Cor 6,14; 2 Cor 4,14; Fil 3,10-11.

Il termine « carne » designa l'uomo nella sua condizione di debolezza e di mortalità. Cf Gn 6,3; Sal 56,5; Is 40,6. La « risurrezione della carne » significa che, dopo la morte, non ci sarà soltanto la vita dell'anima immortale, ma che anche i nostri « corpi mortali » (Rm 8,11) riprenderanno vita.

Credere nella risurrezione dei morti è stato un elemento essenziale della fede cristiana fin dalle sue origini. « Fiducia christianorum resurrectio mortuorum; illam credentes, sumus – La risurrezione dei morti è la fede dei cristiani: credendo in essa siamo tali »: Tertulliano, De resurrectione mortuorum, 1, 1: CCL — Corpus Christianorum (Series Latina) (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)).

« Come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede [...]. Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti » (1 Cor 15,12-14.20).

I.La risurrezione di Cristo e la nostra

Rivelazione progressiva della risurrezione

La risurrezione dei morti è stata rivelata da Dio al suo popolo progressivamente. La speranza nella risurrezione corporea dei morti si è imposta come una conseguenza intrinseca della fede in un Dio Creatore di tutto intero l'uomo, anima e corpo. Il Creatore del cielo e della terra è anche colui che mantiene fedelmente la sua Alleanza con Abramo e con la sua discendenza. È in questa duplice prospettiva che comincerà ad esprimersi la fede nella risurrezione. Nelle loro prove i martiri Maccabei confessano:

« Il Re del mondo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna » (2 Mac 7,9). « È bello morire a causa degli uomini, per attendere da Dio l'adempimento delle speranze di essere da lui di nuovo risuscitati » (2 Mac 7,14). Cf 2 Mac 7,29; Dn 12,1-13.

I farisei Cf At 23,6. e molti contemporanei del Signore Cf Gv 11,24. speravano nella risurrezione. Gesù la insegna con fermezza. Ai sadducei che la negano risponde: « Non siete voi forse in errore dal momento che non conoscete le Scritture, né la potenza di Dio? » (Mc 12,24). La fede nella risurrezione riposa sulla fede in Dio che « non è un Dio dei morti, ma dei viventi! » (Mc 12,27).

Ma c'è di più. Gesù lega la fede nella risurrezione alla sua stessa persona: « Io sono la risurrezione e la vita » (Gv 11,25). Sarà lo stesso Gesù a risuscitare nell'ultimo giorno coloro che avranno creduto in lui Cf Gv 5,24-25; 6,40. e che avranno mangiato il suo Corpo e bevuto il suo Sangue. Cf Gv 6,54. Egli fin d'ora ne dà un segno e una caparra facendo tornare in vita alcuni morti, Cf Mc 5,21-43; Lc 7,11-17; Gv 11. annunziando con ciò la sua stessa risurrezione, la quale però sarà di un altro ordine. Di tale avvenimento senza eguale parla come del segno di Giona, Cf Mt 12,39. del segno del Tempio: Cf Gv 2,19-22. annunzia la sua risurrezione al terzo giorno dopo essere stato messo a morte. Cf Mc 10,34.

Essere testimone di Cristo è essere « testimone della sua risurrezione » (At 1,22), Cf At 4,33. aver « mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti » (At 10,41). La speranza cristiana nella risurrezione è contrassegnata dagli incontri con Cristo risorto. Noi risusciteremo come lui, con lui, per mezzo di lui.

Fin dagli inizi, la fede cristiana nella risurrezione ha incontrato incomprensioni ed opposizioni. Cf At 17,32; 1 Cor 15,12-13. « In nessun altro argomento la fede cristiana incontra tanta opposizione come a proposito della risurrezione della carne ». Sant'Agostino, Enarratio in Psalmum, 88, 2, 5: CCL — Corpus Christianorum (Series Latina) (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)). Si accetta abbastanza facilmente che, dopo la morte, la vita della persona umana continui in un modo spirituale. Ma come credere che questo corpo, la cui mortalità è tanto evidente, possa risorgere per la vita eterna?

Come risuscitano i morti?

Che cosa significa « risuscitare »? Con la morte, separazione dell'anima e del corpo, il corpo dell'uomo cade nella corruzione, mentre la sua anima va incontro a Dio, pur restando in attesa di essere riunita al suo corpo glorificato. Dio nella sua onnipotenza restituirà definitivamente la vita incorruttibile ai nostri corpi riunendoli alle nostre anime, in forza della risurrezione di Gesù.

Chi risusciterà? Tutti gli uomini che sono morti: « Usciranno [dai sepolcri], quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna » (Gv 5,29). Cf Dn 12,2.

Come? Cristo è risorto con il suo proprio corpo: « Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! » (Lc 24,39); ma egli non è ritornato ad una vita terrena. Allo stesso modo, in lui, « tutti risorgeranno coi corpi di cui ora sono rivestiti », Concilio Lateranense IV, Cap. 1, De fide catholica: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. ma questo corpo sarà trasfigurato in corpo glorioso, Cf Fil 3,21. in « corpo spirituale » (1 Cor 15,44):

« Ma qualcuno dirà: "Come risuscitano i morti? Con quale corpo verranno?". Stolto! Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore, e quello che semini non è il corpo che nascerà, ma un semplice chicco [...]. Si semina corruttibile e risorge incorruttibile. [...] È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità » (1 Cor 15,35-37.42.52-53).

Il « modo con cui avviene la risurrezione » supera le possibilità della nostra immaginazione e del nostro intelletto; è accessibile solo nella fede. Ma la nostra partecipazione all'Eucaristia ci fa già pregustare la trasfigurazione del nostro corpo per opera di Cristo:

« Come il pane che è frutto della terra, dopo che è stata invocata su di esso la benedizione divina, non è più pane comune, ma Eucaristia, composta di due realtà, una terrena, l'altra celeste, così i nostri corpi che ricevono l'Eucaristia non sono più corruttibili, dal momento che portano in sé il germe della risurrezione ». Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, 4, 18, 5: SC — Sources chrétiennes (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)).

Quando? Definitivamente « nell'ultimo giorno » (Gv 6,39-40.44.54; 11,24); « alla fine del mondo ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 48: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 54. Infatti, la risurrezione dei morti è intimamente associata alla parusia di Cristo:

« Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell'arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo » (1 Ts 4,16).

Risuscitati con Cristo

Se è vero che Cristo ci risusciterà « nell'ultimo giorno », è anche vero che, per un certo aspetto, siamo già risuscitati con Cristo. Infatti, grazie allo Spirito Santo, la vita cristiana, fin d'ora su questa terra, è una partecipazione alla morte e alla risurrezione di Cristo:

« Con lui infatti siete stati sepolti insieme nel Battesimo, in lui anche siete stati insieme risuscitati per la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti [...]. Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio » (Col 2,12; 3,1).

I credenti, uniti a Cristo mediante il Battesimo, partecipano già realmente alla vita celeste di Cristo risorto, Cf Fil 3,20. ma questa vita rimane « nascosta con Cristo in Dio » (Col 3,3). « Con lui, [Dio] ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù » (Ef 2,6). Nutriti del suo Corpo nell'Eucaristia, apparteniamo già al corpo di Cristo. Quando risusciteremo nell'ultimo giorno « allora » saremo anche noi « manifestati con lui nella gloria » (Col 3,4).

Nell'attesa di quel giorno, il corpo e l'anima del credente già partecipano alla dignità di essere « in Cristo »; di qui l'esigenza di rispetto verso il proprio corpo, ma anche verso quello degli altri, particolarmente quando soffre:

« Il corpo è per il Signore e il Signore è per il corpo. Dio poi che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza. Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? [...] Non appartenete a voi stessi. [...] Glorificate dunque Dio nel vostro corpo (1 Cor 6,13-15.19-20).

II.Morire in Cristo Gesù

Per risuscitare con Cristo, bisogna morire con Cristo, bisogna « andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore » (2 Cor 5,8). In questo « essere sciolto » Cf Fil 1,23. che è la morte, l'anima viene separata dal corpo. Essa sarà riunita al suo corpo il giorno della risurrezione dei morti. Cf Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 28: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 60 (1968) su vatican.va — PDF scansionato (1968) 444.

La morte

« In faccia alla morte l'enigma della condizione umana diventa sommo ». Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 18: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1038. Per un verso la morte corporale è naturale, ma per la fede essa in realtà è « salario del peccato » (Rm 6,23). Cf Gn 2,17. E per coloro che muoiono nella grazia di Cristo, è una partecipazione alla morte del Signore, per poter partecipare anche alla sua risurrezione. Cf Rm 6,3-9; Fil 3,10-11.

La morte è il termine della vita terrena. Le nostre vite sono misurate dal tempo, nel corso del quale noi cambiamo, invecchiamo e, come per tutti gli esseri viventi della terra, la morte appare come la fine normale della vita. Questo aspetto della morte comporta un'urgenza per le nostre vite: infatti il far memoria della nostra mortalità serve anche a ricordarci che abbiamo soltanto un tempo limitato per realizzare la nostra esistenza.

« Ricordati del tuo Creatore nei giorni della tua giovinezza [...] prima che ritorni la polvere alla terra, com'era prima, e lo spirito torni a Dio che lo ha dato » (Qo 12,1.7).

La morte è conseguenza del peccato. Interprete autentico delle affermazioni della Sacra Scrittura Cf Gn 2,17; 3,3.19; Sap 1,13; Rm 5,12; 6,23. e della Tradizione, il Magistero della Chiesa insegna che la morte è entrata nel mondo a causa del peccato dell'uomo. Cf Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali, canone 1: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. Sebbene l'uomo possedesse una natura mortale, Dio lo destinava a non morire. La morte fu dunque contraria ai disegni di Dio Creatore ed essa entrò nel mondo come conseguenza del peccato. Cf Sap 2,23-24. « La morte corporale, dalla quale l'uomo sarebbe stato esentato se non avesse peccato », Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 18: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1038. è pertanto « l'ultimo nemico » (1 Cor 15,26) dell'uomo a dover essere vinto.

La morte è trasformata da Cristo. Anche Gesù, il Figlio di Dio, ha subìto la morte, propria della condizione umana. Ma, malgrado la sua angoscia di fronte ad essa, Cf Mc 14,33-34; Eb 5,7-8. egli la assunse in un atto di totale e libera sottomissione alla volontà del Padre suo. L'obbedienza di Gesù ha trasformato la maledizione della morte in benedizione. Cf Rm 5,19-21.

Il senso della morte cristiana

Grazie a Cristo, la morte cristiana ha un significato positivo. « Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno » (Fil 1,21). « Certa è questa parola: se moriamo con lui, vivremo anche con lui » (2 Tm 2,11). Qui sta la novità essenziale della morte cristiana: mediante il Battesimo, il cristiano è già sacramentalmente « morto con Cristo », per vivere di una vita nuova; e se noi moriamo nella grazia di Cristo, la morte fisica consuma questo « morire con Cristo » e compie così la nostra incorporazione a lui nel suo atto redentore:

« Per me è meglio morire per (ϵἰς) Γϵσ ρισνο, ηϵ ϵσσϵρϵ ρϵ φινο αι ονφινι δελλα τϵρρα. Ιο ερο ολυι ηε μορ περ νοι; ιο ψογλιο ολυι ηε μορ περ νοι ρισυσιτ. Ιλ παρτο ιμμινεντε. ... Λασιατε ηε ιο ραγγιυνγα λα πυρα λυε; γιυντο λ, σαρ ψεραμεντε υν υομο ». Sant'Ignazio di Antiochia, Epistula ad Romanos, 6, 1-2: SC — Sources chrétiennesbis, 114 (Funk — F.X. Funk, Patres apostolici).

Nella morte, Dio chiama a sé l'uomo. Per questo il cristiano può provare nei riguardi della morte un desiderio simile a quello di san Paolo: « il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo » (Fil 1,23); e può trasformare la sua propria morte in un atto di obbedienza e di amore verso il Padre, sull'esempio di Cristo: Cf Lc 23,46.

« Ogni mio desiderio terreno è crocifisso; [...] un'acqua viva mormora dentro di me e interiormente mi dice: "Vieni al Padre!" ». Sant'Ignazio di Antiochia, Epistula ad Romanos, 7, 2: SC — Sources chrétiennesbis, 116 (Funk — F.X. Funk, Patres apostolici). « Voglio vedere Dio, ma per vederlo bisogna morire ». Santa Teresa di Gesù, Poesía, 7: Biblioteca Mística Carmelitana, v. 6 (Burgos 1919) p. 86. « Non muoio, entro nella vita ». Santa Teresa di Gesù Bambino, Lettere (9 giugno 1897): Opere complete (Libreria Editrice Vaticana 1997) p. 584.

La visione cristiana della morte Cf 1 Ts 4,13-14. è espressa in modo impareggiabile nella liturgia della Chiesa:

« Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un'abitazione eterna nel cielo ». Prefazio dei defunti I: Messale Romano (Libreria Editrice Vaticana 1993) p. 377.

La morte è la fine del pellegrinaggio terreno dell'uomo, è la fine del tempo della grazia e della misericordia che Dio gli offre per realizzare la sua vita terrena secondo il disegno divino e per decidere il suo destino ultimo. Quando è « finito l'unico corso della nostra vita terrena », Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 48: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 54. noi non ritorneremo più a vivere altre vite terrene. « È stabilito per gli uomini che muoiano una sola volta » (Eb 9,27). Non c'è « reincarnazione » dopo la morte.

La Chiesa ci incoraggia a prepararci all'ora della nostra morte (« Dalla morte improvvisa, liberaci, Signore »: antiche Litanie dei santi), a chiedere alla Madre di Dio di intercedere per noi « nell'ora della nostra morte » (« Ave Maria ») e ad affidarci a san Giuseppe, patrono della buona morte:

« In ogni azione, in ogni pensiero, dovresti comportarti come se tu dovessi morire oggi stesso; se avrai la coscienza retta, non avrai molta paura di morire. Sarebbe meglio star lontano dal peccato che fuggire la morte. Se oggi non sei preparato a morire, come lo sarai domani? ». De imitatione Christi, 1, 23, 5-8: ed. T. Lupo (Città del Vaticano 1982) p. 70. « Laudato si', mi' Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullo homo vivente pò skappare. Guai a quelli ke morranno ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati, ka la morte secunda nol farà male ». San Francesco d'Assisi, Cantico delle creature: Dal codice 338 della Biblioteca del Sacro Convento di Assisi.

« La carne è il cardine della salvezza ». Tertulliano, De resurrectione mortuorum, 8, 2: CCL — Corpus Christianorum (Series Latina) (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)). Noi crediamo in Dio che è il Creatore della carne; crediamo nel Verbo fatto carne per riscattare la carne; crediamo nella risurrezione della carne, compimento della creazione e della redenzione della carne.

Con la morte l'anima viene separata dal corpo, ma nella risurrezione Dio tornerà a dare la vita incorruttibile al nostro corpo trasformato, riunendolo alla nostra anima. Come Cristo è risorto e vive per sempre, così tutti noi risusciteremo nell'ultimo giorno.

« Crediamo [...] nella vera risurrezione della carne che abbiamo ora ». Concilio di Lione II, Professione di fede di Michele Paleologo: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. Mentre, tuttavia, si semina nella tomba un corpo corruttibile, risuscita un corpo incorruttibile, Cf 1 Cor 15,42. un « corpo spirituale » (1 Cor 15,44).

In conseguenza del peccato originale, l'uomo deve subire « la morte corporale, dalla quale sarebbe stato esentato se non avesse peccato ». Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 18: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1038.

Gesù, il Figlio di Dio, ha liberamente subìto la morte per noi in una sottomissione totale e libera alla volontà di Dio, suo Padre. Con la sua morte ha vinto la morte, aprendo così a tutti gli uomini la possibilità della salvezza.

12.«Credo la Vita Eterna»

Per il cristiano, che unisce la propria morte a quella di Gesù, la morte è come un andare verso di lui ed entrare nella vita eterna. Quando la Chiesa ha pronunciato, per l'ultima volta, le parole di perdono dell'assoluzione di Cristo sul cristiano morente, l'ha segnato, per l'ultima volta, con una unzione fortificante e gli ha dato Cristo nel viatico come nutrimento per il viaggio, a lui si rivolge con queste dolci e rassicuranti parole:

« Parti, anima cristiana, da questo mondo, nel nome di Dio Padre onnipotente che ti ha creato, nel nome di Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo, che è morto per te sulla croce, nel nome dello Spirito Santo, che ti è stato dato in dono; la tua dimora sia oggi nella pace della santa Gerusalemme, con la Vergine Maria, Madre di Dio, con san Giuseppe, con tutti gli angeli e i santi. [...] Tu possa tornare al tuo Creatore, che ti ha formato dalla polvere della terra. Quando lascerai questa vita, ti venga incontro la Vergine Maria con gli angeli e i santi. [...] Mite e festoso ti appaia il volto di Cristo e possa tu contemplarlo per tutti i secoli in eterno ». Sacramento dell'Unzione e cura pastorale degli infermi, Raccomandazione dei moribondi, 236-237 (Libreria Editrice Vaticana 1984) p. 111-112.

I.Il giudizio particolare

La morte pone fine alla vita dell'uomo come tempo aperto all'accoglienza o al rifiuto della grazia divina apparsa in Cristo. Cf 2 Tm 1,9-10. Il Nuovo Testamento parla del giudizio principalmente nella prospettiva dell'incontro finale con Cristo alla sua seconda venuta, ma afferma anche, a più riprese, l'immediata retribuzione che, dopo la morte, sarà data a ciascuno in rapporto alle sue opere e alla sua fede. La parabola del povero Lazzaro Cf Lc 16,22. e la parola detta da Cristo in croce al buon ladrone Cf Lc 23,43. così come altri testi del Nuovo Testamento Cf 2 Cor 5,8; Fil 1,23; Eb 9,27; 12,23. parlano di una sorte ultima dell'anima Cf Mt 16,26. che può essere diversa per le une e per le altre.

Ogni uomo fin dal momento della sua morte riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione, Cf Concilio di Lione II, Professione di fede di Michele Paleologo: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; Concilio di Firenze, Decretum pro Graecis: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; Concilio di Trento, Sess. 25a, Decretum de purgatorio: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo, Cf Concilio di Lione II, Professione di fede di Michele Paleologo: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; Giovanni XXII, Bolla Ne super his: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; Concilio di Firenze, Decretum pro Graecis: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. oppure si dannerà immediatamente per sempre. Cf Concilio di Lione II, Professione di fede di Michele Paleologo: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; Concilio di Firenze, Decretum pro Graecis: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

« Alla sera della vita, saremo giudicati sull'amore ». San Giovanni della Croce, Avisos y sentencias, 57: Biblioteca Mística Carmelitana, v. 13 (Burgos 1931) p. 238.

II.Il cielo

Coloro che muoiono nella grazia e nell'amicizia di Dio e che sono perfettamente purificati, vivono per sempre con Cristo. Sono per sempre simili a Dio, perché lo vedono « così come egli è » (1 Gv 3,2), « a faccia a faccia » (1 Cor 13,12): Cf Ap 22,4.

« Con la nostra apostolica autorità definiamo che, per disposizione generale di Dio, le anime di tutti i santi morti prima della passione di Cristo [...] e quelle di tutti i fedeli morti dopo aver ricevuto il santo Battesimo di Cristo, nelle quali al momento della morte non c'era o non ci sarà nulla da purificare, oppure, se in esse ci sarà stato o ci sarà qualcosa da purificare, quando, dopo la morte, si saranno purificate, [...] anche prima della risurrezione dei loro corpi e del giudizio universale — e questo dopo l'ascensione del Signore e Salvatore Gesù Cristo al cielo — sono state, sono e saranno in cielo, associate al regno dei cieli e al paradiso celeste con Cristo, insieme con i santi angeli. E dopo la passione e la morte del nostro Signore Gesù Cristo, esse hanno visto e vedono l'essenza divina in una visione intuitiva e anche a faccia a faccia, senza la mediazione di alcuna creatura ». Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 49: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 54.

Questa vita perfetta, questa comunione di vita e di amore con la Santissima Trinità, con la Vergine Maria, gli angeli e tutti i beati è chiamata « il cielo ». Il cielo è il fine ultimo dell'uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva.

Vivere in cielo è « essere con Cristo ». Cf Gv 14,3; Fil 1,23; 1 Ts 4,17. Gli eletti vivono « in lui », ma conservando, anzi, trovando la loro vera identità, il loro proprio nome: Cf Ap 2,17.

« Vita est enim esse cum Christo; ideo ubi Christus, ibi vita, ibi Regnum – La vita, infatti, è stare con Cristo, perché dove c'è Cristo, là c'è la vita, là c'è il Regno ». Sant'Ambrogio, Expositio evangelii secundum Lucam, 10, 121: CCL — Corpus Christianorum (Series Latina) (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)).

Con la sua morte e la sua risurrezione Gesù Cristo ci ha « aperto » il cielo. La vita dei beati consiste nel pieno possesso dei frutti della redenzione compiuta da Cristo, il quale associa alla sua glorificazione celeste coloro che hanno creduto in lui e che sono rimasti fedeli alla sua volontà. Il cielo è la beata comunità di tutti coloro che sono perfettamente incorporati in lui.

Questo mistero di comunione beata con Dio e con tutti coloro che sono in Cristo supera ogni possibilità di comprensione e di descrizione. La Scrittura ce ne parla con immagini: vita, luce, pace, banchetto di nozze, vino del Regno, casa del Padre, Gerusalemme celeste, paradiso: « Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano » (1 Cor 2,9).

A motivo della sua trascendenza, Dio non può essere visto quale è se non quando egli stesso apre il suo mistero alla contemplazione immediata dell'uomo e gliene dona la capacità. Questa contemplazione di Dio nella sua gloria celeste è chiamata dalla Chiesa « la visione beatifica »:

« Questa sarà la tua gloria e la tua felicità: essere ammesso a vedere Dio, avere l'onore di partecipare alle gioie della salvezza e della luce eterna insieme con Cristo, il Signore tuo Dio, [...] godere nel regno dei cieli, insieme con i giusti e gli amici di Dio, le gioie dell'immortalità raggiunta ». San Cipriano di Cartagine, Epistula 58, 10: CSEL — Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum (56, 10: PL — Patrologia latina (J.P. Migne)).

Nella gloria del cielo i beati continuano a compiere con gioia la volontà di Dio in rapporto agli altri uomini e all'intera creazione. Regnano già con Cristo; con lui « regneranno nei secoli dei secoli » (Ap 22,5). Cf Mt 25,21.23.

III.La purificazione finale o purgatorio

Coloro che muoiono nella grazia e nell'amicizia di Dio, ma sono imperfettamente purificati, sebbene siano certi della loro salvezza eterna, vengono però sottoposti, dopo la loro morte, ad una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del cielo.

La Chiesa chiama purgatorio questa purificazione finale degli eletti, che è tutt'altra cosa dal castigo dei dannati. La Chiesa ha formulato la dottrina della fede relativa al purgatorio soprattutto nei Concili di Firenze Cf Concilio di Firenze, Decretum pro Graecis: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. e di Trento. Cf Concilio di Trento, Sess. 25a, Decretum de purgatorio: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; Sess. 6a, Decretum de iustificatione, canone 30: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. La Tradizione della Chiesa, rifacendosi a certi passi della Scrittura, Per esempio, 1 Cor 3,15; 1 Pt 1,7. parla di un fuoco purificatore:

« Per quanto riguarda alcune colpe leggere, si deve credere che c'è, prima del giudizio, un fuoco purificatore; infatti colui che è la Verità afferma che, se qualcuno pronuncia una bestemmia contro lo Spirito Santo, non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro (Mt 12,32). Da questa affermazione si deduce che certe colpe possono essere rimesse in questo secolo, ma certe altre nel secolo futuro ». San Gregorio Magno, Dialogi, 4, 41, 3: SC — Sources chrétiennes (4, 39: PL — Patrologia latina (J.P. Migne)).

Questo insegnamento poggia anche sulla pratica della preghiera per i defunti di cui la Sacra Scrittura già parla: « Perciò [Giuda Maccabeo] fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato » (2 Mac 12,45). Fin dai primi tempi, la Chiesa ha onorato la memoria dei defunti e ha offerto per loro suffragi, in particolare il sacrificio eucaristico, Cf Concilio di Lione II, Professione di fede di Michele Paleologo: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. affinché, purificati, possano giungere alla visione beatifica di Dio. La Chiesa raccomanda anche le elemosine, le indulgenze e le opere di penitenza a favore dei defunti:

« Rechiamo loro soccorso e commemoriamoli. Se i figli di Giobbe sono stati purificati dal sacrificio del loro padre, Cf Gb 1,5. perché dovremmo dubitare che le nostre offerte per i morti portino loro qualche consolazione? [...] Non esitiamo a soccorrere coloro che sono morti e ad offrire per loro le nostre preghiere ». San Giovanni Crisostomo, In epistulam I ad Corinthios, homilia 41, 5: PG — Patrologia graeca (J.P. Migne).

IV.L’inferno

Non possiamo essere uniti a Dio se non scegliamo liberamente di amarlo. Ma non possiamo amare Dio se pecchiamo gravemente contro di lui, contro il nostro prossimo o contro noi stessi: « Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna » (1 Gv 3,14-15). Nostro Signore ci avverte che saremo separati da lui se non soccorriamo nei loro gravi bisogni i poveri e i piccoli che sono suoi fratelli. Cf Mt 25,31-46. Morire in peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l'amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola « inferno ».

Gesù parla ripetutamente della « geenna », del « fuoco inestinguibile », Cf Mt 5,22.29; 13,42.50; Mc 9,43-48. che è riservato a chi sino alla fine della vita rifiuta di credere e di convertirsi, e dove possono perire sia l'anima che il corpo. Cf Mt 10,28. Gesù annunzia con parole severe: « Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno [...] tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente » (Mt 13,41-42), ed egli pronunzierà la condanna: « Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno! » (Mt 25,41).

La Chiesa nel suo insegnamento afferma l'esistenza dell'inferno e la sua eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell'inferno, « il fuoco eterno ». Cf Simbolo Quicumque: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; Sinodo di Costantinopoli (anno 543), Anathematismi contra Origenem, 7: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; Ibid., 9: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; Concilio Lateranense IV, Cap. 1, De fide catholica: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; Concilio di Lione II, Professione di fede di Michele Paleologo: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; Concilio di Firenze, Decretum pro Iacobitis: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, canone 25: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 12: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 60 (1968) su vatican.va — PDF scansionato (1968) 438. La pena principale dell'inferno consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l'uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira.

Le affermazioni della Sacra Scrittura e gli insegnamenti della Chiesa riguardanti l'inferno sono un appello alla responsabilità con la quale l'uomo deve usare la propria libertà in vista del proprio destino eterno. Costituiscono nello stesso tempo un pressante appello alla conversione: « Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano! » (Mt 7,13-14).

« Siccome non conosciamo né il giorno né l'ora, bisogna, come ci avvisa il Signore, che vegliamo assiduamente, affinché, finito l'unico corso della nostra vita terrena, meritiamo con lui di entrare al banchetto nuziale ed essere annoverati tra i beati, né ci si comandi, come a servi cattivi e pigri, di andare al fuoco eterno, nelle tenebre esteriori dove ci sarà pianto e stridore di denti ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 48: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 54.

Dio non predestina nessuno ad andare all'inferno; Cf Concilio di Orange II, Conclusio: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, canone 17: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum. questo è la conseguenza di una avversione volontaria a Dio (un peccato mortale), in cui si persiste sino alla fine. Nella liturgia eucaristica e nelle preghiere quotidiane dei fedeli, la Chiesa implora la misericordia di Dio, il quale non vuole « che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi » (2 Pt 3,9):

« Accetta con benevolenza, o Signore, l'offerta che ti presentiamo noi tuoi ministri e tutta la tua famiglia: disponi nella tua pace i nostri giorni, salvaci dalla dannazione eterna, e accoglici nel gregge degli eletti ». Preghiera eucaristica I o Canone Romano: Messale Romano (Libreria Editrice Vaticana 1993) p. 386.

V.Il giudizio finale

La risurrezione di tutti i morti, « dei giusti e degli ingiusti » (At 24,15), precederà il giudizio finale. Sarà « l'ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce [del Figlio dell'uomo] e ne usciranno: quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna » (Gv 5,28-29). Allora Cristo « verrà nella sua gloria, con tutti i suoi angeli [...]. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. [...] E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna » (Mt 25,31-33.46).

Davanti a Cristo che è la verità sarà definitivamente messa a nudo la verità sul rapporto di ogni uomo con Dio. Cf Gv 12,48. Il giudizio finale manifesterà, fino alle sue ultime conseguenze, il bene che ognuno avrà compiuto o avrà omesso di compiere durante la sua vita terrena:

« Tutto il male che fanno i cattivi viene registrato a loro insaputa. Il giorno in cui Dio non tacerà (Sal 50,3) [...] egli si volgerà verso i malvagi e dirà loro: Io avevo posto sulla terra i miei poverelli, per voi. Io, loro capo, sedevo nel cielo alla destra di mio Padre, ma sulla terra le mie membra avevano fame. Se voi aveste donato alle mie membra, il vostro dono sarebbe giunto fino al capo. Quando ho posto i miei poverelli sulla terra, li ho costituiti come vostri fattorini perché portassero le vostre buone opere nel mio tesoro: voi non avete posto nulla nelle loro mani, per questo non possedete nulla presso di me ». Sant'Agostino, Sermo 18, 4, 4: CCL — Corpus Christianorum (Series Latina) (PL — Patrologia latina (J.P. Migne)).

Il giudizio finale avverrà al momento del ritorno glorioso di Cristo. Soltanto il Padre ne conosce l'ora e il giorno, egli solo decide circa la sua venuta. Per mezzo del suo Figlio Gesù pronunzierà allora la sua parola definitiva su tutta la storia. Conosceremo il senso ultimo di tutta l'opera della creazione e di tutta l'Economia della salvezza, e comprenderemo le mirabili vie attraverso le quali la provvidenza divina avrà condotto ogni cosa verso il suo fine ultimo. Il giudizio finale manifesterà che la giustizia di Dio trionfa su tutte le ingiustizie commesse dalle sue creature e che il suo amore è più forte della morte. Cf Ct 8,6.

Il messaggio del giudizio finale chiama alla conversione fin tanto che Dio dona agli uomini « il momento favorevole, il giorno della salvezza » (2 Cor 6,2). Ispira il santo timor di Dio. Impegna per la giustizia del regno di Dio. Annunzia la « beata speranza » (Tt 2,13) del ritorno del Signore il quale « verrà per essere glorificato nei suoi santi ed essere riconosciuto mirabile in tutti quelli che avranno creduto » (2 Ts 1,10).

VI.La speranza dei cieli nuovi e della terra nuova

Alla fine dei tempi, il regno di Dio giungerà alla sua pienezza. Dopo il giudizio universale i giusti regneranno per sempre con Cristo, glorificati in corpo e anima, e lo stesso universo sarà rinnovato:

Allora la Chiesa « avrà il suo compimento [...] nella gloria del cielo, quando verrà il tempo della restaurazione di tutte le cose e quando col genere umano anche tutto il mondo, il quale è intimamente unito con l'uomo e per mezzo di lui arriva al suo fine, sarà perfettamente ricapitolato in Cristo ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 48: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 53.

Questo misterioso rinnovamento, che trasformerà l'umanità e il mondo, dalla Sacra Scrittura è definito con l'espressione: « i nuovi cieli e una terra nuova » (2 Pt 3,13). Cf Ap 21,1. Sarà la realizzazione definitiva del disegno di Dio di « ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra » (Ef 1,10).

In questo nuovo universo, Cf Ap 21,5. la Gerusalemme celeste, Dio avrà la sua dimora in mezzo agli uomini. Egli « tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate » (Ap 21,4). Cf Ap 21,27.

Per l'uomo questo compimento sarà la realizzazione definitiva dell'unità del genere umano, voluta da Dio fin dalla creazione e di cui la Chiesa nella storia è « come sacramento ». Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 1: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 5. Coloro che saranno uniti a Cristo formeranno la comunità dei redenti, la « Città santa » di Dio (Ap 21,2), « la Sposa dell'Agnello » (Ap 21,9). Essa non sarà più ferita dal peccato, dalle impurità, Cf Ap 21,27. dall'amor proprio, che distruggono o feriscono la comunità terrena degli uomini. La visione beatifica, nella quale Dio si manifesterà in modo inesauribile agli eletti, sarà sorgente perenne di gaudio, di pace e di reciproca comunione.

Quanto al cosmo, la Rivelazione afferma la profonda comunione di destino fra il mondo materiale e l'uomo:

« La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio [...] e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione [...]. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo » (Rm 8,19-23).

Anche l'universo visibile, dunque, è destinato ad essere trasformato, « affinché il mondo stesso, restaurato nel suo stato primitivo, sia, senza più alcun ostacolo, al servizio dei giusti », Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, 5, 32, 1: SC — Sources chrétiennes (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)). partecipando alla loro glorificazione in Gesù Cristo risorto.

« Ignoriamo il tempo in cui saranno portate a compimento la terra e l'umanità, e non sappiamo il modo in cui sarà trasformato l'universo. Passa certamente l'aspetto di questo mondo, deformato dal peccato. Sappiamo, però, dalla Rivelazione che Dio prepara una nuova abitazione e una terra nuova, in cui abita la giustizia, e la cui felicità sazierà sovrabbondantemente tutti i desideri di pace che salgono nel cuore degli uomini ». Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 39: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1056-1057.

« Tuttavia l'attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell'umanità nuova che già riesce a offrire una certa prefigurazione che adombra il mondo nuovo. Pertanto, benché si debba accuratamente distinguere il progresso terreno dallo sviluppo del regno di Cristo, tuttavia, nella misura in cui può contribuire a meglio ordinare l'umana società, tale progresso è di grande importanza ». Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 39: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1057.

« Infatti i beni della dignità dell'uomo, della comunione fraterna e della libertà, cioè tutti questi buoni frutti della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, ma purificati da ogni macchia, illuminati e trasfigurati, allorquando Cristo rimetterà al Padre il regno eterno e universale ». Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 39: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 58 (1966) su vatican.va — PDF scansionato (1966) 1057; cf Id., Cost. dogm. Lumen gentium, 2: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 57 (1965) su vatican.va — PDF scansionato (1965) 5-6. Dio allora sarà « tutto in tutti » (1 Cor 15,28), nella vita eterna:

« La vita, nella sua stessa realtà e verità, è il Padre, che attraverso il Figlio nello Spirito Santo riversa come fonte su tutti noi i suoi doni celesti. E per la sua bontà promette veramente anche a noi uomini i beni divini della vita eterna ». San Cirillo di Gerusalemme, Catecheses illuminandorum, 18, 29: Opera, v. 2, ed. J. Rupp (Monaco 1870) p. 332 (PG — Patrologia graeca (J.P. Migne)).

Ogni uomo riceve nella sua anima immortale la propria retribuzione eterna fin dalla sua morte, in un giudizio particolare ad opera di Cristo, giudice dei vivi e dei morti.

« Noi crediamo che le anime di tutti coloro che muoiono nella grazia di Cristo [...] costituiscono il popolo di Dio nell'al di là della morte, la quale sarà definitivamente sconfitta nel giorno della risurrezione, quando queste anime saranno riunite ai propri corpi ». Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 28: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 60 (1968) su vatican.va — PDF scansionato (1968) 444.

« Noi crediamo che la moltitudine delle anime, che sono riunite attorno a Gesù e a Maria in paradiso, forma la Chiesa del cielo, dove esse nella beatitudine eterna vedono Dio così com'è e dove sono anche associate, in diversi gradi, con i santi angeli al governo divino esercitato da Cristo glorioso, intercedendo per noi e aiutando la nostra debolezza con la loro fraterna sollecitudine ». Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 29: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 60 (1968) su vatican.va — PDF scansionato (1968) 444.

Coloro che muoiono nella grazia e nell'amicizia di Dio, ma imperfettamente purificati, benché sicuri della loro salvezza eterna, vengono sottoposti, dopo la morte, ad una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia di Dio.

In virtù della « comunione dei santi », la Chiesa raccomanda i defunti alla misericordia di Dio e per loro offre suffragi, in particolare il santo sacrificio eucaristico.

Seguendo l'esempio di Cristo, la Chiesa avverte i fedeli della triste e penosa realtà della morte eterna, Cf Congregazione per il Clero, Direttorio catechistico generale, 69: AAS — Acta Apostolicae SedisVolume 64 (1972) su vatican.va — PDF scansionato (1972) 141. chiamata anche « inferno ».

La pena principale dell'inferno consiste nella separazione eterna da Dio; in Dio soltanto l'uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira.

La Chiesa prega perché nessuno si perda: « Signore, [...] non permettere che sia mai separato da te ». Preghiera prima della Comunione: Messale Romano (Libreria Editrice Vaticana 1993) p. 421. Se è vero che nessuno può salvarsi da se stesso, è anche vero che Dio « vuole che tutti gli uomini siano salvati » (1 Tm 2,4) e che per lui « tutto è possibile » (Mt 19,26).

« La santissima Chiesa romana crede e confessa fermamente che nel [...] giorno del giudizio tutti gli uomini compariranno col loro corpo davanti al tribunale di Cristo per rendere conto delle loro azioni ». Concilio di Lione II, Professione di fede di Michele Paleologo: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum; cf Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, c. 16: DS — Denzinger–Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum.

Alla fine dei tempi, il regno di Dio giungerà alla sua pienezza. Allora i giusti regneranno con Cristo per sempre, glorificati in corpo e anima, e lo stesso universo materiale sarà trasformato. Dio allora sarà « tutto in tutti » (1 Cor 15,28), nella vita eterna.

«Amen»

Il Credo, come pure l'ultimo libro della Sacra Scrittura, Cf Ap 22,21. termina con la parola ebraica Amen. La si trova frequentemente alla fine delle preghiere del Nuovo Testamento. Anche la Chiesa termina le sue preghiere con Amen.

In ebraico, Amen si ricongiunge alla stessa radice della parola « credere ». Tale radice esprime la solidità, l'affidabilità, la fedeltà. Si capisce allora perché l'« Amen » può esprimere tanto la fedeltà di Dio verso di noi quanto la nostra fiducia in lui.

Nel profeta Isaia si trova l'espressione « Dio di verità », letteralmente « Dio dell'Amen », cioè il Dio fedele alle sue promesse: « Chi vorrà essere benedetto nel paese, vorrà esserlo per il Dio fedele » (Is 65,16). Nostro Signore usa spesso il termine « Amen », Cf Mt 6,2.5.16. a volte in forma doppia, Cf Gv 5,19. per sottolineare l'affidabilità del suo insegnamento, la sua autorità fondata sulla verità di Dio.

L'« Amen » finale del Simbolo riprende quindi e conferma le due parole con cui inizia: « Io credo ». Credere significa dire « Amen » alle parole, alle promesse, ai comandamenti di Dio, significa fidarsi totalmente di colui che è l'« Amen » d'infinito amore e di perfetta fedeltà. La vita cristiana di ogni giorno sarà allora l'« Amen » all'« Io credo » della professione di fede del nostro Battesimo:

« Il Simbolo sia per te come uno specchio. Guardati in esso, per vedere se tu credi tutto quello che dichiari di credere e rallegrati ogni giorno per la tua fede ». Sant'Agostino, Sermo 58, 11, 13: PL — Patrologia latina (J.P. Migne).

Gesù Cristo stesso è l'« Amen » (Ap 3,14). Egli è l'« Amen » definitivo dell'amore del Padre per noi; assume e porta alla sua pienezza il nostro « Amen » al Padre: « Tutte le promesse di Dio in lui sono divenute "sì". Per questo sempre attraverso lui sale a Dio il nostro "Amen" per la sua gloria » (2 Cor 1,20):

« Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te, Dio Padre onnipotente, nell'unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli. AMEN! ». Dossologia dopo la preghiera eucaristica: Messale Romano (Libreria Editrice Vaticana 1993) p. 392, 400, 410 e 417.